E siccome ho il blog, la predica su Piombino la posso fare anch’io.

E siccome ho il blog, la predica su Piombino la posso fare anch’io.

fabbrica(E siccome ho il blog, la predica su Piombino la posso fare anch’io: sebbene Grillo sicuramente abbia più audience di me).

In realtà questo post non sarà un predicozzo, ma l’espressione dei miei dubbi e  un tentativo di chiarimento, prima di tutto con me stessa. Prendetelo per quello che vale: so bene che molti sanno già tutto e non hanno bisogno di perdere tempo con questo genere di esercizi retorici. Diciamo che mi rivolgo a quanti si sentono confusi e disorientati esattamente come la sottoscritta.

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Predicatori e moralizzatori via Facebook, vi prego, #statesereni.

2836 “amici” (virgolette doverose, perché è chiaro che l’uso del termine “amicizia” in questo contesto è specifico) su facebook, di età e condizione differenti, provenienti dai luoghi più disparati, sono molti.

Mi permettono di prendere atto di quanto possano diversi (ma a volte sorprendentemente simili) gli usi del social network. Devo dire che in particolare mi colpiscono due tipologie di aggiornamenti: quelli “moralizzatori”, che pretendono di dettare agli altri il modo di adoperare facebook (e che ne criticano le “derive”, la degenerazione, l’uso supposto improprio etc) e quelli “furibondi”, che pubblicizzano liti, ritorsioni, incazzature varie maturate nell’ambiente “social”, chiamando implicitamente alle armi i propri contatti per strane crociate evocate non di rado in modo misterioso ed ellittico. Spesso critica e spirito di crociata vanno a braccetto sulle medesime bacheche: e non è un caso, secondo me.

Dando per scontato che ognuno sia libero di usare il proprio spazio come più gli aggrada (sarei in contraddizione, altrimenti), ovviamente nei limiti e nel rispetto delle leggi, vorrei osservare un paio di cose: chi può stabilire che cosa vada o non vada pubblicato, vada o non vada scritto? se facebook possa essere utilizzato per cose serissime o se sia solo luogo di cazzeggio fine a se stesso? Se la visione o la lettura di qualcosa disturba, ci sono mille modi per evitarle: nascondere selettivamente gli aggiornamenti, cancellare determinati contatti, addirittura bloccarli.  Cavoli, ognuno di noi ha il potere, con la televisione, di fare zapping compulsivo, spegnere, accendere, preferire un dvd, andare a farsi un giro: con il social network, praticamente, è lo stesso. Che ognuno si faccia il proprio palinsesto e non rompa le scatole agli altri.

La condivisione, poi, può essere calibrata: posso decidere di rendere visibile tutto a tutti (la mia bacheca, per esempio, è volutamente aperta) oppure valutare, caso per caso, cosa mostrare e a chi. In ogni caso, bisognerebbe essere consapevoli che il social è una casa di vetro: il palco dal quale pontifichiamo è ospitato nelle nostre tranquille camerette e nei nostri privatissimi salotti, ma è visibile comunque quanto e più se parlassimo con il megafono in una strada affollata.

Ma forse questo lo sappiamo tutti benissimo, magari confusamente. Non si spiegherebbe altrimenti la tentazione della “predica al mondo”, nella quale moltissimi (inclusa la sottoscritta, sia chiaro) cadono: finalmente ci pare di avere il modo di uscire dalla nostra insignificanza, di avere un pubblico che ci ascolti, di conquistare a colpi di “mi piace” il riconoscimento che sentiamo di meritare e che altrove ci viene negato. E’ una pia illusione, naturalmente, visto che umori e malumori, pensose denunce e apocalittiche profezie cadono indistintamente nel rumoroso calderone della home di facebook, si confondono fra lolcats, meme, citazioni poco attendibili, post sponsorizzati, test di personalità parascientifici e oroscopi vari.

Verrebbe da dire: restiamo tranquilli. Svuotiamo le tasche dal peso delle nostre verità (che poi davvero nostre non sono, non più di tanto) e andiamo più leggeri all’appuntamento quotidiano con la varia umanità che popola la Rete. Siamo liberi di seguire i percorsi che più ci incuriosiscono, lasciamo gli altri liberi di fare altrettanto. Disponiamoci all’ascolto, piuttosto che alla reazione immediata e irriflessa a qualunque stimolo o provocazione ci arrivi dallo schermo. Prima di premere il fatale tasto “invio”, tratteniamo un istante la mano e chiediamoci: “c’è bisogno anche di questo? di questo commento, di questo stato, di questo ennesimo contributo alla generale chiacchiera e all’inconcludenza della ciarla social?“.

Non è questione di contenuto, sia chiaro: è, piuttosto, questione di tono. Il problema non è l’espressione del proprio punto di vista,  ci mancherebbe, ma lo stile perentorio, il convincimento di possedere il verbo, la mancanza di ironia e di autoironia, l’attaccamento irriflesso al proprio pregiudizio.  E, non di rado, il cattivo rapporto con la lingua italiana, che alimenta equivoci, malintesi e risentimenti, da parte sia di chi scrive sia di chi legge (perché a volte si scrive male, ma si legge peggio).

Via, su: stiamo tranquilli. Ci sono modi più produttivi di passare il tempo: una passeggiata al sole, una bevuta in compagnia, la lettura di un buon libro, la visione di un film. Volendo, anche la rivoluzione è un’alternativa:  ma non quella da tastiera, beninteso.

 

 

Zitti!

Quando mi addentro nella rilettura delle varie riforme che la scuola italiana ha subito da Berlinguer in poi, mi pare di trovarmi davanti a un cumulo di rovine: intenzioni roboanti, formule misteriose, didattichese profuso a piene mani. Interdisciplinarietà, transdisciplinarietà, moduli, competenze, cicli, raccordi, PECUP, LARSA, EQARF, ECVT, ECTS, EQV, POF, PEI, BES  e tutta la sfilza di acronimi tramontati e poi ancora resuscitati in una specie di loop infernale …

Il risultato? Una scuola senza identità, incapace di correggere le storture del passato (no, non appartengo alla nutrita schiera dei “laudatores temporis acti”, sia chiaro) e di aprirsi davvero al futuro; una scuola che spesso ha buttato via il bambino tenendosi l’acqua sporca, moltiplicando le incombenze burocratiche e snaturando la funzione dei docenti, riducendoli a meri esecutori di una pedagogia di stato con poche idee e comunque parecchio confuse; una scuola vessata dai tagli e offuscata dalle chiacchiere; una scuola diventata campo di battaglia per contrapposizioni ideologiche di qualunque tipo, caricata di continuo di colpe e responsabilità non sue (o comunque non esclusivamente sue).

Il bello è che in questo bailamme, che lascia basiti e perplessi gli stessi professionisti dell’educazione, succede come con la nazionale di calcio: tutti sono commissari tecnici. Sulla base degli appannati ricordi delle loro remote esperienze scolastiche, senza rendersi conto che la scuola un tempo da loro frequentata non esiste più (e non è chiaro, ad oggi, che cosa l’abbia davvero sostituita), criticano, consigliano, polemizzano. In sintesi, straparlano.

Verrebbe da dire, a tutti (giornalisti, politici, supposti esperti che mai hanno messo piede in un’aula vera, gente comune che va avanti per luoghi comuni e slogan): “Chetatevi!”

Alla fine  ci si ritrova a pensare di essere in guerra, e che la guerra  (contro i discorsi vuoti, le pretese inutili, la retorica un tanto al chilo, le norme deliranti e, sì, gli acronimi incomprensibili) non finisca mai,  e  che occorra una gran fede per andare avanti, nonostante tutto, ma che, insomma, non si possa fare a meno di combattere, perché le ragioni che una volta, tanto tempo fa, ti hanno spinto in trincea, sono sempre lì, intatte, e proprio non ce la fai a fingere di non vedere.