Il legame dimenticato fra democrazia e lavoro

L’ultima “gaffe” del Ministro Fornero (ma davvero si tratta di gaffe, di un fraintendimento? oppure le parole del ministro, finalmente, contengono una chiara ammissione di verità, una presa di posizione dichiaratamente politica che rivela il trucco retorico di una pretesa neutralità “tecnica”?) sul tema del lavoro ha naturalmente suscitato vaste e scomposte reazioni. come se Elsa Fornero si fosse lasciata scappare chissà quale mostruosità e avesse pronunciato un imperdonabile sacrilegio. Il fatto è che il ministro ha semplicemente enunciato il principio che sta alla base di un evidente dato di fatto: il lavoro, in Italia, e non solo in Italia, non è più un diritto, e non da ora. Con la benedizione del cosiddetto “finanzcapitalismo“( tanto per citare Luciano Gallino) che negli anni ha goduto di un vasto assenso politico, trasversale alla destra e alla cosiddetta sinistra. La colpa non è di Monti o di Fornero, o meglio, non è solo loro. La storia è ben più antica.

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Ma a che cosa servono esattamente le prove Invalsi?

Ma a che cosa servono esattamente le prove Invalsi?

Dichiarazione del sottosegretario all’Istruzione Elena Ugolini, a proposito delle prove Invalsi: ““Una prova nazionale che permetta di avere dei risultati comparabili, aiuta ogni singola scuola ad  avere un punto di paragone esterno per capire  i propri punti di forza e di debolezza e consente ai ragazzi di confrontarsi con i loro coetanei a livello nazionale. Questa valutazione non sostituisce quella formativa, interna, che spetta solo ai docenti  nel loro lavoro quotidiano, ma permette di uscire da un ‘autoreferenzialità’ che sicuramente non aiuta la scuola a diventare quell’ ascensore sociale capace di mettere a frutto i talenti e, agli studenti, di acquisire gli strumenti per proseguire con successo gli studi”.

A me (e non solo a me, in realtà) pare un’affermazione profondamente contraddittoria: se la valutazione è inerente al sistema (e non all’alunno), allora perché inserirla fra le prove di esame e conferirle un peso determinante nell’attribuzione del voto finale? Non si scaricano in questo modo le carenze strutturali sulle spalle del singolo allievo? E alla fine, chi riesce comunque ad ottenere una valutazione alta nel test in un contesto sfavorevole lo fa per merito suo (ah il merito!) o perché gode di condizioni di partenza migliori, a prescindere dalla scuola? Alla faccia dell’ascensore sociale.

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Bocciati!

Intervengo con un minimo ritardo sulla questione delle bocciature dei ragazzini in prima elementare, questione che ha suscitato una serie di polemiche in generale piuttosto astratte e, come spesso accade, ispirate ai massimi principi, con Don Milani tirato da una parte e dall’altra (ah la scuola di Don Milani, che schifo! ah la scuola di Don Milani, che meraviglioso esempio di lungimiranza educativa!), senza che, naturalmente, di Don MIlani si sappia qualcosa davvero se non per sentito dire: potenza dei luoghi comuni.

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Il professore stanco

Sono sei mesi che ho lasciato (momentaneamente) l’insegnamento attivo e l’effetto è stato simile a quello che si ottiene smettendo di fumare: com’è noto, si dice che l’astinenza dalla nicotina migliora in tempi brevi la performance fisica e intellettuale. Per quanto mi riguarda, l’allontanarmi per fare altro da quel monumento di chiacchiere inconcludenti e dannose che opprime ormai da decenni la scuola italiana, ha avuto indubbiamente il benefico effetto di snebbiarmi il cervello. Un professore che non continua a studiare, è un professore a metà. Un professore che, pur desiderandolo, non può studiare, perché da insegnante è stato forzatamente trasformato in un ibrido, un ircocervo, un patetico incrocio fra un intrattenitore, un assistente sociale, un terapeuta della famiglia, un burocrate, non può non essere frustrato.

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Bruce Springsteen, 10 giugno 2012: non “un” concerto, “il” concerto”

Eccola lì, la “prof”, sotto il diluvio, bagnata come un pulcino, i capelli zuppi, i vestiti grondanti, a ballare come un’invasata, braccia verso il cielo e sguardo fisso su quel palco lontano. E lui, vestito di nero, la chitarra a tracolla, là, su e giù di corsa fra la sua band e il suo pubblico, la voce potente che ti trascina e ti ferisce dritto al cuore, inesauribile come se non conoscesse stanchezza, o la fatica dell’età, o le noie e gli acciacchi di noialtri, poveri mortali:  il “nostro” Bruce, il Boss, sacerdote officiante un rito straordinario che la pioggia violenta in qualche modo ha consacrato.

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Dinosauri

Non moltissimo tempo fa, scrivevo quotidianamente sul blog, frequentavo con costanza le mie reti amicali sui vari social network e mi sforzavo di rimanere aggiornata  sulle ultime novità proposte da Internet. Premessa doverosa per sottolineare che credo di sapere di che cosa sto parlando. Attualmente mantengo le mie connessioni ma la mia partecipazione attiva e il mio livello di condivisione si sono ridotti di molto. Vi dirò: il Web, per come sta diventando, mi annoia. L’impressione è quella di frequentare una sorta di smisurato centro commerciale, omologato e conformista, dove sta diventando, almeno per me, sempre più difficile seguire le tracce di quello che davvero mi interessa: l’informazione divergente, il contenuto inatteso, la critica motivata, l’approfondimento pertinente. Ovvero tutto ciò che negli anni aveva reso per me insostituibile e preziosa la frequentazione della Rete.  Continue reading