Il legame dimenticato fra democrazia e lavoro

L’ultima “gaffe” del Ministro Fornero (ma davvero si tratta di gaffe, di un fraintendimento? oppure le parole del ministro, finalmente, contengono una chiara ammissione di verità, una presa di posizione dichiaratamente politica che rivela il trucco retorico di una pretesa neutralità “tecnica”?) sul tema del lavoro ha naturalmente suscitato vaste e scomposte reazioni. come se Elsa Fornero si fosse lasciata scappare chissà quale mostruosità e avesse pronunciato un imperdonabile sacrilegio. Il fatto è che il ministro ha semplicemente enunciato il principio che sta alla base di un evidente dato di fatto: il lavoro, in Italia, e non solo in Italia, non è più un diritto, e non da ora. Con la benedizione del cosiddetto “finanzcapitalismo“( tanto per citare Luciano Gallino) che negli anni ha goduto di un vasto assenso politico, trasversale alla destra e alla cosiddetta sinistra. La colpa non è di Monti o di Fornero, o meglio, non è solo loro. La storia è ben più antica.

Nel maggio del 2011, a Piombino, Marco Panara presentò il suo libro “La Malattia dell’Occidente. Perché il lavoro non vale più“. In quell’occasione scrissi una lunga recensione del saggio, recensione che, almeno nei suoi passaggi più significativi,  mi sembra giusto riproporre in questa sede e in questo momento. Dunque, un anno fa, quindi prima del governo “tecnico” e dell’attuale ricatto che, allo scopo di garantirci una salvezza paradossale ( tradotta in una perdita secca di diritti e in un ulteriore allargamento della forbice fra i pochi ricchi e i troppi poveri o impoveriti), scrivevo:

“Che ci sia la crisi, e che la crisi sia lontana dall’essere archiviata, lo sappiamo tutti e tutti lo viviamo sulla nostra pelle: ma la sue ragioni non di rado ci sfuggono e troppo spesso capita di preferire le soluzioni facili, legate a slogan populistici e di facile presa e consenso immediato, ad una consapevole presa d’atto di una situazione maturata nel corso di qualche decennio, una situazione che non poteva non portare alle attuali, evidenti, conseguenze.[…]

Il lavoro non vale più. E il lavoro è il collante della democrazia così come la conosciamo e siamo abituati a concepirla. Se il valore del lavoro viene meno, se vengono meno la sua dignità, i suoi diritti, il  suo riconoscimento sociale ed economico, ne deriva inevitabilmente un offuscamento fatale della qualità della vita individuale e collettiva. Questa è la tesi di fondo del libro di Panara: e, a ben vedere, si tratta del classico uovo di Colombo. Ma l’evidenza di questa “malattia” (la “malattia dell’Occidente” che dà titolo al saggio) è stata troppo spesso nascosta da un uso fuorviante e strumentale delle parole. Per esempio, si scrive “flessibilità” ma si legge, troppo frequentemente, “precarizzazione”. E una vita “precaria” dal punto di vista della remunerazione, dei diritti, delle prospettive, quella vita precaria che sembra attendere i nostri figli nei termini di un destino avvertito come ineluttabile e ineludibile, conduce naturalmente alla perdita di potere, alla limitazione dell’effettiva possibilità di scelta, all’incapacità di esercitare autonomamente e responsabilmente la cittadinanza. L’asservimento ideologico al paradigma di un mercato lasciato completamente a se stesso e alle sue pulsioni, un mercato che si è via via scrollato di dosso il rispetto delle regole e il sentimento della responsabilità verso il bene comune e individuale, in nome di un egoismo rapace che non vuole riconoscere limiti e doveri, ha pesantemente condizionato fin qui le scelte politiche sia a destra che a sinistra. La destra ha abbandonato ogni possibile orizzonte progettuale di più ampio respiro, preferendo “disfare lo Stato invece di farlo funzionare bene, negare il valore delle tasse invece di usarle meglio, togliere le regole invece di scrivere quelle giuste” (pag 141 – 142).  La sinistra si è trovata intrappolata  in un’ “altalena tra rigidezze superate e nuovi orizzonti che si fa fatica a seguire e che rende difficile consolidare valori, elaborare un linguaggio, una visione, un progetto”. (pag 142). Vedi Mirafiori. 

Quali siano i risultati, lo vediamo bene. C’è un passo del libro di Panara che mi ha particolarmente impressionato: 
I meccanismi  con i quali si formano le rendite sono molteplici, ma sempre richiedono una complicità della politica. Un sistema che consenta i monopoli, gli oligopoli, le posizioni dominanti favorisce le rendite, così come un sistema nel quale ci sono barriere all’accesso, settori economici non liberalizzati. Ma si creano anche dove ci sono trattamenti fiscali che privilegiano rendite e capitale rispetto al lavoro e all’impresa, dove il sistema legale non funziona e lascia spazio a chi ha più forza o più spregiudicatezza, dove lo Stato non controlla il territorio, dove non c’è un’adeguata tutela dei consumatori, dove c’è spazio per la corruzione, dove non c’è rigore per la spesa pubblica o non c’è una corretta allocazione delle risorse. Tutto ciò disperde ricchezze, crea privilegi e rendite, accentua diseguaglianze di trattamento e di opportunità, che se prolungate o accentuate possono minare la coesione sociale e la tenuta dello Stato democratico”.  (pag. 139) Si tratta di un ritratto impietoso, di fatto, della situazione in cui si trova il nostro Paese: e non c’è celebrazione per i 150 anni che tenga, non ci sono retorica patriottica o sberleffo populista che possano nascondere lo stato delle cose, non ci sono insulto televisivo o slogan demagogico che alla lunga possano arginare la decadenza inevitabile della qualita della nostra vita politico-sociale e dello stato di salute della nostra economia. Insomma, il tempo sta scadendo, e bisognerebbe svegliarci con una certa urgenza. 

Perché sì, è vero, la parte centrale del libro ricostruisce con rigore ed efficacia le ragioni lontane e non locali di una crisi in parte generata e sostanzialmente amplificata dalla globalizzazione: ma se gli Stati Uniti (e non solo) hanno giocato un ruolo essenziale nella progressiva svalutazione del significato etico ed economico del lavoro, attraverso un meccanismo perverso di indebitamento diffuso che nel 2008 (ma le avvisaglie c’erano già da prima) ha finito per scoppiare generando le conseguenze che sappiamo, noialtri ci abbiamo messo del nostro. Forse le nostre Banche sono state più prudenti nella gestione di fondi a rischio e titoli spazzatura, ma il sistema Italia nel complesso è arretrato, strutturalmente e culturalmente. Un esempio? Uno dei possibili strumenti di rivalutazione del ruolo del lavoro, è  l’attribuzione di un valore aggiunto in termini di conoscenza, qualità e competenza. Questo valore dovrebbe derivare da una generale riqualificazione e ammodernamento del sistema formativo. E qual è il settore in Italia che più impietosamente è stato tagliato, impoverito senza alcuna contropartita, immiserito e dequalificato (e non solo dalla destra, sia ben chiaro)? Ma tu guarda, la scuola. Al punto che i nostri giovanisono meno istruiti, più depressi e meno valorizzati rispetto ai loro coetanei del resto del mondo. E sempre più si diffonde l’errata ed esiziale percezione che studiare non serva, sia una perdita di tempo, una sciocchezza, un lusso per perdigiorno viziati: meglio, evidentemente, una massa di lavoratori ignoranti, sottopagati e sfruttati che comunque riescono a portare a casa una sia pure immiserita pagnotta (forse), cedendo in cambio quote sempre più consistenti di diritti e dignità. 

Ma questo discorso ci porterebbe lontano. In ogni caso, vale la pena di leggere questo bel libro e di riflettere sulle sue conclusioni. Perché la sfida è di quelle vitali, ma forse non l’abbiamo ancora del tutto persa, se ne sapremo riconoscere le motivazioni profonde e la genesi più lontana. E,  soprattutto, se  saremo in grado di recuperare il senso più autentico della nostra storia, quella  storia che sta alla base dell’art.1 della Costituzione: L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. E non si tratta solo di un’affermazione retorica, superata dai fatti, buona solo per le celebrazioni ufficiali: ma di un nesso fondamentale del quale dobbiamo acquisire nuova e più motivata consapevolezza”. 

Vedo bene che questa consapevolezza alla quale mi appellavo nel mio commento è sempre più lontana dal nostro orizzonte. Può darsi, come mi è capitato di leggere recentemente in una discussione in Rete fra persone (progressiste) evidentemente più informate di me, che la contrapposizione capitale/lavoro sia una vecchia faccenda novecentesca archiviata dalla storia e che quindi sia necessario acquisire una prospettiva  “liberal” aperta al futuro. Non mi pare che la situazione autorizzi una diagnosi di questo genere ( “diagnosi” che, casomai, sembra essere piuttosto un sintomo della malattia): ma non voglio lasciarmi prendere la mano da dotte disquisizioni sui massimi sistemi. Quello che mi interessa è la concretezza della vita quotidiana, e non astratte formule di scuola. E quello che vedo, quello che sento, è un generale disorientamento: la paura del futuro, la mancanza di sicurezza, la diminuzione della dignità, il timore per i nostri figli, la sensazione di un generale regresso, il restringimento di diritti che pensavamo indiscutibili.

Nella mia famiglia abbiamo sempre e soltanto lavorato, cercando di risparmiare il giusto per conquistarci un’accettabile sicurezza, non compiendo mai scelte al di sopra delle nostre possibilità, evitando i debiti, pagando le tasse e insegnando ai nostri figli che lo studio avrebbe garantito loro un futuro sereno, così come serena era sempre stata la nostra vita fino a pochi anni fa. Sono i principi secondo i quali abbiamo vissuto noi e la maggior parte di coloro che ci circondano. Molto ingenuamente, eravamo persino convinti di essere passabilmente liberi e che la democrazia ci garantisse la possibilità di scegliere come e da chi essere governati. E credevamo che i diritti dei quali godevamo (conviene cominciare ad usare l’imperfetto), conquistati peraltro non gratuitamente, ma dalle lotte e dai sacrifici dei nostri padri, non sarebbero mai stati messi in discussione e che, anzi, si sarebbero estesi anche agli altri, quelli rimasti esclusi dalla grande “torta” dell’Occidente. Constatiamo amaramente che così non è: forse la nostra libertà, il nostro benessere, i nostri diritti, appunto, sono stati solo un’illusione della storia ed il mondo sta tornando rapidamente alla logica naturale dell’homo homini lupus. Vince chi è più forte, più cinico, più spregiudicato. Tutti gli altri sono comunque sacrificabili sull’altare del profitto e dell’interesse.

E tuttavia noi, e quelli come noi, siamo veri, non un numero di una statistica o la definizione di un manuale di economia, e nemmeno anonimi atomi di una massa strumentalizzabile a piacere per i fini del potere e del paneconomicismo odierno. Ma la nostra verità si scontra oggi con la nostra impotenza. Non so davvero se e come sarà possibile un’inversione di tendenza, magari grazie alla rinascita di un nuovo umanesimo che metta nuovamente al centro l’uomo, ascoltandolo,  senza sottometterlo alla tirannia e agli automatismi senza regole dei mercati: mercati speculativi,  autoreferenziali,  che pretendono di obbedire alla legge di natura e quindi ad un principio di realtà incontrovertibile, al quale la politica, tutta o quasi, si inchina con reverenza, rinunciando di fatto al suo compito di guida, di regolazione, di ispirazione.

Bisognerebbe forse rovesciare il tavolo, sottrarsi a questa illusione, a questo sentimento di irrimediabilità, rifiutarsi di giocare una partita truccata, smascherare l’inganno retorico di argomentazioni che aspirano, in modo ingannevole, allo statuto di verità assolute, procedere ad un’azione continua e salutare di demistificazione. In fondo la storia ci insegna che niente è eterno e quindi, presto o tardi, anche questa sbornia ideologica passerà.

Ma a che prezzo? E nel frattempo, quante saranno le vittime?

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