Il mio «PhD» … (non più «candidate», finalmente!)

Il mio «PhD» … (non più «candidate», finalmente!)

E così ho finito, almeno per il momento. Il 19 dicembre ho conseguito il mio dottorato in Sociologia e Storia della Modernità presso l’Università di Pisa , con una tesi dal titolo «La marginalizzazione dei saperi umanistici nel sistema di istruzione. Percezione sociale e strategie di resistenza». In commissione il mio relatore, Vincenzo Mele, affiancato dai commissari Alfonso Maurizio Iacono (Università di Pisa) e Mariano Longo (Università del Salento). Discussione ricca di spunti e di ulteriori suggestioni: per me non un punto di arrivo ma una nuova partenza, per approfondire ulteriormente la questione (che per me, in quanto docente di Lettere nei Licei, è evidentemente cruciale). Di seguito la traccia che mi ha aiutato a presentare il mio lavoro alla commissione e la presentazione.

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Proposta di «flânerie» digitale (e non solo), per uscire dai luoghi comuni.

Proposta di «flânerie» digitale (e non solo), per uscire dai luoghi comuni.

Attenzione: post astruso, scritto in linguaggio aulico, con tanto di citazioni e bibliografia. Io vi ho avvertito. 

 

imagesC’è un racconto di Poe, si intitola l’Uomo della Folla (The man of the crowd, qui nella traduzione in francese di Baudelaire), risale al 1840, agli albori, quindi, della nostra modernità. Si apre, in epigrafe, con una citazione di La Bruyère: Ce grand malheur de ne pouvoir être seul! L’io narrante di descrive mentre, seduto al tavolino di un caffè londinese, immerso in un piacevole ozio, osserva dalla vetrina del locale la folla variegata che anima la strada all’imbrunire. Dopo essersi dedicato alla minuta descrizione dei tratti tipici di varie categorie di persone (distinti uomini d’affari, semplici impiegati, tagliaborse, giocatori, merciaioli ebrei, mendicanti falsi e veri, umili operaie e donne pubbliche di “ogni età e grado”, ubriachi e, ancora, pasticcieri e facchini e carbonai e spazzacamini e suonatori ambulanti d’organino e operai laceri e lavoratori d’ogni specie, esausti dalla loro fatica, chiassosamente affaccendati in un continuo e sregolato andirivieni che offendeva l’occhio per la sua assenza d’armonia, tutti colti nei loro tratti tipici, privi di individualità definita, come membri anonimi e indistinti di una folla a suo modo mostruosa e proteiforme, ad un tratto la sua attenzione viene attratta dalla fisionomia inquietante di uno strano individuo: Egli era basso di statura e molto magro, come anche allo stremo delle sue forze. Gli abiti erano sudici e a brandelli. Al bagliore dei becchi, sotto ai quali, di tratto in tratto, egli passava, m’avvidi che aveva una camicia e che essa, benché fosse sudicia, era d’un finissimo tessuto, e attraverso una spaccatura della sua giacca attillata – la quale appariva acquistata d’occasione – mi sembrò vedere, se la vista non ebbe a giocarmi, il brillio d’un diamante, ovvero d’un pugnale. Tutto questo valse ad eccitare vieppiù la mia curiosità ed io decisi di seguire lo sconosciuto per ogni dove, in qualsiasi luogo egli fosse andato.

Il racconto prosegue descrivendo l’insensato inseguimento di questo vecchio, al tempo stesso disperato e demoniaco, incapace di tollerare l’isolamento, perennemente alla ricerca di una sorta di immersione niente affatto catartica nel ventre oscuro della folla, attraverso il labirinto delle strade metropolitane, di paesaggi urbani sempre diversi, sotto la fitta pioggia, per tutta la notte e tutto il giorno seguente, fino al fatale ritorno al punto di partenza, quando, finalmente, l’inseguitore si decide ad affrontare, guardandola negli occhi, la sua preda.

Annientato dalla fatica com’ero, al cader della seconda sera, affrontai risolutamente lo sconosciuto e lo fissai negli occhi. Ma egli fece la vista di non accorgersene. E riprese, d’un subito, la sua solenne andatura, mentre io rimanevo immobile a riguardarlo, e a seguirlo non mi bastava più l’animo. «Questo vecchio», dissi allora a me stesso, «è il genio caratteristico del delitto più efferato. Egli non vuole rimanere solo. È l’uomo della folla. Sarebbe invano che lo continuassi a seguirlo, giacché non riuscirei a sapere di lui e delle sue azioni nulla più di quanto egli già non mi abbia fatto sapere. Il più malvagio cuore che esista al mondo è un libro ancor più volgare dell’ Hortulus animae e dobbiamo gratitudine alla pietà di Dio che es läßt sich nicht lesen».

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Meditazioni fra Orazio e Buddha

Qual è la linea di confine fra l’erudizione e la cultura? E poi, che cosa significa davvero “cultura”? Perché continuare a commentare, insegnare, consultare la sterminata biblioteca di Babele che il tempo ha accumulato alle nostre spalle? In che modo quel che hai letto o studiato ti è davvero utile, ovvero può migliorare seriamente la tua vita e fare da argine a tutto ciò che ti pare incomprensibile, insensato, a volte devastante?

E se facessimo un bel frego liberatorio su tutto ciò che abbiamo imparato e magari dimenticato, su quello che ci sentiamo in colpa di non aver ancora affrontato,  e anche su quello che dovremmo conoscere e di cui, magari, non abbiamo nemmeno sentito parlare? A che servono le chiacchiere morte di uomini e donne a loro volta morti da secoli, se non da millenni?

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Qualcuno aveva già capito, qualcuno ci aveva avvertito: l’utopia della Rete secondo Leopardi

Sgombriamo il campo da possibili equivoci: questo post è chiaramente provocatorio. Mettere a confronto le Operette Morali (1824 – 1832) di Leopardi e la novissima fede negli effetti taumaturgici sul genere umano della vita “social” condivisa e dissipata in Rete non può essere altro che provocazione.

Tuttavia fa un certo effetto constatare che, dando un’occhiata a quel secolo decimonono che ci pare preistoria (figurarsi, siamo nel XXI secolo da tredici anni e giudichiamo con supponenza, come irrimediabilmente defunte, le vecchie idee e passioni del Novecento, figurarsi cosa dovremmo pensare dell’Ottocento), troviamo  giudizi (ironici) dell’intellettuale forse più lucido che l’Italia abbia mai avuto i quali, opportunamente e strumentalmente (non dico di no …)  decontestualizzati, sembrano critiche attualissime  ai fautori odierni delle magnifiche sorti e progressive in salsa 2.0 (comprendendo anche alcune interessanti implicazioni politiche).

Sarà che forse è solo questione di banale buon senso? Chissà … Intanto, se volete, divertitevi, come mi sono divertita io, a trovare affinità e richiami. Beninteso, le parti in grassetto sono state da me evidenziate.

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Abbiamo davvero bisogno dell’umanesimo?

La pubblicazione nel 2010 del saggio di Martha C.Nussbaum Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica ha suscitato reazioni significative nel nostro Paese, almeno fra gli addetti ai lavori (ma non solo): si veda, ad esempio, il vivace dibattito che si sviluppò, a suo tempo, sulle colonne del Sole 24h (interventi di Claudio Giunta, Annalisa Andreoni, Andrea Pagnini e altri). Alcuni rimproveravano alla studiosa statunitense il velleitarismo nostalgico implicitamente presente nella sua proposta di recupero di una tradizione umanistica da tempo tralasciata in nome del profitto. In particolare in Italia, più che le cultura umanistica, sembrano in sofferenza proprio le discipline tecniche e scientifiche, la cui diffusa conoscenza sarebbe al contrario indispensabile per una reale modernizzazione del Paese: insomma, l’Italia sarebbe addirittura frenata dalla sua gloriosa tradizione umanistica ( o forse solo dalla retorica che ne è derivata), produrrebbe troppi laureati in lettere (o in filosofia, storia …), di fatto in larga misura superflui e non adattabili alle vere esigenze  del mercato del lavoro e del tessuto produttivo.

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“Salò” di Pier Paolo Pasolini, una provocazione sempre attuale.

 

[Una settimana fa, ho partecipato all’iniziativa “Si parla tanto di poesia – 3° edizione” presso la Libreria Coop. L’incontro, organizzato da Marco Formaioni,  si è diviso in due parti: la prima verteva sulla poesia di Giorgio Caproni (a cura del professor Davide Puccini), la seconda, indegnamente curata dalla sottoscritta,  sulla poetica di  “Salò” di Pier Paolo Pasolini.  Questo, per chi interessa,  è il testo del mio intervento su Pasolini]

 

Che cosa ci disturba, davvero, in un film così estremo come “Salò”? Avanzo un’ipotesi: quello che ci infastidisce e ci disgusta non è tanto la rappresentazione esplicita della perversione, ma il fatto che sia stato un “intellettuale”, qualunque cosa  questa definizione voglia dire per noi (e abbia voluto dire per Pasolini: non è detto che i due significati coincidano), ad assumerla e a recuperarla come metafora dell’oggi nel recinto della cultura: e con questo gesto violando appunto  la scontata (e impotente) sacralità assegnata  alla cultura dal perbenismo indifferente del senso comune.

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