Caro Ministro …

Gentile onorevole Carrozza,

più di una volta, da questo blog, mi sono divertita a scrivere  lettere a chi l’ha preceduta sul difficile scranno di Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca. Lettere “retoriche”, ovviamente, senza speranza di risposta da parte degli illustri destinatari, scritte più che altro per dare voce al mio disagio crescente: il disagio di una persona che nella scuola vive e lavora e che, soprattutto, nella scuola ha creduto e  vuole continuare a credere, nonostante l’ indifferenza ottusa dei vari decisori politici e tecnici, fino al livello più alto.

Dovrei dunque essere felice della sua decisione di avviare la cosiddetta “Costituente della Scuola” e di aprire la discussione alla società civile, visto che parlare del futuro dell’istruzione riguarda, in pratica, il futuro di tutti. Abbia pazienza, non è così. Diffido della comunicazione via twitter, diffido della politica degli annunci in 140 caratteri, diffido dell’idea abbastanza demagogica che, cinguettando via smartphone, si possano proporre  alla pubblica opinione temi tanto delicati e complessi come quelli che i suoi ultimi “twit” affrontano. E allora, invece di argomentare in 140 caratteri in risposta alle sue domande, o provocazioni, via social network, ho pensato che valesse la pena rispolverare anche per lei la tradizione delle “lettere aperte” via blog: lettere noiose ma, almeno, dettagliate.

MariaChiara Carrozza  MC_Carro  on Twitter

Devo fare una confessione. Figlia di insegnante, insegnante io stessa, respiro aria di scuola praticamente da quando sono nata: ma orientarmi nella selva di provvedimenti, leggi, belle intenzioni più o meno abortite negli anni, abbozzi di riforma, riforme a metà e controriforme che hanno deliziato la scuola italiana negli ultimi … uhm, cinquant’anni o giù di lì, mi risulta straordinariamente difficile. Prendiamo la questione del reclutamento dei docenti e la vicenda infinita del precariato: una mia cara amica ha scritto sul tema un libro assai documentato, che forse dovrebbe essere letto con grande attenzione prima di aprire bocca sull’argomento, tanto per rendersi conto di quanto sia contraddittoria, folle, inquietante e, soprattutto, antica questa storia tutta italiana.  Ma dubito molto che questo genere di conoscenza sia patrimonio diffuso, sebbene si tratti di un prerequisito fondamentale per comprendere a che punto siamo e dove, ahimè, stiamo andando. Facile, molto più facile, procedere per luoghi comuni e per slogan, terreno fertile per  ogni banalizzante populismo, mediatico o meno.

Sappiamo tutti, comunque, quali sono i mali più evidenti della scuola italiana, anche senza bisogno di consultazioni. Le gravi carenze nell’edilizia scolastica, in primo luogo, e la mancanza diffusa di strutture, strumenti e materiali, aggravate, l’una e le altre, dai tagli selvaggi degli ultimi anni. La perdita di status sociale ed economico dei professori e dei maestri, ormai avviati verso una precarizzazione diffusa e una proletarizzazione  drammaticamente crescente. L’asfissia progressiva che affligge il ricambio generazionale: abbiamo la classe docente più vecchia d’Europa, una fra le meno pagate e fra le più frustrate e logorate nel mondo. Una burocrazia soffocante che non solo ha mortificato l’autonomia ma ha trasformato il lavoro dell’insegnante in uno slalom estenuante fra carte e cartacce da riempire, piuttosto che incoraggiare il doveroso impegno intellettuale di studio e condivisione della conoscenza. Il malinconico fallimento degli organi collegiali, nati proprio per garantire alle istituzioni scolastiche democrazia e apertura verso l’esterno e trasformati ormai in rituali insensati e vuoti (tant’è vero che periodicamente si parla della loro abolizione o del loro snaturamento: eppure avrebbero potuto essere gli strumenti più appropriati per coinvolgere la società civile nella vita concreta della scuola, altro che sondaggi e costituenti)

Di tutto questo molti portano la responsabilità: la politica, i sindacati, gli stessi docenti, almeno quelli, e non sono pochi,  che hanno preferito tirare a campare aggrappati alle loro abitudini e al proprio quieto vivere. Ma alla fine il problema vero sta a monte: quello che viene dopo è il sintomo, non la malattia.

La scuola, si dice, è lo specchio della società. Se dunque esistesse un’idea forte di società, di quello che significano la civile convivenza e la pratica attiva della cittadinanza, forse avremmo le idee più chiare rispetto a quella che dovrebbe essere la funzione dell’istruzione pubblica. Dobbiamo educare cittadini consapevoli e critici, culturalmente attrezzati e linguisticamente competenti, oppure addestrare forza lavoro “flessibile” (leggi: precaria), massa facilmente manovrabile e via via privata di diritti che fino a non molto tempo fa sembravano indiscutibili? Da questa scelta fondamentale, rispetto al ruolo che si attribuisce alla conoscenza e all’autorevolezza della cultura, discende tutto il resto. Poi possiamo discutere di strumenti e di metodi,  di valutazione e di standard internazionali (che non sono il Vangelo, in ogni caso) ma se non si ha un’immagine definita (o, al contrario, se la si ha  fin troppo definita) delle finalità che ci si propone di ottenere, si fanno solo chiacchiere.

Fornire questo genere di prospettiva alta dovrebbe essere il compito di una politica che non sia schiava del consenso ad ogni costo ma che rivendichi a sé anche un ruolo pedagogico e sia capace di governare la complessità delle questioni sul tappeto. Esattamente quello che la politica italiana non è più da molto tempo. E lei che fa? Scrive su Twitter un proposito di questo tipo:

faremo una consultazione sugli ordinamenti e sui cicli di studi e sulle nuove materie da inserire nei programmi #openMIUR.

Francamente l’idea di migliaia di distratti internauti trasformati di botto in cloni di Giovanni Gentile mi farebbe sorridere, se non mi mettesse paura. Sa cosa penso? Che questa sua mossa nasca dalla consapevolezza che in definitiva il “governo delle larghe intese”, o meglio il  “governicchio delle intese ristrette”, del quale lei fa parte, sia privo, sostanzialmente, di vera legittimità  per prendere delle decisioni efficaci e per indicare una direzione.  E allora lei la legittimità se la va a cercare dove e come può, improvvisando una sorta di “democrazia diretta” alla Grillo, sapendo perfettamente che, nel migliore dei casi, otterrà soltanto una cacofonia di opinioni contraddittorie, poco motivate e poco praticabili. Dal mucchio, se ne avrà il tempo, prima che la legislatura finisca, pescherà quello che le serve per giustificare scelte già assunte, che, ho il sospetto, obbediranno a vincoli del tutto diversi rispetto a quelli che, nel migliore dei mondi possibile,  dovrebbero essere centrali: vincoli di bilancio, e stop.

Vede, Ministro, che le chiacchiere lascino il tempo che trovano lo dimostra, fra l’altro, un fatto non secondario. Circola in Rete questa petizione, rivolta al Premier e ai Ministri del Governo (lei inclusa, dunque): “Annullate il furto di 150 euro allo stipendio dei docenti”, promossa da Mila Spicola. Invito lei e chiunque sia interessato a leggere la nota che l’accompagna, in particolare il passaggio che recita così:

Con una nota del Ministero dell’Economia e delle Finanze si comunica che verranno trattenuti dalle buste paga dei docenti 150 euro al mese a partire dalla busta paga di Gennaio. Si tratta degli scatti di anzianità del 2013, cioè il Governo si riprende aumenti giustamente percepiti.

(la nota: http://2.flcgil.stgy.it/files/pdf/20131230/nota-mef-157-del-27-dicembre-2013-noipa.pdf )

chiediamo che questa nota venga immediatamente annullata.
La beffa è che tali scatti erano stati promessi come conseguenza del taglio del Fondo di Funzionamento delle Scuole, taglio contro cui molti di noi docenti avevamo protestato perché sospettavamo che quelle somme, tolte alla Scuola, non sarebbero state investite per la Scuola.
Molti di noi avremmo preferito fare sacrifici, rinunciare agli scatti e mantenere intatto il Fondo di Funzionamento, visto che era già esiguo, anche perché, conoscendo le dinamiche, avevamo previsto l’inganno. Puntualmente si è verificato quelle che prevedevamo e adesso assistiamo alla grottesca scena della decurtazione dallo stipendio delle somme già pagate ai docenti nel 2013 provenienti da quei tagli.

Veramente interessante il meccanismo. Lei, naturalmente, lo conosce benissimo, ma sarà bene chiarirlo ai non addetti ai lavori.  Il Fondo di Istituto (ovvero i soldi che servono alle scuole per finanziare le attività previste dal Piano dell’Offerta Formativa) è stato tagliato, a suo tempo, per garantire gli scatti di anzianità. Il taglio resta, ma ora, con efficacia retroattiva, il Governo,  tramite trattenute mensili di 150 euro sullo stipendio, si riprende le somme già percepite dai docenti aventi diritto nel 2013. Meraviglioso. Grande considerazione della dignità dei lavoratori della conoscenza, davvero.

Caro Ministro Carrozza, lei sta seguendo il pessimo esempio del suo predecessore Profumo: il quale aprì un blog per  “colloquiare” con il mondo della scuola, e non solo (il titolo, molto lirico, era “Porta a scuola i tuoi sogni”), e contestualmente propose l’aumento dell’orario di cattedra a 24 ore a stipendio invariato (anzi, diminuito, visto il blocco degli scatti). L’iniziativa mediatica gli esplose letteralmente fra le mani, vista la patente contraddizione fra le intenzioni sbandierate e il progetto concreto, che era, naturalmente, quello di fare cassa sulla pelle degli insegnanti. Dai commenti di docenti che leggo qua e là alla sua idea di Costituente (targata su Twitter #openMIUR. Cito il suo twit:  #openMIUR diventerà l’hub per discutere e partecipare alla #scuola e alla sua #costituente), mi pare che lei stia  rischiando lo stesso fallimento comunicativo. Perché la comunicazione è importante, nessuno lo nega, ma si sa: la via dell’Inferno è lastricata di buoni propositi. E il marketing politico senza sostanza, alla lunga, si ritorce contro chi lo maneggia senza abilità. Specialmente se il tempo stringe e la crisi morde: e non parlo solo di crisi economica, ma di idee, di valori e di significato.

Gentile Ministro, lei è di Pisa (ha rilasciato l’intervista a Repubblica fra i dolciumi della mitica pasticceria Salza che anch’io di tanto in tanto frequento) e chissà se non capiterà di incontrarci prima o poi: lei Ministro, io docente di liceo che, dopo trent’anni di dignitosa carriera, ha scelto di mettersi in gioco con un dottorato di ricerca per riuscire a fare quello che non aveva più tempo e modo di fare, ovvero studiare (perché un professore che non studia è un professore a metà). Magari sarebbe bello che lei prendesse un tè , oltre che con il giornalista di turno, anche con un gruppetto di miei colleghi di varia età e diverso orientamento politico che potrebbero raccontarle con dovizia di dettagli che cosa vuol dire, oggi, tentare di lavorare con dignità nella scuola. Mi avverta nel caso, anche tramite Twitter, così ci organizziamo.

Populismo per populismo, lasci che anch’io sia un po’ populista. Si fa per scherzare.

Cordiali saluti.

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