Senza parole

Sono famosa per la mia logorroica parlantina. Non sono pochi quelli che mi accusano di essere eccessiva. Di parlare troppo, scrivere troppo. Di essere una chiacchierona inarrestabile, un fiume in piena, una che ha sempre qualcosa da dire, sempre. Una tuttologa. Incapace di tacere. Estroversa, brillante, inarrestabile, incontenibile, eccessiva. E dunque, in fin dei conti, prolissa. Gonfia, ridondante e ripetitiva. Incapace di rispettare tempi, limiti, regole. Non di rado fuori luogo. Irritante e indisponente.

Ho riaperto questo blog dopo mesi. Il suo silenzio è chiaro segno che il mio personaggio è ormai abbandonato in un angolo, come un patetico burattino disarticolato e muto. Passati i bei tempi in cui pubblicavo un post o due al giorno. Su facebook, un tempo, condividevo, commentavo, discutevo, attaccavo, mi difendevo, replicavo. Ora, per lo più, posto foto di famiglia, immagini di gattini e qualche notizia inoffensiva: non fosse mai che qualcuno accendesse un flame sulla mia bacheca. Sarei troppo stanca e annoiata per sostenerlo.

Me ne sto rintanata in casa. Continuano ad invitami ad eventi, spettacoli, iniziative, conferenze, presentazioni … accetto gli inviti e, giuro, sono sempre in buona fede. Ma quando arriva il momento, rinuncio. Per interessante che sia il tema, il silenzio del mio salotto mi pare sempre preferibile.

Non voglio dilungarmi, altrimenti questo post finirebbe per contraddirsi. La verità è che la mia capacità di articolare discorsi sensati è diminuita proporzionalmente all’aumento esponenziale di quanti invece devono per forza dire la loro su qualunque argomento. Il diluvio di parole altrui ha sommerso e travolto il mio ruscelletto di discorsi. Tutti hanno qualcosa da dire:  io, invece, sono diventata afasica.

Se lo dichiaro qui, e mi pare già di essere stata troppo lunga, è perché ho l’impressione di non essere sola. Mi sembra quasi di avvertire che quanti si ritraggono spaventati davanti all’onda anomala di chiacchiere che ci minaccia,  per nascondersi in qualche anfratto invisibile e silenzioso, stiano inesorabilmente aumentando. Solo che il loro mutismo amplifica di fatto la cacofonia scomposta degli altri, di quelli che si parlano addosso ma mai, o quasi mai, ascoltano.

Eppure vorrei credere che la speranza stia dalla parte dei taciturni, di quelli che non commentano, non condividono, non twittano, non criticano, non intervengono, non alzano i toni, non provocano, non predicano, non tengono comizi non richiesti, non cercano adepti, discepoli, fan, non sono a caccia di like o reactions. Se il loro silenzio sommergesse inesorabile il rumorìo caotico e babelico che ci circonda, forse, dopo, sarebbe possibile ricominciare da capo a intenderci, trovare un senso, un approdo che ci salvi dal disastro. Forse.

 

 

 

 

 

Mi avete preso sul serio? Sbagliato!

baby georgeScendiamo dall’Olimpo delle parole dotte nella concreta pratica comunicativa della Rete. Ho iniziato il post precedente  con una citazione di Machiavelli, ho proseguito utilizzando volutamente un registro linguistico selettivo e pomposo (usando termini come “capitale culturale e/o sociale”, “inflazionati”, “analfabeti funzionali”, “decostruita”  etc etc,  e una sintassi non esattamente lineare), ho chiuso con Guicciardini. Dopodiché ho condiviso il tutto su Facebook: quanti fra i miei contatti, ammesso e non concesso che lo sbiaditissimo titolo «Scuola e Democrazia» abbia attirato più di due lettori, saranno arrivati fino in fondo comprendendo compiutamente senso e implicazioni (ah, “implicazioni” … altra parolona!), magari seguendo i link,  di quel faticosissimo scritto?

Un tweet non eccede i 140 caratteri. Si dice che un post su Medium abbia maggiori possibilità di essere efficace se il tempo impiegato per leggerlo non supera i 7 minuti. E via così.  Magari ho inanellato una serie impressionante di luoghi comuni, ma l’ho fatto violando scientemente (che vi volete aspettare da una che usa avverbi così?) le regole più elementari della comunicazione sul web (per inciso, continuando così,  questo blog non riconquisterà mai più il suo antico ranking). Ho ottenuto uno strano ibrido (insisto!) fra una patetica esibizione di sociologichese spurio,  una noiosissima lamentazione da blogger fallita,  e una scontata ancorchè pensosa riflessione di prof frustrata in preda ad un delirio citazionistico. Insomma, una stronzata. Forse.

Gli Stati Generali, il giornalismo e gli esperimenti di una prof curiosa

social-media-419944_640Dopo essere stata inghiottita (per tanto, troppo tempo) da Facebook e dalle sue dinamiche drogate, ho pensato che bisognava uscire dall’incantesimo. Ricominciare ad argomentare in uno spazio più ampio e flessibile di un post in bacheca, ragionare invece di buttar lì una battuta veloce e via, costruire riflessioni condivise e documentate.

È faticoso. Scrivere un post, anche breve, mi richiede tempo, attenzione, concentrazione. C’è dietro, sempre, un lavoro di verifica e controllo. A un certo punto ho creduto che i ritmi veloci del web così come ora si è sviluppato (condividi, twitta, ritwitta, metti un like, commenta random etc etc) ormai non si adattassero più a una cosa vecchiotta e démodé come il blog. Stare sul pezzo, sempre. E la vita scorre veloce fra uno scatto di Instagram, un messaggio su Whatsapp, un “mi piace” su Facebook, un hashtag su Twitter.

Ma siamo sicuri che vada bene così? Certo, è più facile assecondare l’onda: è anche più divertente, diciamolo. Sebbene talvolta gli inevitabili flame nei quali ti trovi invischiato sciupino il divertimento. E poi la gente commenta, commenta i commenti, sta sempre con il cellulare in mano senza guardare mai a destra e a sinistra: c’è un mondo intorno, ma chi se ne frega? ce n’è un altro,  apparentemente più vasto a portata di clic. Stare dietro a tutti è estenuante. Altro che blog.

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L’altra vita di Floria. Operazione recupero. #1

Premessa. 

La Rete conserva ma, al tempo stesso, nasconde. Quando Splinder chiuse le trasmissioni, recuperai i miei post (otto anni di scrittura, mica noccioline) e, con qualche sforzo e patema tecnico, li trasferii su piattaforma wordpress.com. Se aprite la scheda “L’altra vita di Floria”, trovate l’archivio, un po’ disastrato, per intero. Solo che, di fatto, quel blog (che si chiama “Approssimazioni”, visto che il nome storico, “Contaminazioni”, è toccato a questo dove sto scrivendo) è invisibile, non aggiornato, congelato all’ultimo post scritto nell’ormai remoto 2011. Mi pare giusto dare il via ad un’operazione di recupero e riciclo dei contenuti ancora appetibili, visto che nell’operazione di blogging ho speso un bel pezzo di vita online.  Cominciamo da … (rullo di tamburi)

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Ma quanti amici hai, davvero? Su Facebook, il numero di Dunbar e le illusioni del narcisismo in Rete.

Vanitosa! Narcisista! Presuntuosa! Una persona qualsiasi che sventola come un trofeo l’inquietante numero (ad oggi) di 2906 “amici” su Facebook. Vergogna! Che cosa me ne farò, di tutti questi contatti, non lo so davvero. Già da tempo mi sono accorta che le mie interazioni si limitano ad un gruppo ristretto di persone: ci diamo ragione l’uno con l’altro, ci scambiamo reciproci like, condividiamo le nostre robette, commentiamo con faccine e amenità varie le nostre foto e i nostri aggiornamenti più o meno seriosi, più o meno spiritosi.

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Fra i miei amici facebook, c’è Babbo Natale: ma sarà lui o un fake?

identitàovvero considerazioni sparse a uso e consumo di niubbi e utonti (detto con affetto, si intende, perché ognuno di noi, in fondo, è un niubbo/utonto, vista la velocità con cui la Rete si trasforma). 

La mia esperienza intensiva della Rete è cominciata, nel 2003, sotto pseudonimo (o nick). Resistentissima Floria: ancora oggi qualcuno pensa che sia il mio vero nome. In ogni caso, non sono riuscita a mantenere il mio anonimato a lungo. Dopo poco tempo, infatti, l’ingombrante Lorenza si è fatta strada a spallate: figurarsi se, narcisista com’è, poteva lasciare il palcoscenico, ancorché virtuale, a qualcun altro.

In ogni caso mi sono portata il nick dietro su diverse piattaforme (su twitter, per esempio, e non solo), come omaggio alle mie passate velleità di anonimato. Non su facebook, comunque, dove mi sono regolarmente iscritta con nome e cognome veri. Ho fatto bene, ho fatto male? In realtà si tratta di decidere in che modo vogliamo negoziare la nostra presenza in rete: e, soprattutto, della consapevolezza che abbiamo nel gestire la costruzione della nostra identità connessa.

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