E siccome ho il blog, la predica su Piombino la posso fare anch’io.

fabbrica(E siccome ho il blog, la predica su Piombino la posso fare anch’io: sebbene Grillo sicuramente abbia più audience di me).

In realtà questo post non sarà un predicozzo, ma l’espressione dei miei dubbi e  un tentativo di chiarimento, prima di tutto con me stessa. Prendetelo per quello che vale: so bene che molti sanno già tutto e non hanno bisogno di perdere tempo con questo genere di esercizi retorici. Diciamo che mi rivolgo a quanti si sentono confusi e disorientati esattamente come la sottoscritta.

Sgombro subito il campo da un equivoco in cui spesso, negli ultimi tempi, sono incappata. Io non sono comunista. Prendo solo atto del fatto che siamo nelle condizioni in cui siamo (e che questo significhi passare agli occhi di molti per una nostalgica massimalista e una pericolosa estremista, la dice lunga sulla situazione che stiamo vivendo).

Per esempio, non mi pare proprio che la mano invisibile del mercato, lasciata completamente a se stessa,  abbia prodotto fantastici miglioramenti nel tenore di vita delle categorie più deboli. Da quando il neoliberismo ha trionfato e si è imposto come una sorta di monoteismo economico, l’unico orizzonte possibile in cui vivere e agire,  mi sembra che la gente qualunque come me stia peggio, non meglio, rispetto al passato.

Valuto quelle che saranno le prospettive reali dei miei figli, continuando per questa strada: e ho paura.

Vedo che pochissimi si sono arricchiti con la crisi, mentre la maggioranza si è impoverita, se non addirittura immiserita.

Mi rifiuto di pensare che le persone siano solo “materiale umano”, riciclabile e scartabile a piacimento, e penso che il lavoro, secondo il dettato della nostra Costituzione, sia fondamento della democrazia, ovvero della possibilità di esercitare il proprio diritto di scelta, senza essere ricattabili.

Sono convinta che la precarietà mascherata da flessibilità sia una delle truffe più grandi perpetrate ai danni di generazioni vecchie e nuove e che le responsabilità politiche siano trasversali e ben distribuite.

Credo che i diritti vadano estesi a chi non li ha,  e non tolti a chi li ha già conquistati.

Vorrei che la politica riconquistasse il suo ruolo di guida e indirizzo dell’economia e non si rendesse complice (in nome del superamento delle ideologie, della fine della distinzione fra destra e sinistra, e bla bla) del pensiero unico neoliberista.

Ho l’impressione  che stiamo retrocedendo di centocinquant’anni (sarà per questo che Marx torna di moda?) e non mi piace per nulla.

Non vedo proprio perché dovrei gioire dell’arricchimento di pochi privilegiati e dei loro rampolli (che spesso non hanno alcun merito, se non quello di “essere figli di …” alla faccia della meritocrazia sbandierata e poco, pochissimo praticata).

Se mi trovo arruolata in una nuova lotta di classe, non l’ho voluto certamente io: altri l’hanno cominciata, ed è una lotta di classe al contrario, intrapresa da chi più ha e può vivere di rendita (finanziaria) ai danni di chi campa giusto del proprio lavoro (Luciano Gallino insegna)

Infine: sono così poco comunista che vorrei ci fosse davvero mobilità sociale, ma quello che vedo è un sistema di caste chiuse in cui chi è povero diventa sempre più povero, e chi è ricco sempre più ricco.

Per tutte queste ragioni, alle elezioni europee voterò la Lista Tsipras.

Diverso il discorso per quanto riguarda le Amministrative. Tenterò di spiegare perché.

In questi giorni di passione, con l’altoforno ormai in coma farmacologico, ho letto di tutto e di più sulla triste situazione che la mia città sta vivendo. Anche molta retorica, in realtà: valga per tutte l’immagine dell’altoforno come “bestia addormentata“,  evocata dal lirismo dell’ineffabile Mariano Maugeri, discusso giornalista del Sole24h, ormai piuttosto famoso fra  i miei concittadini. Una formula si rincorre nelle cronache dei media nazionali, ora che finalmente si sono accorti che qua siamo nei guai: “elaborazione del lutto”, difficile, tormentata e incerta (vedi qui, il solito Maugeri).

Letteratura, e di scarsa qualità. Credo che, se davvero nel corso degli anni ci fosse stata la volontà (politica) di creare alternative possibili (sulla base di innovazione tecnologica, sviluppo ecologicamente sostenibile e, soprattutto, di una coerente e lucida politica industriale), nessuno si sarebbe impiccato ad ogni costo al destino dell’altoforno, in nome della memoria storica della comunità. Quello che ci spaventa non è lo spegnimento dell’altoforno in sé, né la perdita di una supposta “identità operaia collettiva”.

Quello che fa paura è il salto nel buio, l’impressione di essere sacrificabili a interessi che sfuggono, le incertezze di un futuro che si intuisce più povero e difficile. Davanti a tutto questo, le chiacchiere stanno a zero. Altro che elaborazione del lutto: qui si tratta di portare la pagnotta a casa.

Da un altro punto di vista: non è vero che la “classe operaia” non esiste più. Qualche giorno fa, quando ho partecipato al blocco dell’entrata a Piombino, ho visto operai veri, non fantasmi ideologici di un tempo trascorso. Purtroppo  gli operai in carne ed ossa non interessano, non sono mediaticamente efficaci,  e la loro ostinazione nel continuare ad esistere  è imbarazzante:  perché, ovviamente, dismettere l’intero comparto industriale di una paese come l’Italia (a proposito, siamo sempre la nona economia al mondo, o ci hanno già sorpassato?) sarebbe un affar serio, sebbene non sia detto che il disastro alla fine non riesca. Affinché  gli operai piombinesi potessero finalmente godere del loro quarto d’ora di gloria televisivo, tardivo, probabilmente inefficace e destinato a chiudersi presto, è stato necessario appellarsi al Papa perché, almeno lui, ci ricordasse nelle sue preghiere: il grado zero della politica, direi, e altro segno sconfortante dei tempi.

Tuttavia è meglio continuare a ciarlare di trasformazioni epocali. Anche qui, a Piombino, come se il radicale ridimensionamento di quello che era il secondo impianto siderurgico in Italia non fosse un danno per l’economia nazionale nel suo insieme e le proteste odierne fossero solo l’espressione di un’ottusa resistenza al nuovo che avanza.  Come se qualche migliaio di  addetti brutalmente espulsi dal mercato del lavoro potesse essere riciclato di botto nel turismo o nella cantieristica da diporto, per dire (e come se anche questi settori non fossero comunque in crisi, com’è logico che accada quando l’impoverimento è collettivo), oppure tutti potessero trasformarsi gioiosamente in “imprenditori di se stessi”.  Non so, a volte mi sembra che qualche mio concittadino abbia le traveggole.

È stato firmato un impegnativo accordo di programma che, parrebbe, apre qualche spiraglio. Tuttavia la diffidenza è d’obbligo,  perché questa firma non garantisce automaticamente che le promesse saranno mantenute e i fondi effettivamente stanziati e utilizzati nel modo migliore e più efficace per gli interessi della Val di Cornia. In realtà la questione si inserisce in una cornice ben più vasta, e gli attori interessati sono numerosi e sfuggenti. Siamo, appunto, in tempo di elezioni, non dimentichiamolo. E infatti  è arrivato anche Grillo, accompagnato dall’esultanza e dagli improperi delle opposte tifoserie, e con il suo solito repertorio da guitto. Prevedibile.

Così come erano prevedibili le polemiche che Grillo, con il suo folcloristico intervento, ha suscitato sulle bacheche facebook dei piombinesi, luogo immateriale dove, di fatto, sembra essersi spostata la volontà di partecipazione politica: forse perché le forze che un tempo erano in grado di ascoltare e interpretare le ragioni dei più deboli, ispirandone e guidandone la reazioni, hanno ormai perso ogni residua credibilità, visto il loro allineamento al pensiero unico imperante. Così l’unico sfogo possibile è giusto quello individuale, non di rado scomposto, parziale, intollerante, tipico della chiacchiera da bar in formato digitale. Per dire: ci si accapiglia da giorni su un cartello di dissenso (c’era, non c’era, era o non era una provocazione?), prima esibito e poi scomparso durante il comizio del comico genovese. Un dettaglio che ha conquistato tutta la scena: in questo modo  il dibattito si fa davvero surreale.

Sulla base di quel poco che sono in grado di comprendere ( no, al contrario di molti, non ho nessuna verità in tasca da proclamare dal palco improvvisato della mia tastiera), temo che l’affondamento dell’economia piombinese si inserisca a pieno titolo nella cinica deriva economicistica che caratterizza il nostro tempo, rispetto alla quale, nel corso degli anni, sia i sindacati sia il Partito Democratico sono stati impari, a voler essere gentili: insomma, qualcuno dovrebbe interrogarsi seriamente su quello che è stato o non è stato fatto o detto. Non è che  siamo arrivati alla situazione attuale per uno strano concorso di circostanze indipendente da qualunque volontà politica, economica o sindacale.

Insomma, mi pare che la crisi di Piombino si spieghi bene a partire dalle premesse generali enunciate in apertura di post: pensiero unico neoliberista, finanziarizzazione dell’economia,  precarizzazione del lavoro, retrocessione dei diritti.  La conseguenza non può essere che una sola: chi ha comunque deciso di restare all’interno di una logica che nel giro degli tre decenni ha causato i danni che tutti stiamo subendo, non può chiamarsi fuori. Non sarà una firma o una promessa a costo zero a salvare l’anima a lui e il didietro a noi.

L’insofferenza cresce, e così anche il sentimento di impotenza di quanti, come la sottoscritta,  hanno difficoltà a trovare una sponda politica credibile, in particolare a livello locale: specialmente se non si ha nessuna intenzione di cedere al populismo facile e alle semplificazioni banalizzanti di un comico  in cerca di  consenso, uno che, per i miei gusti, urla troppo e argomenta poco, per dire (e invece ne ho sentiti parecchi pronti a votare in quella direzione, anche se non condividono una virgola di quello che Grillo dice, pur di cacciare una volta per tutte chi ha sempre governato questo territorio e ora sembra colto da una sorta di delirio autodistruttivo).  Le stesse forze di sinistra, quelle che per le europee corrono insieme sotto le insegne di Tsipras, qui non sono state in grado di superare le differenze e le diffidenze e hanno preferito marciare divise. Per andare dove, non so.

E allora, la conclusione qual è? Da dove ripartire? Che fare?

Qualche risposta? Il mio voto (e quello di chi potrebbe riconoscersi nelle mie parole) interessa a qualcuno?

 

 

 

 

 

 

 

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