Abbasso i secchioni, viva gli sportivi (scuola e sport, matrimonio difficile)

Il muro vincente è il mio!

Visto che ho avuto una carriera scolastica  brillante e sono alla fine diventata prof di lettere, considerato inoltre che sono cieca come una talpa, che non brillo per agilità, che non frequento palestre e faccio vita piuttosto sedentaria. senza contare la pessima abitudine di leggere molto, in genere di notte, fumando più del consentito, si potrebbe credere che sono l’esito cinquantenne di un’adolescente secchiona, piuttosto antipatica, complessata, saccente e priva di senso dell’umorismo, con pochi amici e scarsissima vita sociale. Il che, in effetti, è stato vero per un certo periodo della mia vita: d’altra parte si parlava un tempo di “età ingrata” e, credetemi, l’arco di esistenza che va dagli undici ai diciotto e oltre può essere davvero ingratissimo, oggi come allora.

Eppure, almeno per quanto mi riguarda, lo sport (volley), ha avuto una grandissima parte nel tirarmi fuori dal gorgo, per un paio di ottimi motivi: prima di tutto in quel contesto il mio 1,85 di altezza non era fonte di feroci perculeggiamenti o di drammatici imbarazzi da parte di fanciulle e giovanotti decisamente più “mediterranei” (leggi: tappi) della sottoscritta, ma era un pregio, e l’allenamento ha reso sicuramente il mio fisico più armonico e sano; in secondo luogo, trattandosi di sport di squadra e coinvolgendo ragazze di varia provenienza, cultura, educazione, la pallavolo mi ha costretto prima di tutto a fare i conti e a rapportarmi anche con chi aveva esperienza di vita e risultati scolastici ben diversi dai miei e, in secondo luogo,  a non giocare la mia autostima sul voto ottenuto all’ultima interrogazione o compito scolastico. Senza contare che era indispensabile conciliare adeguatamente tempi di studio e di allenamento, visto che il patto con mia madre era stato molto chiaro: se la scuola ne avesse dovuto risentire, con la pallavolo avrei chiuso, senza se e senza ma.

In realtà ho smesso definitivamente a venticinque anni, quando sono entrata in ruolo nella scuola e, dopo pochissimo, mi sono sposata. In tredici anni di pratica sportiva, dall’ultimo gradino fino alla serie A2, ho avuto grandissime soddisfazioni e cocenti delusioni: obiettivamente ho imparato di più (su me stessa, sui miei limiti e le mie potenzialità) in palestra che nelle aule del liceo.

Questa storia ormai antica, che ho raccontato nelle mie classi non so quante volte e che probabilmente mi ha reso una prof più simpatica ad alcuni, mentre ha completamente disorientato altri (una prof di lettere ex pallavolista? oh bella) mi conduce in realtà ad altre riflessioni, di carattere un po’ più generale (in effetti non volevo rievocare affatto in questa sede i miei trascorsi sportivi, anche perché l’ho già fatto e se vi interessa una storia di sport molto personale seguite il link).

Che cosa succede alla pratica sportiva nelle nostre scuole? Ci sono le due ore settimanali di educazione fisica, maschi e femmine insieme. Ci sono i gruppi sportivi pomeridiani, su base volontaria e indirizzati a preparare i ragazzi per Giochi della Gioventù ed altro: in linea di massima frequentati da chi è  tesserato in qualche società e quindi è già preparato e allenato per la pratica agonistica (io per prima fui “scoperta” dalla prof di educazione fisica solo quando l’allenamento nella mia società mi aveva reso competitiva anche per le gare scolastiche: prima ero solo una stangona imbranata e irrecuperabile). Dal 2013, pare, partirà il cosiddetto “liceo sportivo“. Mah.

In realtà il problema dello sport nella scuola italiana si inquadra in un più generale problema di risorse. La scuola ideale? Quella che, provvista di strutture e aule dedicate, nonché di personale preparato e motivato, riesce a corrispondere alle esigenze e ai talenti individuali dei ragazzi, senza trascurare la loro preparazione culturale “accademica”. Una scuola con mensa, palestra, campo sportivo, laboratorio d’arte e spettacolo, laboratori scientifici, biblioteca ed emeroteca aggiornate, aule multimediali, aule studio. Una scuola con un orario flessibile, aperta costantemente anche il pomeriggio, che offra le sue strutture e il suo supporto per le attività extracurriculari degli alunni, non sacrificando tuttavia il nocciolo duro delle discipline fondamentali.

In realtà, se si vuole fare sport seriamente, o dedicarsi alla musica, al teatro, all’arte … occorre rivolgersi necessariamente all’esterno dell’istituzione scolastica. Anzi, in verità occorre rivolgersi all’esterno anche per completare con successo gli studi curriculari: a meno che non si pensi che per sanare le lacune bastino i corsi di recupero di poche ore faticosamente organizzati dalle scuole in corso d’anno o durante l’estate, o che l’eccellenza venga seriamente tutelata e incentivata. Sappiamo tutti in quali condizioni si trovi l’edilizia scolastica nel nostro Paese e la spendig review non giova. Senza soldi non si comprano attrezzature, non si acquistano libri, non si forma adeguatamente il personale. D’altra parte, che cosa deve saper fare un professore? A giudicare dall’andamento degli ultimi test per il TFA, basta che sappia a memoria qualche nozione decontestualizzata e perciò completamente disutile nell’ottica di una formazione organica e critica dell’individuo.

Negli anni gli istituti scolastici hanno fatto quello che potevano, intasando i loro POF di progetti e progettini speciali e integrativi, tutti più o meno improvvisati, tutti scarsamente verificati e valutati per quanto riguarda effettiva efficacia e risultati formativi: insomma ci siamo messi a rincorrere una sorta di modello americano (nelle sue caratteristiche peggiori, in realtà) senza averne la forza (anche economica), gli strumenti, la mentalità. Abbiamo pensato che fosse sufficiente essere “dilettanti di successo”. Ma naturalmente il trucco è risultato abbastanza evidente anche agli occhi della cosiddetta “utenza” che, se ne ha la possibilità, integra la propria formazione all’esterno della scuola, ovviamente pagando: che si tratti di corsi di danza o di musica, di arte o di teatro, di sport o, più prosaicamente, di ripetizioni private, la sostanza non cambia.

Ora, so bene che il mio elenco delle caratteristiche ideali della scuola è solo una pagina del proverbiale libro dei sogni. Tuttavia se vogliamo continuare a raccontarci utopie, specialmente in questo periodo nero di crisi economica, dovremmo dire che lo Stato avrebbe l’obbligo di garantire a tutti, indipendentemente dalle risorse familiari (economiche e/o culturali) simili condizioni di partenza, in ogni ambito: poi, solo poi, si avrebbe il diritto di parlare di “meritocrazia” con un minimo credibile di equità. E allora, invece di tagliare posti di lavoro, accorpare classi ficcando trenta e più studenti in aule pensate per contenerne al massimo venticinque, imporre l’insigne (si fa per dire) modello pedagogico dei quiz incarnato dai  mitici test INVALSI compilati Dio solo sa da chi, bisognerebbe, come dire, dimostrare di avere una visione complessiva del problema, un’idea generale di scuola e della sua funzione/utilità in una società complessa. Proprio quello che nessuno ha, o è interessato ad avere, nemmeno fra i professionisti del settore, figurarsi fra i politici finti tecnici.

In definitiva, già da decenni si sta procedendo allo smantellamento della scuola pubblica (eppure la cultura e la conoscenza dovrebbero davvero essere considerate “beni comuni”per definizione), non solo dal punto di vista materiale/economico ma anche per quanto riguarda la percezione sociale del suo ruolo e significato, e all’appalto di numerose sue funzioni a soggetti “altri” più o meno qualificati: conta più, nella formazione di un ragazzo, l’allenatore della sua squadra di calcio o il suo professore di educazione fisica? il docente di italiano eternamente precario o l’insegnante di canto della scuola musicale a pagamento frequentata il pomeriggio,  che magari gli fa sognare l’affermazione in qualche casting di X Factor? la televisione sempre accesa in salotto e la schermata di facebook perennemente aperta sul cellulare/pc o la biblioteca scolastica poco frequentata con i libri che puzzano di polvere e di muffa?

 

 

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