Book in progress, perché non mi convincono

Qualcuno di voi ricorda “Il Materiale e l’immaginario” di Remo Ceserani e Lidia de Federicis? Ho studiato su quel testo all’Università, l’ho trovato in adozione nelle prime classi dove ho insegnato, l’ho odiato, l’ho amato, l’ho cambiato e adottato nuovamente nelle sue varie edizioni (grigia, rossa, blu). Qualcuno lo ha giudicato un tentativo velleitario, altri lo rimpiangono. Comunque sia, ho imparato moltissimo in quelle pagine, ricche di spunti, di possibilità di percorsi trasversali, di riferimenti bibliografici, di suggestioni inter e transdisciplinari. Non di rado, ancora oggi, lo consulto come punto di partenza per ulteriori ricerche.

Sarebbe possibile, oggi, introdurre in una classe un testo di analogo spessore e di simile ambizione metodologica? Penso proprio di no. Quello che serve, nella situazione attuale, sono testi che siano poco più che dispense. E manualetti che mettano in grado i ragazzi di rispondere ai meravigliosi test INVALSI (vedi post precedente).  E allora va bene anche il progetto “Book in progress” che molti lodano come l’ultima frontiera dell’innovazione didattica nel nostro Paese. Molti, non tutti, al solito. Perché le perplessità esistono ma gli alfieri delle “magnifiche sorti e progressive” della didattica crossmediale 2.0 preferiscono non ascoltare e non rispondere.

Per esempio, esistono questioni molto specifiche in merito al copyright dei testi autoprodotti, al fatto che il progetto è sostanzialmente chiuso all’esterno e quindi non è possibile verificare l’attendibilità scientifica del materiale, al tipo di software che viene utilizzato per la sua realizzazione, che forse non garantisce la durata nel tempo dei materiali … etc etc. E per tutti questi problemi vi rimando a questa pagina del blog “Stop/Zona-M”  di Marco Fioretti.

Per quanto mi riguarda, considero la situazione dal privatissimo punto di vista del docente che non avrebbe proprio voglia o tempo per partecipare ad un’iniziativa del genere: che non ci crede, insomma, e non perché sia necessariamente un nullafacente o un rubastipendio.

Sono nove anni che scrivo per sfizio sul blog. Ci ho perso un mucchio di tempo e, soprattutto, ho sempre cercato di documentare ogni singolo post. Nessuno mi ha pagato. Dalla condivisione delle mie opinioni e delle mie ricerche e dal confronto con le opinioni e le ricerche altrui, ho tratto un gran giovamento anche per quanto riguarda la mia professione. E’ stata una mia scelta e non solo non la rimpiango, ma la mantengo, in piena libertà. Tuttavia, se in altro contesto, diciamo così, ufficiale e istituzionale, mi si chiede di utilizzare sistematicamente e professionalmente le competenze disciplinari che possiedo e continuo a coltivare attraverso lo studio e l’autoaggiornamento, non intendo farlo gratis o quasi per puro amore della missione e della gloria. Non svaluto il mio sapere in questo modo, anche perché per acquistare libri, ebook, software e dotazioni informatiche io spendo un mucchio di soldi. Se il professore va considerato un esperto del suo mestiere, in grado di autoprodurre il materiale didattico utile a promuovere e a tenere in piedi questo baraccone pericolante che è diventata la scuola italiana, lo si paghi di conseguenza. 

Ma non si tratta solo di questo. In realtà, per il mio ritorno a scuola fra un paio d’anni, a fine dottorato, sto meditando di costruire nuovo materiale: non me lo chiede nessuno e quindi sono disposta a farlo per il bene delle mie classi future (e anche per non annoiarmi). Senza tuttavia fingere di fare più di quanto sono in grado, realisticamente, di realizzare. Un lavoro di ricerca che sia attendibile didatticamente e metodologicamente richiede tempo, documentazione, verifiche e approfondimento. Insomma, per tornare all’inizio del mio post,  “Il Materiale e l’Immaginario” non si scrive in un mese e non si scrive da soli. Gli appunti autoprodotti, le dispense individuali, i powerpoint semplificanti,  insomma tutto il materiale che circola in Rete con il tag “educazione”, frutto della buona volontà di tanti anonimi insegnanti che cercano di fare il possibile per rincorrere la cosiddetta “innovazione”,  sono un’altra cosa: utili come strumenti di mediazione didattica, per rispondere alle esigenze specifiche di singole situazioni, ma non più di questo. E non sono nemmeno così nuovi, ma solo la riedizione in chiave digitale dii qualcosa che abbiamo sempre fatto, in modalità “analogica”, grazie all’uso massiccio di fotocopiatrice, ciclostile, videoregistratore e lettore dvd.

I testi del progetto “Book in progress” sono diversi? Benissimo, allora li voglio vedere e discutere. Ad esempio, le poche pagine del testo di educazione linguistica che vengono messe a disposizione sul sito ufficiale, se paragonate ad un buon manuale cartaceo con editore ufficiale (ma anche a molto materiale già circolante liberamente in Rete), sono piuttosto mediocri. Absit iniuria verbis, ma è così.

In realtà io sarei ben più radicale. In un ipotetico mondo dei sogni, eliminerei del tutto lo strumento “libro di testo”, a favore di un ampliamento e potenziamento delle biblioteche di istituto e dei laboratori, un arricchimento della dotazione informatica delle scuole (naturalmente ricorrendo a software non proprietario), un utilizzo sistematico degli strumenti gratuiti già disponibili in Rete, una diversa strutturazione del tempo-scuola e delle modalità di verifica e valutazione, una valorizzazione reale (anche economica) della professionalità docente, una gestione illuminata e davvero aperta alla sperimentazione da parte dei dirigenti. Nel mondo dei sogni, già, dove si investe in educazione  e cultura, e non si tagliano selvaggiamente risorse, non si creano classi pollaio, non si fa passare la bocciatura come un toccasana, si interviene sull’edilizia scolastica, si risolve il problema del precariato, si evita di deprimere e umiliare i docenti. Ah ah ah.

 

 

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