La miseria del mondo

Di tutte le forme di persuasione occulta, la più implacabile è quella esercitata semplicemente dall’ordine delle cose

Pierre Bourdieu

Qualche giorno fa, mentre mi recavo in libreria per pagare la mia quasi quotidiana “tassa in libri”, ho incrociato, semi nascosta dietro un angolo, una donna non più giovane, italiana, vestita con una certa dignità,  anche se poveramente. Mi ha fermato: “Scusi, signora, posso farle una domanda?”.

Naturalmente l’ho fissata con una certa diffidenza, sia pure mascherata da un sorrisetto di cortesia. Pensavo, francamente, fosse una testimone di Geova, o qualcosa del genere.

E invece mi fa, a voce bassa, precipitando le parole, con un’espressione negli occhi fra implorazione e terrore: “Mi potrebbe dare qualche spicciolo per comprarmi qualcosa da mangiare? Perché è da ieri che non mangio, e mi sento svenire”.

Ora, io detesto l’accattonaggio perché so benissimo che dietro ai disperati accovacciati davanti ai supermercati, sui sagrati delle chiese, nei sotterranei della metropolitana, si nasconde, il più delle volte, un racket spietato. E penso che la pietà distratta dei passanti, in realtà, alimenti l’avidità e la crudeltà degli sfruttatori: credo che questa forma di schiavismo, antica e nuova allo stesso tempo, dovrebbe essere stroncata da chi di dovere. Per questo, di norma soffoco la compassione e passo oltre.

Ma questa volta, di fronte ad una donna che in realtà sembrava una pensionata qualunque, sono rimasta spiazzata. E, frettolosamente, invece di qualche spicciolo, le ho messo in mano una banconota da dieci euro.

“Ma signora, è troppo, è troppo!” ripeteva la disgraziata. “Non importa, si compri qualcosa da mangiare e guardi di non svenire”. Me ne sono andata di fretta, inseguita dalle sue benedizioni, chiedendomi se per caso avessi peccato per ingenuità e, allo stesso tempo, urtata con me stessa per la mia residua diffidenza. Non mi sentivo per niente più buona: semmai più spaventata e forse, addirittura, più egoista e cinica.

I nuovi poveri, già, quelli che non guardiamo e non vogliamo vedere perché ci fanno paura, perché mai come oggi, sotto sotto, temiamo che il loro destino possa essere lo specchio del nostro futuro e di quello dei nostri figli. La loro rappresentazione raramente trova spazio nel discorso pubblico: falliti, esclusi e perciò invisibili.

Intrappolati come siamo nelle discussioni infinite sullo spread, il debito pubblico, i tagli all welfare, l’ostilità per Keynes e i colpi di coda delle ricette neoliberiste, discussioni di norma condite dal rifiuto delle “ideologie” novecentesche,  nessuno di noi, a parte qualcuno, si chiede davvero che fine facciano, concretamente, i nuovi esclusi, i “vinti” del XXI secolo: disoccupati, precari, pensionati, cassintegrati. Intanto la rabbia cresce e con la rabbia la tentazione della repressione brutale. Ma crescono anche la disperazione, e la solitudine, e la miseria del mondo: e con loro, da un lato l’impotenza, dall’altro l’indifferenza e la paura.

Certo, quella patetica anziana che ho incontrato qualche giorno fa, non scenderà in piazza, se non per mettersi in fila davanti alle mense della Caritas.

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