Gli Stati Generali, il giornalismo e gli esperimenti di una prof curiosa

social-media-419944_640Dopo essere stata inghiottita (per tanto, troppo tempo) da Facebook e dalle sue dinamiche drogate, ho pensato che bisognava uscire dall’incantesimo. Ricominciare ad argomentare in uno spazio più ampio e flessibile di un post in bacheca, ragionare invece di buttar lì una battuta veloce e via, costruire riflessioni condivise e documentate.

È faticoso. Scrivere un post, anche breve, mi richiede tempo, attenzione, concentrazione. C’è dietro, sempre, un lavoro di verifica e controllo. A un certo punto ho creduto che i ritmi veloci del web così come ora si è sviluppato (condividi, twitta, ritwitta, metti un like, commenta random etc etc) ormai non si adattassero più a una cosa vecchiotta e démodé come il blog. Stare sul pezzo, sempre. E la vita scorre veloce fra uno scatto di Instagram, un messaggio su Whatsapp, un “mi piace” su Facebook, un hashtag su Twitter.

Ma siamo sicuri che vada bene così? Certo, è più facile assecondare l’onda: è anche più divertente, diciamolo. Sebbene talvolta gli inevitabili flame nei quali ti trovi invischiato sciupino il divertimento. E poi la gente commenta, commenta i commenti, sta sempre con il cellulare in mano senza guardare mai a destra e a sinistra: c’è un mondo intorno, ma chi se ne frega? ce n’è un altro,  apparentemente più vasto a portata di clic. Stare dietro a tutti è estenuante. Altro che blog.

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L’altra vita di Floria. Operazione recupero. #1

Premessa. 

La Rete conserva ma, al tempo stesso, nasconde. Quando Splinder chiuse le trasmissioni, recuperai i miei post (otto anni di scrittura, mica noccioline) e, con qualche sforzo e patema tecnico, li trasferii su piattaforma wordpress.com. Se aprite la scheda “L’altra vita di Floria”, trovate l’archivio, un po’ disastrato, per intero. Solo che, di fatto, quel blog (che si chiama “Approssimazioni”, visto che il nome storico, “Contaminazioni”, è toccato a questo dove sto scrivendo) è invisibile, non aggiornato, congelato all’ultimo post scritto nell’ormai remoto 2011. Mi pare giusto dare il via ad un’operazione di recupero e riciclo dei contenuti ancora appetibili, visto che nell’operazione di blogging ho speso un bel pezzo di vita online.  Cominciamo da … (rullo di tamburi)

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Ma quanti amici hai, davvero? Su Facebook, il numero di Dunbar e le illusioni del narcisismo in Rete.

Vanitosa! Narcisista! Presuntuosa! Una persona qualsiasi che sventola come un trofeo l’inquietante numero (ad oggi) di 2906 “amici” su Facebook. Vergogna! Che cosa me ne farò, di tutti questi contatti, non lo so davvero. Già da tempo mi sono accorta che le mie interazioni si limitano ad un gruppo ristretto di persone: ci diamo ragione l’uno con l’altro, ci scambiamo reciproci like, condividiamo le nostre robette, commentiamo con faccine e amenità varie le nostre foto e i nostri aggiornamenti più o meno seriosi, più o meno spiritosi.

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Fra i miei amici facebook, c’è Babbo Natale: ma sarà lui o un fake?

identitàovvero considerazioni sparse a uso e consumo di niubbi e utonti (detto con affetto, si intende, perché ognuno di noi, in fondo, è un niubbo/utonto, vista la velocità con cui la Rete si trasforma). 

La mia esperienza intensiva della Rete è cominciata, nel 2003, sotto pseudonimo (o nick). Resistentissima Floria: ancora oggi qualcuno pensa che sia il mio vero nome. In ogni caso, non sono riuscita a mantenere il mio anonimato a lungo. Dopo poco tempo, infatti, l’ingombrante Lorenza si è fatta strada a spallate: figurarsi se, narcisista com’è, poteva lasciare il palcoscenico, ancorché virtuale, a qualcun altro.

In ogni caso mi sono portata il nick dietro su diverse piattaforme (su twitter, per esempio, e non solo), come omaggio alle mie passate velleità di anonimato. Non su facebook, comunque, dove mi sono regolarmente iscritta con nome e cognome veri. Ho fatto bene, ho fatto male? In realtà si tratta di decidere in che modo vogliamo negoziare la nostra presenza in rete: e, soprattutto, della consapevolezza che abbiamo nel gestire la costruzione della nostra identità connessa.

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A proposito dell’ultimo caso di cronaca che sta dividendo l’opinione pubblica della mia città, Piombino …

latte_in_polvere… ovvero la cosiddetta “Retata dei Pediatri” che ha coinvolto anche un noto professionista piombinese.  Il caso sta suscitando reazioni vivacissime sul social network, non di rado al limite della violenza verbale. Evidentemente la gente si sente toccata nel profondo: si parla di bambini, si parla di maternità, si parla di fiducia tradita, si parla di salute. I commenti si sprecano. I toni si esasperano.

Sia detto subito: non parlerò del caso specifico se non nella parte introduttiva del post, visto che il mio ragionamento mira ad altro. Quindi, se vi aspettate l’ennesimo esternazione pro o contro i medici, pro o contro l’allattamento artificiale, pro o contro la stampa, smettete subito i leggere e andate altrove.

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I boccaloni del web

Chiedo scusa preventivamente se qualcuno potrà sentirsi offeso da quanto sto per scrivere. Premessa doverosa: in ognuno di noi alberga una certa dose di ingenuità, e la Rete è insidiosa. Quindi è capitato a tutti, prima o poi, di credere a qualche bufala o simili. Consideriamo con indulgenza il Calandrino che talvolta ci possiede. Ma cerchiamo, comunque, di tenerlo a bada.

Facciamola breve. Mi sono sempre chiesta: “ma chi sono gli stupidi che abboccano ai messaggi ammicanti di giovani esotiche su facebook? Quelli del tipo: “Hi, tuo profilo bello, tu simpatico contatta me in privato,  mia mail è …” Insomma, ci siamo capiti.  Il meccanismo si chiama “scam“, è piuttosto antico e ha diverse varianti, da quelle in versione catena di montaggio a tentativi più artigianali.

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