La spocchia del Web

… ovvero mi si è alzato Klout, ma il mio idraulico non lo sa.

La questione del giorno è: ha vinto le primarie chi ha comunicato di meno attraverso gli strumenti del web, perché? Le analisi si sprecano ma. a parte l’opinione argomentata degli specialisti in comunicazione (vedi una sintesi qui), a me interessa osservare il tono generale dei commenti, prima durante e dopo il voto,  dei semplici utenti e fan dell’uno e dell’altro schieramento: almeno di quelli che si trovano nella mia cerchia di contatti.

E che cosa ne ricavo? L’idea che i social network, in linea generale, spesso sono solo uno sfogatoio di umori e malumori formato commento, la dimora di flame infiniti senza costrutto, di contrapposizioni fra opposte tifoserie che si lanciano reciprocamente come pietre virtuali slogan e parole d’ordine confezionati da altri, senza il minimo tentativo di argomentazione razionale. E non di rado si preferisce rimanere nel recinto della propria tribù, dandosi ragione fra compagni e amici, piuttosto che accettare serenamente il confronto con chi la pensa diversamente: anche perché, spesso, è complicatissimo innescare un confronto, appunto, sereno, senza che si scada nello scambio di pure e semplici invettive. fino alla cacciata con ignominia degli avversari dal novero degli amici. In queste condizioni, quanti voti potevano mai spostarsi? In realtà, chi è andato a votare, era comunque un elettore in un modo o nell’altro già arruolato in partenza, frequentasse o meno la Rete: difficile modificarne le intenzioni. Insomma, nella secolare contesa fra Guelfi e Ghibellini, i Guelfi restano Guelfi e i Ghibellini Ghibellini, almeno a parole.

Purtroppo, da vecchia frequentatrice dei social cosi, in particolare facebook, nutro da tempo un’impressione. Il problema non è solo o non tanto la maggiore o minore familiarità degli Italiani con gli strumenti tecnologici: il fatto è che la chiacchiera. per quanto on line,  non è comunicazione, tanto più se notiamo quanto siano diffusi l’uso incerto della lingua italiana, una zoppicante cultura politica, una conoscenza approssimativa dell’attualità basata più sul sentito dire che su altro e la tentazione costante della faziosità. Di tutto questo si nutre il populismo demagogico, fantasma da molti evocato ma mai definitivamente esorcizzato, se non altro perché fa comodo a troppi. Giocherellare abilmente con Facebook o con Twitter non ci rende  necessariamente più moderni: la Rete è bella quando si fa tramite di conoscenza e informazione, non quando è semplice veicolo di propaganda. Ma la cultura degli Italiani è quella che è, per un mucchio di ragioni: e l’ignoranza condivisa non si trasforma in sapere, resta ignoranza.

Non sto dicendo niente di particolarmente originale, mi rendo conto. Ma a fronte di una situazione abbastanza evidente, c’è la straordinaria ipertrofia dell’ego di chi su Internet praticamente vive, opera, lavora e gioca, fino a perdere di vista il fatto che fuori dallo schermo del computer c’è tutto un mondo che di influencer, follower, tweet, hashtag e via anglicizzando sa poco o nulla: non si tratta necessariamente di ignoranti semianalfabeti ma, talvolta, di persone competenti che tuttavia hanno poco tempo da perdere in chiacchiere da bar. Che poi le chiacchiere si facciano in un bar feisbucchiano, per dir così, non ne cambia la natura di chiacchiere.

Vedete, nell’ultima settimana il mio indice Klout è salito di tre punti. Ma all’idraulico che non si fa vivo per riparare il mio impianto di riscaldamento sofferente, mica posso dire: “Ohè, signore, lei non sa chi sono io! ho il klout, mica bazzecole!”

 

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