Oilproject, parecchi dubbi e poche certezze. Ma io non sono un “media guru”.

Grazie all’evento World Wide Rome, la piattaforma OilProject, pomposamente denominata “la più grande scuola online in Italia”, ha di fatto ricevuto la sua consacrazione ufficiale. Per vostra comodità, ecco una breve rassegna stampa:

OilProject, quando i corsi diventano playlist (Il Sole 24h, 11 ottobre)

Oilproject presenta i suoi nuovi corsi gratuiti online (La Stampa, 11 ottobre)

Oilproject nuova forma, nuova sostanza (Punto Informatico, 11 ottobre)

“Liberi di imparare, liberi di insegnare”, ecco la nuova piattaforma online delle conoscenze  (Linkiesta, 11 ottobre)

Senza contare l’autorevole e ripetuto endorsement di Riccardo Luna, qui e, in precedenza, qui.

E’ vero che in origine OilProject doveva essere qualcosa di diverso, come si arguisce da questo articolo di Italian Valley (2011), probabilmente molto più ambizioso e innovativo di quanto non appaia allo stato attuale (se non erro, il video più recente della sezione Attualità è della primavera del 2011 ma forse c’è qualcosa di più “fresco” sul canale youtube): ma tant’è.

Incuriosita da una così ampia glorificazione, sono andata a vedere, in particolare la sezione di Letteratura Italiana che, ovviamente, mi riguarda più direttamente. E beh, sì, c’è Andrea Cortellessa che parla di Leopardi, e Marco Belpoliti che ci racconta Primo Levi: se ne stanno lì, soli soletti davanti alla videocamera, il primo in un’ambientazione essenziale, l’altro con una bella libreria alle spalle. Oddio, in verità non dicono nulla che un buon professore non direbbe nel corso di una qualunque lezione liceale o, mi voglio allargare, universitaria e, alla fine, questi video, così come quelli che vedono come protagonisti docenti meno titolati (o nient’affatto titolati), che cosa sono, se non la riedizione tecnologica e impoverita della vecchia, abusata, lezione frontale? Una lezione frontale indirizzata ad una classe invisibile, e quindi una lezione pulita, fredda, oserei dire piuttosto tediosa: un bravo professore in carne ed ossa, con studenti di “ciccia”, come si dice, conosce più di un trucchetto per tener desta l’attenzione (beh, di certo fa più fatica e non riceve like) … qui, se lo studente si distrae,  ricarica il video, ma insomma, via, che noia, nemmeno una musichetta!

Più in generale il principio alla base dell’intera operazione è una concezione quasi pavloviana dell’educazione: al posto della “testa ben fatta”,  una testa bella piena di nozioni precotte, al posto della discussione e del confronto, un relatore che parla in solitudine ad un pubblico indifferenziato e, presumibilmente, indifferente, con l’unico feedback possibile di un “like” o un “dislike”: perché, dimenticavo, la validità del contenuto dovrebbe essere garantita da questo genere di apprezzamento da parte della comunità degli utenti (alla quale viene lasciato il compito della correzione e degli aggiustamenti del caso), e non da un controllo preventivo ed accurato da parte di una redazione competente sul materiale offerto: un po’ al modo di Wikipedia, ma senza averne i numeri. Peccato che la cultura, da questo punto di vista, non sia democratica e il criterio dell’auditel (mi piace/non mi piace) non funzioni per decidere se un contenuto complesso sia presentato davvero in modo corretto ed esauriente. La spazzatura è spazzatura, e quando una cosa è sbagliata o approssimativa dovrebbe essere semplicemente rimossa, altro che like e lasciamo fare alla mano invisibile della Rete.

Poi, per l’amor di Dio, non essendomi registrata (e guardandomene bene) non so cosa avvenga precisamente nella community, se avviene qualcosa. Ma se i forum esistono, perché non renderli visibili anche agli utenti non registrati, come avviene un po’ ovunque? Gratis per gratis …

Ho fatto gli esempi di Belpoliti e Cortellessa. A parte i contributi loro e di altri più o meno illustri addetti ai lavori,  c’è una marea di materiali i cui autori non sono riconoscibili (soprattutto la competenza specifica di chi li ha creati non è  ovviamente, dichiarata). Senza alcuna malizia, tanto per fare un esempio, chiedo ai colleghi che capiteranno da queste parti una valutazione spassionata di questa “lezione” sui Canti Pisano Recanatesi: io non mi voglio esprimere. Ah, già, c’è sempre il like per votare …

Marco De Rossi, giovanissimo ideatore del progetto e Ceo di Oilproject, lamenta che le Università non vogliono collaborare, che vedono la sua iniziativa come “il nemico”. Ammetto che l’Università italiana non brilli per apertura all’innovazione, ma perché mai dovrebbe collaborare a queste condizioni con un progetto che pare l’evoluzione appena più decente, almeno in apparenza, della condivisione di appunti e temini preconfezionati, nonché di versioncine tradotte (in genere male), su Studenti.it (che infatti è partner di Oilproject)?

Guardiamo che cosa succede all’estero, visto che i nostri illuminati media  paragonano ad Oilproject  il MIT Opencourseware  o Coursera. Ambedue queste realtà si avvalgono della collaborazione di università prestigiose. Di tutti i partecipanti alle iniziative nonché dei membri del team si pubblica il curriculum, che certifica la loro competenza specifica e le esperienze di formazione e di insegnamento passate e presenti (qui, un esempio). Nello specifico il MIT precisa che ciascun corso ha un costo variabile dai $10.000 ai $15.000 e che tutta l’operazione costa annualmente 4 milioni di dollari (alla faccia: quindi non è che basti una webcam e un paio di libri per far le cose bene), metà dei quali sono garantiti dall’Istituzione, mentre il resto viene ricavato da donazioni, sponsorizzazioni etc. E’ un altro mondo, come si vede, che si basa su una diversa concezione dell’Università e che ha anche dei precisi risvolti di tipo economico. L’utente accede gratuitamente, è vero, ma non è che tutti indistintamente possono proporre contenuti verificati poi non si sa bene da chi e come: la reputazione è fondamentale, anche perché gli sponsor siano in qualche modo attratti da questo genere di proposte. E comunque siamo in un contesto sociale, culturale ed educativo completamente differente rispetto al nostro:  può piacere o meno, ma certo è che siamo un po’ lontani da Oilproject. Va detto che qualcosa del genere, sia pure in formato ridotto, esiste anche in Italia: vedi, per esempio, il portale di weblearning dell’Università Federico II di Napoli (e a questo indirizzo trovate un elenco di ulteriori risorse universitarie gratuite, online già da tempo, ma delle quali, in questa circostanza, gli entusiasti giornalisti nostri concittadini sembrano non sapere nulla)  che magari può offrire qualche garanzia di qualità in più rispetto a materiali di dubbia provenienza.

Come ho detto, confrontare Oilproject alla realtà statunitense mi sembra improprio. Anche dal punto di vista pedagogico-didattico: almeno Coursera dichiara esplicitamente i presupposti metodologici ai quali si ispira la sua filosofia, ma chiedere ai nostri esperti di web e innovazione  se per caso sanno cos’è la tassonomia di Bloom sarebbe davvero troppo, immagino. A me pare che si vogliano fare le classiche “nozze con i fichi secchi”: un’iniziativa un po’ improvvisata, che si fa bella con la retorica del tutti possiamo insegnare  e che alla fine mette insieme una serie di bignamini (ma i nativi digitali sapranno cosa sono i Bignami?) poco approfonditi, spacciandosi per “scuola” e  richiamandosi strumentalmente a  modelli ben più illustri, strutturati e meditati. Forse il modello più vicino è quello della Khan Academy, ma anche in questo caso non è che il signor Khan fa tutto da solo: il team è ben visibile sul sito, con tanto di foto e breve curriculum.  Comunque sia, il modello educativo (e i relativi strumenti) proposto dalla Khan Academy, per quanto a mio avviso discutibile, non è affatto così ingenuo come si potrebbe pensare (e di certo i materiali non vengono selezionati come se fossero i meme di Facebook).

Ora, io non protesterei e non farei polemica (ognuno in Rete  è libero di raccontarsela come meglio crede, ci mancherebbe: magari l’idea non è male, anche se la realizzazione è quella che è. Inoltre, in questo momento di grande smania “rottamatrice”,  mediaticamente la giovane età del fondatore fa gioco) se, a lato della grande insistenza  retorica sui sogni e sulla gratuità del sapere,  insistenza che vanta esperienze come questa di Oilproject per indicare il magnifico futuro che ci attende,  non si pensasse di allungare l’orario dei docenti ufficiali coni retribuzioni invariate o addirittura diminuite. E qui mi cito, visto che la stessa cosa l’avevo già detta un po’ di tempo fa:  perchè diavolo dovrei mettere a disposizione gratuitamente quelle competenze che mi sono guadagnata studiando con impegno e, soprattutto, investendo il mio prezioso tempo e il mio denaro (nessuno mi ha regalato né i saggi sui quali continuo ad aggiornarmi, né l’abbonamento alle riviste specialistiche che leggo, né  il computer che uso o il proiettore che mi sono acquistata per fare lezione in classe senza dover fare a cazzotti per accedere alle scarsa attrezzatura disponibile a scuola, né, tantomeno, la connessione a Internet che adopero a casa e sull’Iphone)? Visto  che, una volta tornata in classe, continuerei a farmi un mazzo tanto, e nonostante tutte le mie meravigliose videolezioni caricate in Rete per la gioia di tanti utenti anonimi assetati di sapere, sarei pagata quel che mi pagano. No, dico, ma mi si prende in giro? Si pensa che il mio spirito missionario o, peggio, il mio narcisismo debbano necessariamente sconfinare nell’autolesionismo?

Ma forse la verità è un’altra. In definitiva a nessuno frega nulla di avere un insegnamento di qualità. Preparare bene un corso online richiede tempo, verifiche, cura, attenzione, documentazione. Volendo, ci vorrebbe anche un buon software: magari Moodle, che è dotato  di licenza GPL, tanto per rimanere  in tema di gratuità. Altrimenti quello che si ottiene è la riedizione hi tech dei vecchi compendi: un po’ di nozioni scontate e non problematizzate che servono giusto a risolvere qualche test a crocette, ma che poco hanno a che fare con la cultura e la conoscenza. In ogni caso, il MIUR farebbe bene ad investire sui docenti, invece di santificare certe iniziative di corto respiro: e magari ne troverebbe molti in gamba in grado di garantire il rinnovamento che si auspica. Non occorre cercare molto lontano: per esempio qui, nel network “La scuola che funziona”, ce ne sono parecchi. Addirittura si potrebbe pure investire in istruzione, come fanno altrove, invece di tagliare a vanvera.

Però gli opinion maker e gli influencer nostrani sono tutti innamorati  della condivisione “dal basso”: tutti imparano, tutti insegnano, tutti sullo stesso piano, olè, e viva l’improvvisazione. Che vuoi che sia, la Divina Commedia è stata scritta sette secoli fa, non è che è cambiata nel frattempo. Si sa che sono sempre le solite quattro baggianate, no? Siamo tutti buoni a metterci davanti allo tastiera e a rifilarle al mondo come se fossero oro colato. E quanto la fanno lunga questi prof vagabondi che vorrebbero pure essere pagati di più per  qualcosa che tutti possono fare senza tanti patemi. Stiano zitti e sognino! Che la Rete dimostra tutta la loro inutilità. Alla zappa!

Ecco, mi pare che questi siano le implicazioni evidenti di tanto entusiasmo, ai miei occhi piuttosto sospetto. Poi c’è qualcosa di ancora più sorprendente, perché spulciando le note legali sul sito di Oilproject ho scoperto che …

Ma il resto ve lo racconto alla prossima puntata.

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