I boccaloni del web

Chiedo scusa preventivamente se qualcuno potrà sentirsi offeso da quanto sto per scrivere. Premessa doverosa: in ognuno di noi alberga una certa dose di ingenuità, e la Rete è insidiosa. Quindi è capitato a tutti, prima o poi, di credere a qualche bufala o simili. Consideriamo con indulgenza il Calandrino che talvolta ci possiede. Ma cerchiamo, comunque, di tenerlo a bada.

Facciamola breve. Mi sono sempre chiesta: “ma chi sono gli stupidi che abboccano ai messaggi ammicanti di giovani esotiche su facebook? Quelli del tipo: “Hi, tuo profilo bello, tu simpatico contatta me in privato,  mia mail è …” Insomma, ci siamo capiti.  Il meccanismo si chiama “scam“, è piuttosto antico e ha diverse varianti, da quelle in versione catena di montaggio a tentativi più artigianali.

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Strategia di sopravvivenza a Facebook

Io sono una persona molto, molto pigra. E, diciamola tutta, durante il giorno ho spesso di meglio da fare che organizzare, implementare, aggiornare ripulire i miei vari account social (facebook, twitter etc etc): spesso mi ritrovo occupata in cose più serie tipo “costruir su macerie e mantenermi viva”, tanto per citare.  Il punto è che alla fine, proprio come in una casa dove non si fanno giornalmente le pulizie (e si continuano ad accumulare oggetti e disordine), la situazione diventa ingestibile e la tentazione di azzerare tutto è irresistibile. Qualche giorno fa, lo ammetto, stavo per cancellare l’account. Addio! Pace ritrovata, finalmente. Solo che questa soluzione  sarebbe stato come cercare di fare le pulizie in casa con il lanciafiamme: probabilmente esagerata, via.

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Ricominciare (con il blog).

Questo blogblog ansima, non ce la fa più, sta morendo di consunzione. Ormai trascorsi i bei tempi di Splinder, quando aggiornavo il blog costantemente, una o più volte al giorno, riapro la mia raffinata bacheca di WordPress raramente, giusto per aggiornare qualche plug in. Ma non riesco più a scrivere con continuità. La mia vita online è stata sequestrata da Facebook, inutile girarci attorno.

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Caro Ministro …

Gentile onorevole Carrozza,

più di una volta, da questo blog, mi sono divertita a scrivere  lettere a chi l’ha preceduta sul difficile scranno di Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca. Lettere “retoriche”, ovviamente, senza speranza di risposta da parte degli illustri destinatari, scritte più che altro per dare voce al mio disagio crescente: il disagio di una persona che nella scuola vive e lavora e che, soprattutto, nella scuola ha creduto e  vuole continuare a credere, nonostante l’ indifferenza ottusa dei vari decisori politici e tecnici, fino al livello più alto.

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Donne che odiano le donne: perché?

Premessa necessaria. Questo non è un post pro o contro Laura Boldrini. Il punto non è condividere o meno le sue affermazioni sulla presenza massiccia di stereotipi di genere nei media e, in modo particolare, nella pubblicità. (Per inciso: sono convinta che abbia ragione. Anzi, ascoltando nuovamente, e con maggiore attenzione, il suo intervento, ritengo che per certi versi sia stata fin troppo morbida e forse un po’ generica. Ma di questo dirò meglio al termine dell’intervento). E del resto la Rete ha la memoria corta: la polemica, nei termini in cui è stata impostata,  già puzza di stantio. 

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Porca miseria, per anni ho sbagliato pastasciutta!

Eccomi qui, madre sciagurata di un povero figlio, spesso abbandonato a se stesso in nome delle smanie intellettualoidi della genitrice. Lo confesso: più di una volta, nell’ultimo anno,  non ho atteso trepidante il suo ritorno da scuola, allestendo giuliva gustosi manicaretti fatti in casa e riordinando amorosa la sua cameretta. Spesso me ne partivo prima che lui arrivasse, non prima di averlo provveduto di qualche busta di surgelato che, malinconicamente, si cucinava in solitudine, mentre io giocavo a fare la dottoranda universitaria in quel di Pisa.

 

Sono così malvagia ed egoista che dimentico (faccio finta di dimenticare) di stirare, costringendolo spesso ad indossare magliette e jeans desolatamente stropicciati (ma fanno tanto grunge, no?), senza contare la perversa abitudine di smarrire calzini e mutande nei mucchi di biancheria che si accumulano disordinatamente settimana dopo settimana.

Dal punto di vista educativo, poi …  Ho osato persino portare i miei due pargoli, povere stelle,  a qualche iniziativa dei miei amici di Laicità e Diritti, esponendoli imprudentemente ai malevoli influssi della “lobby LGBT”, in luoghi dove (Vade retro, Satana) si propagandavano idee malsane come la omogenitorialità o il matrimonio gay o la lotta all’omotransfobia. Senza contare i dibattiti sugli stereotipi di genere, organizzati a più riprese da quella cupa congrega di radical chic che risponde al nome di Libertà e Giustizia della quale, ahimé, ho fatto parte, come era prevedibile per una tristanzuola vetero-femminista quale la sottoscritta. Roba da far accapponare la pelle a quelle brave persone del Moige, per dire.

E dunque, eccola qui, la nostra strampalata famiglia, dove magari si mangia così e così, e nessun angelo del focolare svolazza per le stanze. No, la colf non ce la possiamo permettere, facciamo la spesa in maniera approssimativa, e la capofamiglia, che poi sarei io, tende a sputtanare cifre notevoli in quegli arnesi pericolosi che sono i libri, di argomenti vari e non sempre raccomandabili per due giovani ingenui come i miei figli. Ai quali, peraltro, non è stato mai impedito, nemmeno quando erano più piccoli, libero accesso a quella sentina di ogni male che è Internet. Sono cresciuti bene, Dio solo sa come, e va detto che in casa mia si litiga poco ma si discute parecchio. Ognuno di noi si prende cura degli altri, ognuno è al centro:  questa, per quanto ci riguarda, è famiglia, se non è sacrale, pazienza.

Eh sì, dico la verità, sono rimasta colpita proprio dall’uso dell’aggettivo “sacrale” in un contesto come quello delle scelte di marketing. “Per noi il concetto di famiglia sacrale rimane un valore fondamentale dell’azienda” ha testualmente detto Guido Barilla. Ma che cosa voleva intendere, di grazia? Probabilmente nulla, temo. Perché le idee di “sacro” o di “valore” applicate ad un piatto di pastasciutta o a un pacco di Macine del Mulino Bianco fanno, obiettivamente, ridere.

Ripensando poi a certi spot, che c’è di sacro in un mugnaio che parla con una gallina? Via, non prendiamoci in giro. Il povero Barilla sarà stato anche preso in contropiede dai perfidi conduttori della Zanzara, ma alla fine non ha fatto altro che rivelare la piccola furbizia di uno che mira a cavalcare il perbenismo bigotto e un po’ ignorante di una bella fetta di Italiani per vendere un pacco di rigatoni in più. 

Le reazioni lo hanno spaventato, e si è affrettato a rettificare. Come sempre accade, in questi casi, la toppa è stata peggio del buco (“Con riferimento alle mie dichiarazioni rese ieri alla Zanzara, mi scuso se le mie parole hanno generato fraintendimenti o polemiche o se hanno urtato la sensibilità di alcune persone. Nell’intervista volevo semplicemente sottolineare la centralità del ruolo della donna all’interno della famiglia». Così Guido Barilla torna sulle sue parole di ieri e aggiunge: «Per chiarezza desidero precisare che ho il massimo rispetto per qualunque persona, senza distinzione alcuna. Ho il massimo rispetto per i gay e per la libertà di espressione di chiunque. Ho anche detto e ribadisco che rispetto i matrimoni tra gay. Barilla nelle sue pubblicità- conclude la nota- rappresenta la famiglia perché questa accoglie chiunque e da sempre si identifica con la nostra marca” – fonte Il Sole 24 Ore),  perché confusa, imbarazzata e contraddittoria.

Insomma, il signor Barilla ha dimenticato un paio di cose che oggi non possono più essere trascurate. Prima di tutto, piaccia o non piaccia, la società italiana, sia pure fra mille contraddizioni, sta cambiando. Stanno cambiando le donne, le famiglie, il comune sentire. E’ vero che in molti  hanno difeso il  diritto di Barilla a “esprimere la sua opinione” ma altrettanti, probabilmente di più, hanno fieramente proclamato il boicottaggio. Ben gli sta.

In secondo luogo, la Rete è un’arma formidabile. Si crede forse che un brand posa impunemente sfruttare, che so, Twitter a proprio piacimento, ma su Twitter ci stanno tutti, proprio tutti, e si potrebbe dire  “chi di hashtag ferisce, di hashtag perisce”. Il marketing si fa virale, ma virali possono essere anche le reazioni, e i consumatori non se ne stanno più zitti e buoni sul divano di casa ad abbeverarsi all’improbabile catechismo marca Barilla. Per cui, ribadisco, ben gli sta.

Concludo. Visto che nell’ottica di Barilla, io sono evidentemente un’apostata, dovrò accettare pacificamente che per anni ho sbagliato marca di pastasciutta. Non sono degna. Me ne farò una ragione.