Bocciati!

Intervengo con un minimo ritardo sulla questione delle bocciature dei ragazzini in prima elementare, questione che ha suscitato una serie di polemiche in generale piuttosto astratte e, come spesso accade, ispirate ai massimi principi, con Don Milani tirato da una parte e dall’altra (ah la scuola di Don Milani, che schifo! ah la scuola di Don Milani, che meraviglioso esempio di lungimiranza educativa!), senza che, naturalmente, di Don MIlani si sappia qualcosa davvero se non per sentito dire: potenza dei luoghi comuni.

Su Don Milani ha ragione Galatea, nel suo post veemente (rispetto al quale ho qualche motivo di perplessità) in risposta alla retorica buonista de Il Corpo delle Donne. Giova citare Galatea per intero, se non altro perché strappa la figura di Don Milani al triste fato di santino ( o di idolo polemico: ma di strumentalizzazione si tratta comunque, per un verso o per l’altro): Don Milani, nella scuola di oggi, non riuscirebbe a fare una cippa, credetemi. E non solo perché ogni tanto (veramente neanche ogni tanto, ogni spesso) allungava pure qualche sano ceffone, ma perché imponeva ai suoi alunni tour de force improponibili: otto ore di studio filato, vacanze insistenti, istruzione permanente, praticamente un continuum notte giorno, sempre con lui addosso e con il suo fiato sul collo. Al giorno d’oggi, se solo si provasse a fare qualcosa di simile in una scuola, nel giro di un mese si beccherebbe almeno una decina di denunce, per tralasciare la fila di genitori che andrebbero a protestare dal Preside ed invocherebbero ispezioni ministeriali. Senza contare, e questo non è poco, che gli alunni di don Milani erano volontari, nel senso che sceglievano di andare da lui, e quindi nel loro intimo erano persuasi che la scuola servisse a qualcosa, ed erano determinati ad imparare, pur se si sentivano non in grado di farlo. Oggi il problema nelle classi è opposto: la maggioranza dei ragazzi non ha proprio voglia di imparare perché non riconosce alla scuola alcun valore sociale e non pensa che serva ad avere successo nella vita reale. E lo pensa perché non solo la società ma la famiglia passa loro questo messaggio.

Il punto è esattamente questo e in altro contesto ho cercato di metterlo in evidenza:  la maggioranza dei ragazzi non ha proprio voglia di imparare perché non riconosce alla scuola alcun valore sociale e non pensa che serva ad avere successo nella vita reale. E lo pensa perché non solo la società ma la famiglia passa loro questo messaggio. Ovvero nessuno, a parte qualche docente in crisi di identità, si chiede sul serio a che cosa dovrebbe servire la scuola, quali contenuti dovrebbe veicolare per rispondere a questa finalità e con quali strumenti di valutazione e promozione culturale e sociale.

Perché le regole del gioco sono state cambiate troppo spesso negli ultimi anni e né i docenti, né i ragazzi, né i genitori sanno più a quale partita stanno giocando. Dal “successo formativo” garantito per tutti a prescindere, siamo passati di botto al tedioso mantra della “meritocrazia”. Ma “successo” rispetto a che cosa? e “merito” rispetto a che?

Io li capisco quei genitori imbestialiti perché i loro bambini sono stati bocciati. Perché loro sì, e tutti gli altri no? Se la bocciatura in prima elementare fosse un’evenienza normale e accettata, non sarebbe scoppiato tutto questo bailamme, no? Si potrebbe rispondere: perché sono stati scelti come le vittime sacrificali di un sistema che, a parole, ha riscoperto il fascino del merito (e della severità, e del rigore e bla bla), ma nella pratica non fa un accidente per migliorare la situazione generale.

Ora, siccome è buona norma documentarsi, sono andata a leggere un po’ di statistiche europee (relative all’anno 2009) e naturalmente è uscito fuori quello che già sapevo: cioè che la percentuale di bambini che abbiano ripetuto almeno un anno nella scuola primaria in Italia è molto bassa. Ma, attenzione: i dati sono relativi alla scuola primaria pre-Gelmini, quella che nelle classifiche internazionali non si piazzava affatto in posizioni basse (anzi, in alcuni casi i risultati erano assai lusinghieri).

Se poi andiamo a consultare il Focus OCSE-OECD sull’argomento “bocciature – passaggio in altra scuola di studenti in difficoltà “nei paesi di area OCSE (pubblicazione che l’anno scorso ha dato il via in Italia ad un’altra polemicuzza al solito piuttosto pregiudiziale), si scopre che: a) le bocciature costano al bilancio dello Stato; b) il costo non è pareggiato da nessun tipo di beneficio in termini di miglioramento delle performance degli alunni: in altri termini nei Paesi dove il tasso di ripetenza è più alto, le prestazioni complessive degli studenti non sono buone e, in certi casi, appare accentuato il divario dovuto al diverso background di origine degli allievi, contribuendo a fenomeni di segregazione sociale e rafforzamento delle diseguaglianze.

I dati vanno interpretati, e non di rado le interpretazioni sono viziate. Il rapporto PIsa-Ocse è stato letto da qualcuno come una  perversa esortazione dell’Europa a bocciare meno per meri motivi economici. A me pare che dica un’altra cosa: che bocciare costa e che per di più è inutile, da solo, per innalzare il livello complessivo della preparazione degli studenti.

Ora, non voglio insistere più di tanto sulle lezioncine che ci vengono dall’Europa, se non altro perché da un lato ci dice che una maggiore autonomia delle scuole nella costruzione dei curricula garantisce risultati migliori, dall’altro ha favorito l’imposizione di test standardizzati (vedi INVALSI) che limitano di fatto la libertà dei docenti nell’adeguare la loro azione educativa alle concrete situazioni che si trovano ad affrontare.

Ma resta un fatto, e forse non ci sarebbe nemmeno bisogno di statistiche per verificarlo: la selezione, da sola, non serve proprio a nulla (o, forse, è utile a lavarsi la coscienza e ad evitare il problema). A questo punto è bene fare una precisazione: io non sono un’insegnante buonista, e mi è capitato di appioppare i miei bravi tre, mentre sono sempre stata estremamente restia a certificare eccellenze inesistenti (avrò dato tre dieci in tutta la mia carriera, perché se i bravi studenti sono relativamente frequenti, quelli bravissimi sono, a mio avviso, molto rari: ma anche questa considerazione sembra non funzionare più e alla fine, oggi, con il nove o con il dieci si premia troppo spesso la semplice diligenza). Detto questo, devo dire che secondo me ha ragione da vendere Giorgio Israel, quando scrive: “ È indubbio che la vecchia scuola non fosse disegnata per tutti e, sebbene non le mancasse la capacità di promuovere i figli di famiglie modeste e incolte, andasse riformata per diventare scuola di tutti. Ma invece di scegliere l’unica via corretta, se pur difficile, di costruire un modello di massa che, offrendo pari opportunità di partenza, stimolasse a migliorare indicando un riferimento verso l’alto – indicando come modello da imitare i migliori e non i peggiori o i mediocri – i pedagogisti e riformatori «progressisti» (si fa per dire) hanno scelto il modello della mediocrità, bene riassunto nella formula della «media minima» di Tullio De Mauro“.

Eccolo lì, l’elemento che manca in quasi tutte le analisi che mi è capitato di leggere: “offrendo pari opportunità di partenza”. Perché, per tornare a Don Milani, non c’è nulla di più ingiusto che far parti uguali fra disuguali, sia che si applichi un perverso egualitarismo, sia che si scelga la strada del cosiddetto “rigore”. Nel primo caso, trasformando la scuola in una notte oscura in cui tutte le vacche sono nere, è evidente che emergeranno, nella vita adulta, solo coloro che in altro modo, grazie a provenienze economiche e culturali migliori, saranno in grado di procurarsi le competenze necessarie alla propria affermazione; nel secondo caso, si “puniranno” con ogni probabilità proprio quanti, per una molteplicità di ragioni, partono già svantaggiati. Il risultato sarà comunque lo stesso: chi già ha (In termini di capitale culturale e sociale), avrà sempre di più, chi non ha, resterà al palo.

Oggi la questione sta in questi termini. La scuola italiana, nel complesso, è tutt’altro che selettiva e tende piuttosto all’appiattimento. Tuttavia, siccome va di moda parlare di meritocrazia, qua e là si riscopre il fascino della severità e del rigore. Ma non c’è metodo, non c’è scopo, non c’è coerenza.

Facciamo in modo che il gioco non sia truccato e che le regole siano chiare e condivise. Decidiamo quali siano i risultati che desideriamo ottenere e  quali  gli strumenti migliori per raggiungerli. Smettiamola di squalificare la scuola e di privarla di risorse fondamentali per il suo funzionamento. Ragioniamo onestamente sui fatti, senza ricorrere a luoghi comuni e a prese di posizione ideologiche, in un senso o nell’altro. Allora, e solo allora, si potrà parlare di merito. E di equità.

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