Bruce Springsteen, 10 giugno 2012: non “un” concerto, “il” concerto”

Eccola lì, la “prof”, sotto il diluvio, bagnata come un pulcino, i capelli zuppi, i vestiti grondanti, a ballare come un’invasata, braccia verso il cielo e sguardo fisso su quel palco lontano. E lui, vestito di nero, la chitarra a tracolla, là, su e giù di corsa fra la sua band e il suo pubblico, la voce potente che ti trascina e ti ferisce dritto al cuore, inesauribile come se non conoscesse stanchezza, o la fatica dell’età, o le noie e gli acciacchi di noialtri, poveri mortali:  il “nostro” Bruce, il Boss, sacerdote officiante un rito straordinario che la pioggia violenta in qualche modo ha consacrato.

La pioggia, appunto. Cominciamo dalla fine, quando Bruce ha ripreso la chitarra per l’ultimo saluto, ha gridato “you are fuckin’ diehards”  e ha attaccato Who’ll stop the rain. Ebbene sì, abbiamo avuto la nostra piccola Woodstock in salsa fiorentina

Heard the singers playin’, How we cheered for more.
The crowd had rushed together, Tryin’ to keep warm.
Still the rain kept pourin’, Fallin’ on my ears.
And I wonder, Still I wonder Who’ll stop the rain.

Woodstock: anni di speranza e di cambiamento. Ora l’aria che tira è diversa. La pioggia che cade sulle nostre teste ogni giorno è cupa e pesante e davvero non sappiamo, vecchi e giovani, se saremo in grado di resistere, se ce la faremo anche questa volta, se il fallimento, nostro e altrui, non ci travolgerà tutti, non travolgerà la nostra fede, la nostra speranza.

Ma intanto eravamo lì, uno straordinario incrocio di generazioni. E nonostante tutto vogliamo credere che la sfida sia ancora possibile. Le parole del Boss erano con noi, a raccontarci che la sconfitta è sulla nostra strada, che niente viene concesso gratuitamente, che stiamo tutti danzando nell’oscurità, ma in qualche modo dovremo trovare nuovamente quella scintilla che ci permetterà di riaccendere il fuoco dei nostri sogni.

Avevo vent’anni quando ho cominciato ad ascoltare Springsteen. Riascoltando le canzoni che allora mi fecero innamorare della sua musica, misuro il cambiamento della mia risposta alla vita. Allora, ero confusa e spaventata dal futuro, e sognavo.

Consumavo il vinile di Born to run sulla prima traccia, Thunder Road, e mi ripetevo: It’s a town full of losers and I’m pulling out of here to win. Sono rimasta, in realtà, a combattere di nascosto la mia battaglia per sopravvivere, come tutti quelli che non sono degli eroi ma vanno avanti come possono, alla meno peggio: e la mia vita oggi è strappata e sgualcita e non di rado mi viene voglia di lasciar perdere, di arrendermi al tempo che passa, di smettere di combattere e di consentire alla vecchiaia di fare il suo sporco lavoro senza resisterle.

Ma allora che ci stavo a fare in quello stadio, sotto la pioggia? Guardavo i miei figli cantare a memoria Badlands e mi ripetevo che a questo punto ero lì soprattutto per loro, for the ones who had a notion, a notion deep inside that it ain’t no sin to be glad you’re alive. E la musica di Springsteen parla dei ragazzi di oggi e di quelli di ieri, come quel distinto signore un po’ attempato accanto a me che ha cantato con le lacrime agli occhi, dal primo verso all’ultimo, Born to run: e chissà se davvero ha corso nella sua vita, o a un certo punto si è fermato e ha atteso. Parla delle illusioni del presente e di quelle ormai tradite del passato, parla dell’oscurità e della luce, di quelli che sono morti e di quelli che sono ancora vivi, e si aggrappano ai ricordi senza lasciare che si trasformino in rimpianti, perché abbiamo tutti una promessa da mantenere e non dovremmo né ritirarci né arrenderci, fino alla fine, ma continuare sul filo del rasoio.

Come on, rise up! E pensavo che Springsteen è il cantore migliore di questi tempi bui che stiamo vivendo, di questa “città di rovine” nella quale si sta trasformando il nostro mondo orgoglioso e folle. Ma c’è ancora gente che si sa perdere in un sogno, magari solo per le tre ore e mezzo di un concerto che di botto ti fa rammentare chi sei e che cosa davvero vuoi e che il tuo cuore è ancora affamato.

La pioggia ha sputtanato i nostri cellulari e i nostri Ipod, e sapevamo che sarebbe successo, ma ci dicevamo: e chi se ne frega? La tecnologia è solo spazzatura se non sai cosa metterci dentro, e quella era la notte del diluvio e della musica, qualcosa che sarebbe rimasto comunque per sempre dentro di noi. E credo, voglio credere che lo sapesse anche lui, che quel saltare da una parte all’altra del palco, quello stringere mani, quelle risate e quelle buffe espressioni che i maxischermi ci restituivano in ogni dettaglio, non fossero solo business o il tributo pagato per obbligo al personaggio costruito in tanti anni di concerti dal vivo. Che quel darsi per intero, senza sconti,  ad un pubblico adorante e fradicio fosse il segno anche della sua consapevolezza.

Springsteen è uno straordinario spacciatore di storie, storie che parlano di lui e di noi, che raccolgono i fotogrammi sparsi delle nostre esistenze e danno loro un senso, una direzione, uno scopo. Siamo tornati a casa e siamo stati nuovamente intrappolati dalla quotidianità: il lavoro che non c’è, lo spread che aumenta, gli esodati, le borse sotto attacco, la crisi, la depressione, le preoccupazioni e le ansie che i signori della finanza e della politica ci regalano quotidianamente, la mancanza di umanità che ci circonda e ci avvelena, la diffidenza per gli altri, la povertà nostra e altrui, la disillusione, la sensazione che non ci sia via d’uscita. Ma è proprio così?

Ballando Twist and shout sotto la pioggia battente, ci sentivamo immortali, pronti a mandare a quel paese chi ci vuole sconfitti, depressi e vuoti. Ci faremo bastare questo ricordo per rimanere in piedi, nonostante tutto.

Grazie, Bruce.

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