Corsi e ricorsi. A proposito di attivisti vecchi e nuovi, di generazioni, di giovani e anziani

Corsi e ricorsi. A proposito di attivisti vecchi e nuovi, di generazioni, di giovani e anziani

DylanCorreva l’anno 1963, da poche settimane era stato ucciso Kennedy. Un giovane cantante folk di belle speranze era stato invitato dal Comitato di emergenza sulle libertà civili (Eclc) per ritirare il premio Tom Paine, conferito ogni anno a un paladino della causa. La premiazione si sarebbe tenuta all’Hotel Americana di New York. Nel 1962, per dire, il premio era stato conferito a Bertrand Russell. Ora toccava ad un giovanissimo Bob Dylan (22 anni).

Il quale si presentò sul palco vistosamente ubriaco, e imbastì, traballando, un discorso sconclusionato che infastidì e indignò il pubblico (1400 ospiti paganti, tra cui alcuni veterani della libertà di innumerevoli campagne per la libertà di parola e per la giustizia sociale). Al punto che fu costretto ad andarsene precipitosamente fra i fischi, molti, e pochi, esitanti applausi. Si scusò, in seguito, disse che era stato frainteso, che non si era spiegato bene. Ma la frittata era fatta e si trasformò, in seguito, in uno dei tanti mattoncini che hanno edificato il “mito-Dylan”.

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La cucina di Floria

Visto che più o meno tutti, complici le varie trasmissioni televisive dedicate alle abilità culinarie e all’imperversare di cuochi stellati in ogni canale televisivo, si scoprono insospettabili doti in cucina, fotografano le loro meravigliose creazioni e condividono le immagini su facebook per la soddisfazione e l’invidia dei loro contatti, ho deciso di inaugurare una nuova rubrica: la Cucina di Floria. Sta per iniziare la nuova stagione, il palinsesto presto si popolerà nuovamente di piatti raffinati per la gioia di occhi e palato, sarà bene non perdere l’occasione e sfruttare il trend.

Per questa prima puntata vi propongo due ricette poco impegnative, un primo e un secondo.

Penne scotte al sugo Barilla freddo.

Mettete l’acqua sul fuoco. Dimenticatevela e andate a fare altro. Quando finalmente ve la ricordate, tornate in cucina e verificatene il livello. Si sarà quasi del tutto consumata. Riabboccatela due o tre volte, finché, essendo ormai le due del pomeriggio, i figli affamati non comincino a protestare vivacemente.

Buttate le penne e tornate a fare quello che stavate facendo (scrivere sul blog, cazzeggiare su facebook, guardare Fox Crime …). Ricordatevi delle penne dopo un venticinque minuti circa. Scolatele e conditele abbondantemente con sugo al basilico già pronto Barilla, possibilmente appena tolto dal frigo.

n.b. se in tutto questo andare e venire vi sarete dimenticati di salare l’acqua e le penne saranno, oltreché scotte, completamente sciocche, il risultato sarà ottimale. Tenete conto che ormai si saranno fatte le 15. Meglio uscire alla ricerca del più vicino McDonald.

Arrosto al profumo di bruciato.

Prendete un bel pezzo di vitellone, possibilmente un taglio fra quelli più costosi. Legatelo, conditelo con amore e dedizione (sale pepe aglio rosmarino …), Mettetelo in pentola con un po’ d’olio dopo averlo debitamente adornato di fiocchetti di burro. Rosolatelo da ogni parte, aggiungete mezzo bicchiere di vino, abbassate la fiamma e andate a fare altro, per le successive due ore (minimo): le attività saranno sempre le solite, facebook, blog, letture, televisione, esercizi di scrittura, ascolto di musica …

A un certo punto dalla cucina arriverà uno suono sfrigolante accompagnato da un odore inconfondibile. Correte. Probabilmente troverete il vostro arrosto carbonizzato per metà. Cercate di salvare il salvabile e trascorrete le successive due ore nel tentativo di ripulire la pentola dalle due dita di bruciaticco che si sono formate sul fondo. Eventualmente uscite di fretta e andate al supermercato più vicino ad acquistare il mitico “Pollo alla diavola” di Quattro Salti in Padella. O tre fette di pizza al taglio.

Mi sfugge il senso.

Leggete qui:

“In un cammino difficile, dove tutti i ruoli si devono ridefinire, lo sguardo fisso e sicuro delle performers unito alla loro “debolezza estetica”, lo sguardo che guarda chi guarda, vede chi guarda, si guarda guardato, non rinunciando a niente del femminile, a noi è sembrata una risposta e una partita tensiva che andava giocata”.

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Qualcuno aveva già capito, qualcuno ci aveva avvertito: l’utopia della Rete secondo Leopardi

Sgombriamo il campo da possibili equivoci: questo post è chiaramente provocatorio. Mettere a confronto le Operette Morali (1824 – 1832) di Leopardi e la novissima fede negli effetti taumaturgici sul genere umano della vita “social” condivisa e dissipata in Rete non può essere altro che provocazione.

Tuttavia fa un certo effetto constatare che, dando un’occhiata a quel secolo decimonono che ci pare preistoria (figurarsi, siamo nel XXI secolo da tredici anni e giudichiamo con supponenza, come irrimediabilmente defunte, le vecchie idee e passioni del Novecento, figurarsi cosa dovremmo pensare dell’Ottocento), troviamo  giudizi (ironici) dell’intellettuale forse più lucido che l’Italia abbia mai avuto i quali, opportunamente e strumentalmente (non dico di no …)  decontestualizzati, sembrano critiche attualissime  ai fautori odierni delle magnifiche sorti e progressive in salsa 2.0 (comprendendo anche alcune interessanti implicazioni politiche).

Sarà che forse è solo questione di banale buon senso? Chissà … Intanto, se volete, divertitevi, come mi sono divertita io, a trovare affinità e richiami. Beninteso, le parti in grassetto sono state da me evidenziate.

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Inquilini

Ho perso una battaglia, a motivo del mio buon cuore, chissà se vincerò mai la guerra.

Per tutto il tempo (venti anni) durante il quale ho abitato nella mia precedente abitazione, ho avuto modo di farmi una cultura sulle abitudini dei gabbiani (alcune assai disgustose, alla faccia di Richard Bach),  nonché sulla loro riproduzione e l’allevamento dei piccoli. Bastava trascorrere un mezzo pomeriggio sul terrazzo (quarto piano) e osservare quello che accadeva sui tetti delle abitazioni vicine. Interessante, non dico di no, se non fosse stato per il guano che i maledetti volatili avevano l’abitudine di abbandonare un po’ ovunque, panni stesi inclusi.

Nella mia nuova casa non ho terrazzi e, ingenuamente, pensavo di aver chiuso con questi forzati studi ornitologici. Ma qui impazzano le tortore. E una testarda famigliola di tortorelle ha deciso che il davanzale della mia finestra dovesse diventare casa loro. Ho trascorso un paio di settimane a distruggere il loro nido improvvisato, almeno tre o quattro volte al giorno. Niente da fare, ogni volta le tortorelle ritornavano e apprestavano un nuovo giaciglio di ramoscelli secchi.

Ora, so bene che le tortore sono uccellini graziosi, simbolo fra l’altro dell’amore coniugale, con un illustre pedegree letterario. Però lo sguardo fisso e vuoto degli uccelli mi inquieta (non sono la sola) e, fra l’altro, nella privata mitologia della mia famiglia qualsiasi volatile si lega a presagi nefasti (non starò a spiegare perché, ma sin dalla mia infanzia il possesso di canarini, pappagalli, merli indiani e simili è sempre stato rigorosamente tabù, visto che mia madre era fermamente persuasa che portassero disgrazia). Insomma, io quelle tortore non le volevo fra i piedi e, giusto ieri, mi sono munita di liquido repellente per volatili, assolutamente decisa a rendere il mio davanzale un luogo assolutamente inospitale per tortore, piccioni, gazze e qualsiasi altro tipo di pennuto.

Bene, stamattina ho impugnato la mia arma, ho aperto la finestra e ho scoperto … due uova! Non me la sono sentita di farne frittata. Ho chiuso e adesso, mentre scrivo, ogni tanto alzo lo sguardo a contemplare i due premurosi genitori che covano, ora singolarmente, ora insieme, la loro prole futura. Mi chiedo se dal loro punto di vista sia io la fastidiosa vicina di casa: comunque la pensino, hanno (per il momento) vinto. Non sfratto un’intera famiglia. Nel frattempo, in attesa della schiusa, mi improvviserò etologa. Però sia chiaro, appena i piccoli saranno in grado di volare, immagino fra un mese o due, devono sloggiare, sempre che non si manifesti, a mio danno, qualche perversa forma di imprinting.

Da “La Tortora e la Fenice” di William Shakespeare

Qui ha inizio l’antifona: l’amore e la costanza son morti; la fenice e la tortora son fuggite lontano, entro una mutua fiamma.

Tanto si amavano che i loro amori, tuttavia separati, facevan tutt’uno. Due creature distinte, senza che alcuna divisione fosse fra loro. Il numero era ucciso dall’amore.

Cuori divisi ma non disgiunti, si poteva vedere la distanza, non lo spazio, fra la tortora e il suo re: non fosse ch’era, per loro, cosa affatto naturale, sarebbe stato un prodigio.

L’amore raggiava in mezzo a loro a tal segno che la tortora vedeva quanto d’amore  l’era dovuto fiammeggiare nello sguardo della fenice: ciascuna era l’io dell’altra.

La logica era così smarrita per il fatto che l’identità non era equivalenza: con la loro natura, unica pur sotto un duplice nome, esse non contavano né per uno né per due.

La ragione, confusa da se stessa, vedeva l’unione nella loro divisione; assorbita l’una nell’altra, distinta l’una dall’altra, quelle creature si erano così bene assimilate,

che si chiedevano come il loro duo potesse formare un così armonioso assolo; così che l’amore ha ragione, mentre la ragione, che pur dovrebbe aver ragione, ha torto, dal momento che si vede una così bell’unione là dove dovrebbe esserci una divisione.