Lettera aperta al Ministro Profumo n°2

Ragionando a mente fredda sulle conseguenze dei provvedimenti sbandierati dal Ministro Profumo. E sulla tempistica di certi annunci. 

Gentile Ministro,

ma cosa mi combina? Certo che ha irritato parecchio i docenti con questa storia del “bastone e della carota”, con il ventilato aumento dell’orario di lavoro a parità di stipendio (o a stipendio diminuito di fatto, visto che gli scatti sono congelati), con il richiamo a standard europei (mi verrebbe da dire, da europeista quale sono sempre stata: e basta con quest’alibi, un alibi che maschera qualunque nefandezza, povera Europa). Le reazioni sono state molte e vivaci, e non ho proprio niente da aggiungere a quello che molti colleghi hanno scritto e condiviso in Rete e altrove. Senza contare la simpatica risposta degli studenti durante la manifestazione di ieri.

E pensare che le avevo rivolto un’accorata lettera, chiedendo un po’ più di attenzione e meno approssimazione nell’impostazione di una politica seria rivolta al mondo della scuola. Ma si sa, non è che un Ministro  “tecnico” e “impegnato” come Lei abbia il tempo di scovare nei meandri della Rete lo sfogo di un’umile insegnante, che non conta nulla e non è nessuno. Del resto voialtri lasciate passare persino scioperi e manifestazioni nazionali come fastidiosi inciampi alla vostra illuminata azione di Governo, fiammate di una giornata destinate a non lasciare il segno, mentre l’implacabile meccanismo delle “leggi di stabilità” e dei provvedimenti urgenti va avanti, con tanti saluti alla dialettica democratica. La piazza, reale o virtuale che sia,  è notoriamente umorale e inaffidabile: ci vogliono, appunto, bastone e carota e le residue obiezioni si dilegueranno come neve al sole.

In effetti, la sue tempistiche fanno riflettere. Sia il suo (un po’ infelice, ammettiamolo) richiamo a “bastone e carota”, sia il proposito di rendere i docenti più “flessibili”, come dice lei, sono stati diffusi alla vigilia dello sciopero della scuola del 12 ottobre: come dire, scioperate e manifestate, noi andiamo avanti, arrivederci e grazie. Non si tratta di essere maldestri dal punto di vista comunicativo, è qualcosa di più sottile e demagogico. Ovviamente la reazione dei docenti è scattata immediatamente, come una sorta di riflesso condizionato. Ma in Rete e altrove si trovano anche le numerose considerazioni di chi, non sapendo nulla o quasi di come il nostro lavoro sia cambiato nel corso degli ultimi anni e sposando acriticamente gli innumeri luoghi comuni che circolano sull’argomento, sostanzialmente dice: “Cari professori, ma che volete? Lavorate 18 ore settimanali, avete tre mesi di vacanze, non rompete. Sì, va bene, la correzione dei compiti, la preparazione delle lezioni, gli impegni pomeridiani … ma avete presenti le condizioni di lavoro in altri settori?”. E qui parte l’usuale dialogo fra sordi (si veda per esempio la coda di commenti all’articolo sul Sole 24h). Mi domando se le sue intenzioni non mirino proprio a lusingare la gran massa dei disinformati.

Il punto è che i docenti sono già parecchio flessibili e in linea generale i vari POF delle singole scuole prevedono numerosi progetti e iniziative pomeridiane (arricchimento dell’offerta, corsi di recupero e similia), in genere pagati poco, male e in ritardo, che comunque una buona fetta di professori seguono ben oltre l’orario di servizio della mattina, per puro spirito di missione e senso di responsabilità, non certo per arricchirsi.  Vogliamo dire che la disastrata scuola italiana ha finora retto proprio in virtù di questo? Tuttavia, negli ultimi tempi, si sta verificando un fenomeno singolare (non più di tanto, a pensarci bene): i docenti sono stanchi.

Non stanchi moralmente, si intende (anche se è così), ma proprio stanchi fisicamente. Il numero di alunni per classe è levitato, gli obblighi “normali” connessi allo svolgimento decente delle attività della mattina e agli impegni collegiali (riunioni di dipartimento, consigli di classe, collegi dei docenti, aggiornamenti più o meno coatti) si sono moltiplicati, i ragazzi sono diventati sempre più complicati e difficili da gestire (aumenta il disagio psicologico – penso, ad esempio, ai sempre più frequenti casi di bulimia/anoressia, alle crisi di panico …- , aumentano i DSA – Disturbi Specifici dell’Apprendimento – certificati, aumentano gli alunni stranieri con scarsa o nulla conoscenza dell’italiano, aumentano i casi di bullismo e di difficoltà relazionali più o meno gravi). In questa situazione il docente medio che può fare?  Gradatamente abbandona le velleità creative, si dedica alle priorità e lascia perdere tutto il resto: che pure è importante, perché è vero che di lì passa la possibilità di rinnovare e migliorare la didattica, di lì sono passate le esperienze migliori della scuola italiana.

E allora? E allora, ecco scovato l’escamotage. Obbligare di fatto i docenti a lavorare di più, pena la diminuzione dello stipendio. Insomma, mentre in passato le attività aggiuntive e integrative, incluse le supplenze oltre le 18 ore e i corsi di recupero,  venivano in qualche modo riconosciute (poco) anche economicamente (e, naturalmente, chi si limitava a fare il suo, perdeva, per sua scelta, queste minimali integrazioni), ora il meccanismo, sembrerebbe, viene invertito. Non qualcosa in più a chi fa di più, ma parecchio in meno a chi si limita all’attività di insegnamento della mattina che, come ho cercato di spiegare sopra, è diventata nel tempo assai più gravoso. Straordinario esempio di bastone e carota, con una certa preferenza per il bastone, sembrerebbe.

Dico la verità. Ce la siamo cercata. Dovevamo, da tempo, essere meno disponibili, meno “responsabili”, e far esplodere la contraddizione. Ci ha fregato l’amore per l’insegnamento e il desiderio di tenere comunque insieme i pezzi. Ci ha fregato il fatto di amare il nostro lavoro. Ci ha fregato lo spirito di missione. Approfittarsene in questo modo, tuttavia, mi pare assai poco equo, tanto più che si cerca di addolcire la pillola promettendo in futuro eventuali riconoscimenti economici al cosiddetto merito (e mi meraviglio che qualche illustre solone ci caschi): una vecchia presa in giro, che abbiamo già sentito innumerevoli volte (già all’epoca di Gelmini i risparmi realizzati con i tagli avrebbero dovuto essere reinvestiti a questo scopo). In realtà, si tratta di un ulteriore, pretestuoso taglio alla scuola pubblica che fa leva da un lato sull’incapacità dei docenti di reagire compattamente, dall’altro sullo scarso prestigio sociale di cui la categoria gode, soprattutto dopo anni e anni di costante e strisciante delegittimazione. Ecco perché definisco demagogiche le sue prese di posizione, che sono assai più furbe di quanto non lascerebbero intendere a prima vista. Furbe, attenzione, non lungimiranti. Perché non fanno altro che aumentare la demotivazione degli insegnanti più bravi e coscienti, mentre gli altri galleggeranno nelle pieghe del sistema come sempre hanno fatto: e senza un investimento serio sul personale, il sistema scuola si accartoccerà penosamente su se stesso.

Saluti, Ministro. Immagino che, se continuerà su questa strada, mi farò presto sentire di nuovo. Anche se la capacità di ascolto non sembra che vada annoverata fra le dubbie virtù del governo tecnico del quale fa parte.

 

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