Donne che odiano le donne: perché?

Premessa necessaria. Questo non è un post pro o contro Laura Boldrini. Il punto non è condividere o meno le sue affermazioni sulla presenza massiccia di stereotipi di genere nei media e, in modo particolare, nella pubblicità. (Per inciso: sono convinta che abbia ragione. Anzi, ascoltando nuovamente, e con maggiore attenzione, il suo intervento, ritengo che per certi versi sia stata fin troppo morbida e forse un po’ generica. Ma di questo dirò meglio al termine dell’intervento). E del resto la Rete ha la memoria corta: la polemica, nei termini in cui è stata impostata,  già puzza di stantio. 

Vorrei allargare il discorso, parlando della qualità delle critiche “popolari”, in particolar modo femminili (un sunto qui),  che sono state indirizzate alla Presidente Boldrini. Poche entrano nel merito delle sue parole, pochissime considerano il contesto, un convegno su “Donne e media”, nel quale riflessioni come quelle del Presidente Boldrini appaiono quasi scontate. In realtà gli argomenti sono fondamentalmente due, sebbene il corteggio di insulti che li accompagna possa significativamente variare.

Prima accusa. C’è ben altro di cui parlare. Qui siamo con il culo per terra e di queste menate veterofemministe e insopportabilmente radical chic che non sono un problema non si sente affatto il bisogno. La terza carica dello Stato dovrebbe occuparsi di cose serie, tanto più che è pagata profumatamente con i nostri soldi.

Seconda accusa (complementare alla prima). Boldrini chi? Questa signora snob, con la sua aria da maestrina supponente, di certo non ha mai lavato un piatto in vita sua, ha sicuramente le colf e non sa niente delle donne vere che, pur facendosi un mazzo tanto, sono felici e orgogliose di accudire affettuosamente le loro famigliole felici. E poi chi ce l’ha messa lì dove sta? Come si permette?

Credo che la violenza della polemica dimostri in realtà che il problema segnalato dalla Boldrini ha davvero toccato un nervo scoperto. Laura Boldrini è una donna bella e intelligente, con un invidiabile e impegnativo curriculum, e riveste un ruolo di potere. E’ una persona elegante e curata, e sì, nel modo di parlare, di muoversi, di atteggiarsi, suggerisce una certa idea di distinzione un po’ snob: insomma ha quell’aria di “sinistra da salotto” che non di rado suscita l’ironia e il sarcasmo di avversari (ma anche di supposti amici ed alleati). Tutto questo, di certo, non l’avvantaggia dal punto di vista comunicativo: e purtroppo viviamo in un contesto estremamente emotivo, nel quale la forma della comunicazione prevale sul contenuto. Le persone tendono a reagire “di pancia” e, una volta partito l’input, il conformismo fa il resto.

Ma il conformismo agisce anche da in altro punto di vista. La storia, gli atteggiamenti, la personalità di Laura Boldrini violano ogni stereotipo implicito o esplicito nel quale l’immagine della donna, piaccia o non piaccia, ancora oggi viene costretta. Credo che l’astio che invariabilmente genera ogni uscita pubblica della Boldrini nasca essenzialmente da questo: è una donna che “non sta al suo posto”, che disorienta e suscita timore. Negli uomini, certo, ma anche (soprattutto) nelle donne. E come se, sotto sotto, si pensasse (o facesse comodo pensare) che, se una donna è arrivata dove è arrivata lei,  possa averlo fatto solo venendo meno ai suoi doveri femminili (quelli naturalmente inscritti nella biologia di ciascuna) e solo perché privilegiata.

(E ora un’avvertenza: da questo punto del post in poi, andrò sul difficile. Quindi se non siete disposti a fare un minimo di sforzo intellettuale e giudicate che anche il mio tono sia quello insopportabile di una maestrina supponente, smettete di leggere e riposate la mente).  

Diciamo che l’affaire Boldrini dimostra con estrema chiarezza l’azione della “violenza simbolica” teorizzata e studiata da Pierre Bourdieu (in particolare ne “Il dominio maschile”, ma non solo). Lasciamo la parola al sociologo francese.

“La violenza simbolica, per tentare di esprimermi nella maniera più semplice possibile, è quella forma di violenza che viene esercitata su un agente sociale con la sua complicità. […] Chiamo misconoscimento il fatto di riconoscere una violenza che viene esercitata proprio nella misura in cui non la si riconosce come violenza; è il fatto di accettare quell’insieme di presupposti fondamentali, preriflessivi, che gli agenti sociali fanno entrare in gioco per il semplice fatto di prendere il mondo come ovvio, e di trovarlo naturale così com’è perché vi applicano strutture cognitive derivate dalle strutture di quello stesso mondo. Dal momento che siamo nati in un mondo sociale, accettiamo un certo numero di postulati, di assiomi, che vengono assunti tacitamente e che non hanno bisogno di venir inculcati. Per questo l’analisi dell’accettazione dossica del mondo, frutto dell’immediato accordo fra strutture oggettive e cognitive, è il vero fondamento di una teoria realista del dominio e della politica. Di tutte le forme di “persuasione occulta” la più implacabile è quella esercitata semplicemente dall’ordine delle cose“. (P. Bourdieu, “Risposte. Per un’antropologia riflessiva”. Torino, 1992).

 

Una precisazione. Il termine “violenza” nel significato che gli attribuisce Bourdieu coincide in pratica con l’idea di “arbitrio” (culturale): nel caso specifico presentare e imporre come necessari, biologici, naturali, gerarchie di ruoli e ordinamenti della realtà che, al contrario, hanno una precisa origine storica e obbediscono ad una determinata configurazione sociale, e tutto questo in modo irriflesso, sulla base di un’acquisizione precoce (attraverso gli insegnamenti ricevuti in famiglia o nella scuola, o, ancora, grazie ai modelli trasmessi dai media).

Afferma ancora Bourdieu (qui):

E’ proprio questo ciò che intendo per violenza simbolica: inculcare forme mentali, strutture mentali arbitrarie, storiche, un’operazione che plasma, in qualche modo, gli spiriti e che li rende poi disponibili a effetti d’imposizione fondati sulla riattivazione di queste categorie.

Anche se può apparire astratto, la violenza simbolica è a mio avviso una violenza cognitiva, che può funzionare solo appoggiandosi sulle strutture cognitive di chi la subisce.

E ora, dopo aver inquadrato il problema, diamo un’occhiata alla realtà. I dati ci dicono che, in contraddizione con una pretesa di parità per molti aspetti ancora teorica, il carico di lavoro di femminile è mediamente maggiore per le donne che per gli uomini. Più precisamente:

 Le donne continuano a lavorare di più (e meno pagate) degli uomini e ora ci sono i dati a confermarlo. Precisamente il carico di lavoro per il gentil sesso è maggiore di 60 minuti rispetto a quello dei colleghi maschi. Un’ora di tempo in più dedicato al lavoro, tra casa e ufficio, che invece gli uomini possono impiegare per il tempo libero. A dirlo sono i risultati di una ricerca realizzata dall’Istat, insieme a Inps e ministero del Lavoro, che analizza proprio i carichi di lavoro tra i due sessi.

Quello che emerge dal Rapporto di coesione sociale 2012 messo a punto è che le donne, nell’età tra i 25 e i 44 anni, hanno un’ora di tempo in meno da dedicare a se stesse rispetto agli uomini, “schiacciate” tra il lavoro dentro e fuori casa, tra mariti, figli e colleghi. Se la durata media complessiva di una giornata lavorativa per un uomo è di 8 ore e 6 minuti, per  una sua collega donna sale a 9 ore e 9 minuti. Ma non solo. Se la donna in questione è anche madre, la sua giornata si allungherà fino a 9 ore e 28 minuti (in media), contro le 8 ore e 13 minuti che un padre dedica invece a lavoro e casa.

Insomma, una forbice consistente, che rimane nonostante negli ultimi anni ci sia stata una progressiva redistribuzione dei carichi e dei compiti in famiglia. Se il lavoro in ufficio occupa la maggior parte della giornata sia per gli uomini che per le donne, infatti, restano notevoli differenze soprattutto se si prende in considerazione la quantità di tempo libero a disposizione di ciascuno, terminati gli impegni lavorativi o familiari. Gli uomini possono contare su 3 ore e 36 minuti, mentre le donne hanno a disposizione solo 2 ore e 37 minuti. […]

La vera piaga restano tuttavia le retribuzioni. È noto che in Italia gli stipendi, a parità di mansioni, sono differenti per uomini e donne. Secondo i dati Istat, però, questo divario non si starebbe assottigliando. Le retribuzioni medie giornaliere per gli uomini sono infatti di 96,90 euro (annodi riferimento 2011) contro i 69,50 euro di quelle corrisposte alle donne. (fonte: Panorama)

 

Questi sono i fatti,  descritti senza retorica, con la crudezza asettica dei dati. Le donne, fra impegni dentro e fuori casa, lavorano più degli uomini. Le donne guadagnano significativamente meno degli uomini. Le donne hanno a disposizione una quota molto minore di tempo libero rispetto agli uomini (2 ore e 37 minuti contro 3 ore e 36 minuti). Le donne si occupano delle faccende domestiche per 5 ore e 10 minuti al giorno, mentre gli uomini arrivano appena a 2 ore e 4 minuti.

Che cosa ci sia di naturale e di biologicamente determinato in questa disparità io non lo capisco. Se, come scrive liricamente Elena Lowenthal sulla Stampa, “cucinare per le persone a cui vuoi bene è un atto di amore”, non mi riesce proprio intendere perché oggi dovrebbe essere un atto d’amore esclusivamente femminile. Si dice: perché la donna è naturalmente madre e predisposta biologicamente e geneticamente all’accudimento e alla nutrizione. E dunque, come la mettiamo con quelle donne che, volontariamente e consapevolmente, scelgono di non avere figli? La contraccezione dà la possibilità di decidere: la cultura e la tecnica sottraggono la donna alla tirannia della natura. La maternità non è un destino. La maternità è una scelta. E, aggiungo, anche il modo di vivere la maternità (ma non sarebbe meglio, a questo punto, parlare di genitorialità?) può (o piuttosto dovrebbe) essere il frutto di una scelta. Una scelta responsabile, certo, e, sperabilmente, condivisa alla pari con il partner: ma già il fatto di parlare di scelta, ovviamente, implica che esistano alternative liberamente percorribili, almeno in linea teorica, e che il modello non debba essere per forza uno. 

Eppure le reazioni violente di molte donne alle parole di Boldrini danno da pensare. Cito ancora Bourdieu. Alla domanda “Professor Bourdieu, secondo Lei i media esercitano una violenza simbolica?” il sociologo francese risponde:

Personalmente, penso che si possa capire l’azione dei media unicamente nella logica della violenza simbolica. I media, cioè, esercitano un effetto proporzionato alle loro capacità di manipolare le strutture precostituite della mente delle persone.

Di conseguenza, uno dei problemi è sapere che queste strutture precostituite hanno delle condizioni sociali di possibilità: esse sono costituite, alla lunga, da tutta una serie di azioni. C’è un lavoro di fabbricazione delle categorie mentali, e allo stesso tempo ci può essere un lavoro di decostruzione, di trasformazione di queste categorie. […]

Le forme più potenti di dominazione sono dominazioni senza disciplina, ed è il caso, per esempio, dell’ordine familiare, dell’ordine domestico, è il caso dell’ordine religioso, almeno in gran parte. […]

La questione diventa dunque di sapere come si sono costituiti questo ordine militare incorporato, questa sottomissione che rende possibile l’obbedienza immediata; in altri termini, come sono fabbricate le disposizioni permanenti alla sottomissione. Allora, per esempio, per capire le disposizioni femminili alla sottomissione, bisogna prendere in esame l’insieme dell’ordine sociale strutturato sulla divisione maschile-femminile, che è pieno di ingiunzioni, di richiami all’ordine.

 

Su queste basi il risentimento di certe reazioni può forse essere spiegato. Le donne fanno una gran fatica a conciliare le dimensioni familiare e lavorativa. A fronte della discriminazione comunque in atto nel mondo del lavoro, il ruolo “materno” può rappresentare una compensazione alla frustrazione. E come se venissimo indotte a pensare: “Ebbene, sì, fuori sono in difficoltà, costretta a lottare per affermarmi in un contesto ostile, ma “la mamma è sempre la mamma” e in casa mantengo comunque lo scettro, anche se questo significa sacrificio e fatica in più”. Mettere in discussione questo supposto e dubbio privilegio (che fra l’altro, a mio avviso, si regge su un nevrotizzante “obbligo alla gratitudine” per gli altri membri della famiglia, anch’essi di fatto imprigionati nella retorica della famigliola felice) finisce per essere interpretato come una provocazione, un’offesa, un tentativo di sminuire la propria identità, un attacco ad un equilibrio precario, in definitiva una minaccia.

Da questo punto di vista è forse vero che il problema degli stereotipi presenti nei media, pur importante, non può essere scollegato da altre questioni parimenti significative. I media riflettono un sistema di valori e atteggiamenti, socialmente determinato, profondamente radicato nella mentalità corrente. Se per decreto si imponesse il “politicamente corretto” agli spot televisivi, senza intervenire nelle condizioni concrete di sfruttamento ed emarginazione del lavoro femminile, non si otterrebbero comunque grandi risultati e la contraddizione rimarrebbe tutta intera: le donne, tutte le donne, anche quelle più svantaggiate, devono essere messe in grado di scegliere sul serio, e non colpevolizzate se non riescono ad adattarsi all’uno o all’altro modello, quello della donna libera, emancipata, disinibita, professionalmente appagata (stile Sex and the City, per intenderci) oppure quello della mamma indaffarata, multitasking, affannata e capace di mille acrobazie per corrispondere alle tante richieste contraddittorie che le vengono imposte.

In queste senso le dichiarazioni di Boldrini, pur condivisibili,  sembrano davvero un po’ ingenue, troppo facili, forse semplicistiche e frutto di una visione condizionata da un’obiettiva situazione di privilegio (indipendentemente dal fatto che Laura Boldrini abbia o non abbia la colf, beninteso): privilegio culturale,  prima di essere un privilegio legato allo status o al ruolo. Insomma, Laura Boldrini ha avuto  possibilità di autodeterminazione che ad altre sono ancora negate.

E’ certamente vero che altrove In Europa certe rappresentazioni stereotipate sono impensabili. Sono impensabili perché le condizioni sociali, la cultura, la storia della mentalità,  le modalità di sostegno alla famiglia e alle donne sono diverse. La politica dovrebbe intervenire concretamente per rimuovere le cause materiali della discriminazione. D’altra parte le istituzioni educative, i media, gli intellettuali (se esistono ancora) dovrebbero fare la loro parte, senza rincorrere favolette buoniste utili solo a solleticare populisticamente (e, non di rado, piuttosto cinicamente)  gli umori e i malumori del pubblico.

La battaglia sarà ancora parecchio lunga.

 

 

 

 

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