I tormenti del professore di lettere

So che a qualcuno sembrerà strano. Un atteggiamento arretrato e nostalgico. Ma io sono diventata insegnante perché, guarda guarda, credevo (credo) che valesse la pena trasmettere il mio amore per la letteratura. Soprattutto per la letteratura apparentemente più inattuale. Quella che sembra più inutile. Archeologia letteraria. Se ammetto che mi piacciono i Sepolcri di Foscolo e che vorrei non venissero dimenticati, mi devo vergognare? Se dichiaro pubblicamente che giudico i Promessi Sposi (sì, il vituperato e protodemocristiano Manzoni, proprio lui) un grandissimo romanzo, sarò costretta a inginocchiarmi sui ceci? Se credo ancora che bisognerebbe perdere un po’ di tempo a leggere persino Parini? E Alfieri? Che penitenza mi tocca per aver scritto e pubblicato un indegno commento alla Satira V di Orazio? Del mio amore per Leopardi che devo farne?

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Una poesia alla settimana: Francesca di Ezra Pound

Francesca

Venivi innanzi uscendo dalla notte
Recavi fiori in mano,
Ora uscirai fuori da una folla confusa,
Da un tumulto di parole intorno a te.
Io che ti avevo veduta fra le cose prime
Mi adirai quando sentii dire il tuo nome
In luoghi volgari
Avrei voluto che le onde fredde della mia mente fluttuassero
E che il mondo inaridisse come una foglia morta,
O vuota bacca di dente di leone, e fosse spazzato via,
Per poterti ritrovare,
Sola.

Ezra Pound,  Le Poesie scelte, traduzione di Alfredo Rozzardi, 2°ediz., Milano 1961, pag.57

You came in out of the night
And there were flowers in your hand,
Now you will come out of a confusion of people,
Out of a turmoil of speech about you.
I who have seen you amid the primal things
Was angry when they spoke your name
In ordinary places.
I would that the cool waves might flow over my mind,
And that the world should dry as a dead leaf,
Or as a dandelion see-pod and be swept away,
So that I might find you again,
Alone.

 

Una poesia alla settimana

Oggi è stata celebrata la Giornata Mondiale della Poesia, proclamata dall’Unesco. Per l’occasione Contaminazioni annuncia una sua nuova rubrica: ogni settimana pubblicherò una poesia d’autore, senza commento, senza inutili appesantimenti didattici. Semplicemente i versi dei poeti che amo, antichi o moderni, da condividere con gli amici. Perché leggere la poesia significa accettare uno sguardo diverso sul mondo, uno sguardo che potrebbe riservare delle sorprese.

Cominciamo con T.S Eliot.

La figlia che piange

O quam te memorem virgo …

Sosta al piano più alto della scala –
Cùrvati sopra un’urna del giardino –
Tessi, tessi la luce del sole nei tuoi capelli –
Stringi i tuoi fiori a te con penosa sorpresa
Gettali a terra e volgiti
con fuggitivo risentimento negli occhi:
ma tessi, tessi la luce del sole nei tuoi capelli.

Avrei voluto così che egli se ne andasse,
avrei voluto così vedere lei rimanere e piangere,
egli sarebbe partito così,
come l’anima lascia il suo corpo logorato e lacero,
come lo spirito lascia deserto il corpo prima usato.
Troverei
un modo incomparabilmente abile e lieve,
un modo che entrambi potremmo comprendere,
semplice e senza fede come un sorriso e una stretta di mano.

Ella si volse, ma con il tempo d’autunno
per molti giorni costrinse la mia immaginazione,
per molti giorni e per molte ore:
con i capelli sulle sue braccia e le sue braccia cariche di fiori
E mi domando come sarebbero stati insieme!
Avrei perduto un gesto ed un atteggiamento.
Talvolta questi pensieri meravigliano ancora
la mezzanotte turbata e la pace del meriggio.

Composta ad Harvard forse nel 1911, pubblicata la prima volta in “Poetry” (Chicago), VIII, 6 settembre 1916

(Traduzione di Roberto Sanesi (In T.S. Eliot, Poesie,  a cura di Roberto Sanesi, Mondadori 1971)

Testo originale:

Stand on the highest pavement of the stair—
Lean on a garden urn—
Weave, weave the sunlight in your hair—
Clasp your flowers to you with a pained surprise—
Fling them to the ground and turn        
With a fugitive resentment in your eyes:
But weave, weave the sunlight in your hair.

So I would have had him leave,
So I would have had her stand and grieve,
So he would have left        
As the soul leaves the body torn and bruised,
As the mind deserts the body it has used.
I should find
Some way incomparably light and deft,
Some way we both should understand,       
Simple and faithless as a smile and shake of the hand.

She turned away, but with the autumn weather
Compelled my imagination many days,
Many days and many hours:
Her hair over her arms and her arms full of flowers.       
And I wonder how they should have been together!
I should have lost a gesture and a pose.
Sometimes these cogitations still amaze
The troubled midnight and the noon’s repose.