Donne che odiano le donne: perché?

Premessa necessaria. Questo non è un post pro o contro Laura Boldrini. Il punto non è condividere o meno le sue affermazioni sulla presenza massiccia di stereotipi di genere nei media e, in modo particolare, nella pubblicità. (Per inciso: sono convinta che abbia ragione. Anzi, ascoltando nuovamente, e con maggiore attenzione, il suo intervento, ritengo che per certi versi sia stata fin troppo morbida e forse un po’ generica. Ma di questo dirò meglio al termine dell’intervento). E del resto la Rete ha la memoria corta: la polemica, nei termini in cui è stata impostata,  già puzza di stantio. 

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Anniversario.

Anniversario.

matrimonio00127 settembre 1987 – 27 settembre 2013

Oggi è tempo di anniversari:  se le cose fossero andate diversamente, io e Fabio avremmo festeggiato il nostro ventiseiesimo anno di matrimonio. 

La nostra famiglia non era (non è) migliore o peggiore di tante altre. Abbiamo sfiorato la crisi molte volte. Abbiamo costantemente discusso e rinegoziato i rispettivi ruoli. Non ci siamo capiti, ci siamo talvolta persi, ci siamo sempre ritrovati. Un po’ scherzando, un po’ no, amavo ripetere che probabilmente nessuno, se non mio marito, avrebbe potuto sopportarmi e nessuna, se non io, avrebbe potuto sopportare lui.

L’amore coniugale si costruisce giorno per giorno, insieme, ed è fatto di tante sfumature: sapere che l’altro ha imparato a conoscerti, nel bene e nel male, e che ogni volta ti sceglie per come sei, e non per come potresti o dovresti essere; il rispetto e l’impegno, talvolta la fatica; e la responsabilità verso i figli, che prescinde dal gioco delle parti che tanta retorica vorrebbe imporre, ma si basa soltanto sulla volontà di fare del proprio meglio, con gli strumenti e le qualità che ciascuno si trova ad avere; infine, e soprattutto,  la reciproca capacità di perdonare e perdonarsi, di accettare e di accettarsi, senza pretendere garanzie.

Non so se questo sia stato il modo migliore di interpretare il matrimonio: ma era il nostro, e tanto basta. Non lo voglio né santificare, né rivendicare. Non lo voglio imporre o presentare come un modello indiscutibile. Forse saremmo rimasti insieme fino alla vecchiaia, forse no: chi può dirlo? ma so per certo che ci saremmo comunque impegnati per riuscirci.

Non ho niente di cui essere orgogliosa, né meriti particolari in quanto donna, moglie e madre. Non sono né femminista, né femminile. Sono io, solo io, una persona, alla quale è capitata la fortuna di trovare qualcuno da amare e dal quale essere amata, e la sfortuna di perderlo troppo presto: ma, chissà, bilanciando il dare e l’avere in questa partita con la vita, forse il saldo finale è comunque a mio vantaggio.

Nel mio cuore, per sempre. Con amore.

Porca miseria, per anni ho sbagliato pastasciutta!

Eccomi qui, madre sciagurata di un povero figlio, spesso abbandonato a se stesso in nome delle smanie intellettualoidi della genitrice. Lo confesso: più di una volta, nell’ultimo anno,  non ho atteso trepidante il suo ritorno da scuola, allestendo giuliva gustosi manicaretti fatti in casa e riordinando amorosa la sua cameretta. Spesso me ne partivo prima che lui arrivasse, non prima di averlo provveduto di qualche busta di surgelato che, malinconicamente, si cucinava in solitudine, mentre io giocavo a fare la dottoranda universitaria in quel di Pisa.

 

Sono così malvagia ed egoista che dimentico (faccio finta di dimenticare) di stirare, costringendolo spesso ad indossare magliette e jeans desolatamente stropicciati (ma fanno tanto grunge, no?), senza contare la perversa abitudine di smarrire calzini e mutande nei mucchi di biancheria che si accumulano disordinatamente settimana dopo settimana.

Dal punto di vista educativo, poi …  Ho osato persino portare i miei due pargoli, povere stelle,  a qualche iniziativa dei miei amici di Laicità e Diritti, esponendoli imprudentemente ai malevoli influssi della “lobby LGBT”, in luoghi dove (Vade retro, Satana) si propagandavano idee malsane come la omogenitorialità o il matrimonio gay o la lotta all’omotransfobia. Senza contare i dibattiti sugli stereotipi di genere, organizzati a più riprese da quella cupa congrega di radical chic che risponde al nome di Libertà e Giustizia della quale, ahimé, ho fatto parte, come era prevedibile per una tristanzuola vetero-femminista quale la sottoscritta. Roba da far accapponare la pelle a quelle brave persone del Moige, per dire.

E dunque, eccola qui, la nostra strampalata famiglia, dove magari si mangia così e così, e nessun angelo del focolare svolazza per le stanze. No, la colf non ce la possiamo permettere, facciamo la spesa in maniera approssimativa, e la capofamiglia, che poi sarei io, tende a sputtanare cifre notevoli in quegli arnesi pericolosi che sono i libri, di argomenti vari e non sempre raccomandabili per due giovani ingenui come i miei figli. Ai quali, peraltro, non è stato mai impedito, nemmeno quando erano più piccoli, libero accesso a quella sentina di ogni male che è Internet. Sono cresciuti bene, Dio solo sa come, e va detto che in casa mia si litiga poco ma si discute parecchio. Ognuno di noi si prende cura degli altri, ognuno è al centro:  questa, per quanto ci riguarda, è famiglia, se non è sacrale, pazienza.

Eh sì, dico la verità, sono rimasta colpita proprio dall’uso dell’aggettivo “sacrale” in un contesto come quello delle scelte di marketing. “Per noi il concetto di famiglia sacrale rimane un valore fondamentale dell’azienda” ha testualmente detto Guido Barilla. Ma che cosa voleva intendere, di grazia? Probabilmente nulla, temo. Perché le idee di “sacro” o di “valore” applicate ad un piatto di pastasciutta o a un pacco di Macine del Mulino Bianco fanno, obiettivamente, ridere.

Ripensando poi a certi spot, che c’è di sacro in un mugnaio che parla con una gallina? Via, non prendiamoci in giro. Il povero Barilla sarà stato anche preso in contropiede dai perfidi conduttori della Zanzara, ma alla fine non ha fatto altro che rivelare la piccola furbizia di uno che mira a cavalcare il perbenismo bigotto e un po’ ignorante di una bella fetta di Italiani per vendere un pacco di rigatoni in più. 

Le reazioni lo hanno spaventato, e si è affrettato a rettificare. Come sempre accade, in questi casi, la toppa è stata peggio del buco (“Con riferimento alle mie dichiarazioni rese ieri alla Zanzara, mi scuso se le mie parole hanno generato fraintendimenti o polemiche o se hanno urtato la sensibilità di alcune persone. Nell’intervista volevo semplicemente sottolineare la centralità del ruolo della donna all’interno della famiglia». Così Guido Barilla torna sulle sue parole di ieri e aggiunge: «Per chiarezza desidero precisare che ho il massimo rispetto per qualunque persona, senza distinzione alcuna. Ho il massimo rispetto per i gay e per la libertà di espressione di chiunque. Ho anche detto e ribadisco che rispetto i matrimoni tra gay. Barilla nelle sue pubblicità- conclude la nota- rappresenta la famiglia perché questa accoglie chiunque e da sempre si identifica con la nostra marca” – fonte Il Sole 24 Ore),  perché confusa, imbarazzata e contraddittoria.

Insomma, il signor Barilla ha dimenticato un paio di cose che oggi non possono più essere trascurate. Prima di tutto, piaccia o non piaccia, la società italiana, sia pure fra mille contraddizioni, sta cambiando. Stanno cambiando le donne, le famiglie, il comune sentire. E’ vero che in molti  hanno difeso il  diritto di Barilla a “esprimere la sua opinione” ma altrettanti, probabilmente di più, hanno fieramente proclamato il boicottaggio. Ben gli sta.

In secondo luogo, la Rete è un’arma formidabile. Si crede forse che un brand posa impunemente sfruttare, che so, Twitter a proprio piacimento, ma su Twitter ci stanno tutti, proprio tutti, e si potrebbe dire  “chi di hashtag ferisce, di hashtag perisce”. Il marketing si fa virale, ma virali possono essere anche le reazioni, e i consumatori non se ne stanno più zitti e buoni sul divano di casa ad abbeverarsi all’improbabile catechismo marca Barilla. Per cui, ribadisco, ben gli sta.

Concludo. Visto che nell’ottica di Barilla, io sono evidentemente un’apostata, dovrò accettare pacificamente che per anni ho sbagliato marca di pastasciutta. Non sono degna. Me ne farò una ragione.

 

La cucina di Floria

Visto che più o meno tutti, complici le varie trasmissioni televisive dedicate alle abilità culinarie e all’imperversare di cuochi stellati in ogni canale televisivo, si scoprono insospettabili doti in cucina, fotografano le loro meravigliose creazioni e condividono le immagini su facebook per la soddisfazione e l’invidia dei loro contatti, ho deciso di inaugurare una nuova rubrica: la Cucina di Floria. Sta per iniziare la nuova stagione, il palinsesto presto si popolerà nuovamente di piatti raffinati per la gioia di occhi e palato, sarà bene non perdere l’occasione e sfruttare il trend.

Per questa prima puntata vi propongo due ricette poco impegnative, un primo e un secondo.

Penne scotte al sugo Barilla freddo.

Mettete l’acqua sul fuoco. Dimenticatevela e andate a fare altro. Quando finalmente ve la ricordate, tornate in cucina e verificatene il livello. Si sarà quasi del tutto consumata. Riabboccatela due o tre volte, finché, essendo ormai le due del pomeriggio, i figli affamati non comincino a protestare vivacemente.

Buttate le penne e tornate a fare quello che stavate facendo (scrivere sul blog, cazzeggiare su facebook, guardare Fox Crime …). Ricordatevi delle penne dopo un venticinque minuti circa. Scolatele e conditele abbondantemente con sugo al basilico già pronto Barilla, possibilmente appena tolto dal frigo.

n.b. se in tutto questo andare e venire vi sarete dimenticati di salare l’acqua e le penne saranno, oltreché scotte, completamente sciocche, il risultato sarà ottimale. Tenete conto che ormai si saranno fatte le 15. Meglio uscire alla ricerca del più vicino McDonald.

Arrosto al profumo di bruciato.

Prendete un bel pezzo di vitellone, possibilmente un taglio fra quelli più costosi. Legatelo, conditelo con amore e dedizione (sale pepe aglio rosmarino …), Mettetelo in pentola con un po’ d’olio dopo averlo debitamente adornato di fiocchetti di burro. Rosolatelo da ogni parte, aggiungete mezzo bicchiere di vino, abbassate la fiamma e andate a fare altro, per le successive due ore (minimo): le attività saranno sempre le solite, facebook, blog, letture, televisione, esercizi di scrittura, ascolto di musica …

A un certo punto dalla cucina arriverà uno suono sfrigolante accompagnato da un odore inconfondibile. Correte. Probabilmente troverete il vostro arrosto carbonizzato per metà. Cercate di salvare il salvabile e trascorrete le successive due ore nel tentativo di ripulire la pentola dalle due dita di bruciaticco che si sono formate sul fondo. Eventualmente uscite di fretta e andate al supermercato più vicino ad acquistare il mitico “Pollo alla diavola” di Quattro Salti in Padella. O tre fette di pizza al taglio.

Mi sfugge il senso.

Leggete qui:

“In un cammino difficile, dove tutti i ruoli si devono ridefinire, lo sguardo fisso e sicuro delle performers unito alla loro “debolezza estetica”, lo sguardo che guarda chi guarda, vede chi guarda, si guarda guardato, non rinunciando a niente del femminile, a noi è sembrata una risposta e una partita tensiva che andava giocata”.

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