Per Mauro

Due giorni fa ero alla stazione di Pisa. Era tardi, pioveva, un vento freddo e tagliente penetrava nelle ossa e il treno sembrava non arrivare mai. Per ingannare il tempo (ma il tempo non s’inganna mai, dovrei saperlo), ho cominciato a scorrere le mail sullo schermo dell’Iphone. E’ così che ho saputo di Mauro: sono stata poco assidua in Rete negli ultimi tempi e quindi la notizia della sua morte improvvisa mi era sfuggita.

Mauro Gasparini era un blogger, un professore, uno scrittore: una persona ricca di talento e sensibilità. Le nostre strade si sono incrociate in Rete. Ci siamo incontrati una volta sola di persona ma per tutti noi è stato un evento memorabile, uno di quei ricordi che ti piace ogni tanto tirare fuori dai cassetti della memoria per accarezzarli con tenerezza, sorridendo. Insieme a Guido Catalano, Mauro presentò a Piombino il suo reading “Una motosega per Brandon Sclero“(se seguite il link, vedrete che cosa ne scrissi, subito dopo). Io avevo fatto da tramite con l’Ufficio Cultura del Comune di Piombino e di conseguenza fui la responsabile dell’accoglienza, dell’introduzione e di ogni aspetto organizzativo e logistico in loco.

Ce l’ho davanti agli occhi come se fosse qui, Mauro, sorridente e un po’ goffo, con quell’ingombrante leggio fra le mani, mentre guidavo lui e Guido  fino al Castello di Piombino: intimorita dall’eventuale difficoltà di trovare posto all’auto, li avevo fatti parcheggiare lontanissimo. Camminavo con passo svelto e loro mi stavano dietro con qualche difficoltà, un po’ affannati.  Naturalmente ero nervosissima, perché avevo paura che qualcosa andasse storto, che l’evento non fosse stato sufficientemente pubblicizzato, che ci saremmo ritrovati giusto in quattro, io, Mauro, Guido e l’Assessore. Avevo pure litigato con Fabio, prima di uscite, accusandolo di non interessarsi mai alle cose che facevo io, e me ne ero andata di casa con l’aria della vittima incompresa.

E invece andò tutto benissimo. Mentre aspettavamo l’arrivo del pubblico, nel cortile davanti all’ingresso del Castello apparve, di sorpresa, Fabio. Mi aveva detto, poco prima, mentre lo guardavo con la mia aria insopportabile da bambina offesa: “Non è che mi disinteresso. E’ che mi fai stare male con tutte le tue ansie e ho sempre paura che qualcosa ti vada storto e allora me ne sto a distanza”. E invece, eccolo lì, e fu un regalo inatteso, anche se me lo sarei dovuto immaginare. Poi arrivò la telefonata di Antonio Sofi, che aveva deciso di scendere da Firenze per trovare i suoi amici, e da San Vincenzo mi chiamava per farsi indicare la strada. Il pubblico c’era e si divertì moltissimo. Alla fine andammo al Boccon di Vino per ristorarci dopo le fatiche dello spettacolo, e fra un bicchiere di vino e un crostino, a parte qualche allegro pettegolezzo sulle comuni conoscenze blogger, mi presero tutti in giro per la mia notoria fissa su Bob Dylan che, all’epoca, stava raggiungendo picchi preoccupanti, visto che di lì a due settimane ci sarebbe stato il concerto del Vate a Firenze. Guido doveva prendere il treno per Torino e abbastanza di fretta li accompagnai all’auto. Dopo un po’ Mauro mi telefonò, perplesso: “Senti, ma la stazione di Campiglia dov’è? Siamo in cima a un colle, mi sa che ho sbagliato qualcosa, non ce lo vedo un treno a quest’altezza”. “No, Mauro, non dovevi andare a Campiglia paese, maledizione, ma seguire le indicazioni per la stazione”. Lo rimisi sulla retta via, e Guido riuscì a non perdere il treno.

Ci risentimmo per email, volevamo organizzare un nuovo reading, ma poi le circostanze si misero di traverso. Prima ci fu il mio impegno politico, poi cominciò il mio anno orribile. Ma quella ventosa giornata di marzo c’era rimasta nel cuore. Mauro sul suo blog la rievocò quando mi volle dimostrare il suo affetto nel momento più duro della mia vita. Quel suo post, così accorato e sensibile,  si chiudeva così: “Ho delle istantanee di un uomo che a spanne è innamorato da venticinque anni – sì, è innamorato: ché con i verbi di privilegio si usa solo il modo indicativo, tempo presente”. Non poteva sapere del nostro bisticcio ma così, a pelle, si era accorto che Fabio, quel giorno, era lì solo per farmi piacere, per far sorridere la sua ragazzetta viziata e un po’ bizzosa.

MI aveva chiesto il permesso di pubblicare il post. Gli risposi, per email, così:

“Caro Mauro,
ho già scritto e detto più volte che le testimonianze di affetto e solidarietà giunte dalla “parte abitata della Rete” per me e i miei figli sono state particolarmente preziose, se non altro perché non dettate da quel senso di convenienza sociale che normalmente spinge chi ti conosce appena nella vita cosiddetta reale a fermarti per strada e a farti le solite condoglianze di maniera. Che qualcuno abbia perso un po’ del suo tempo per mettersi alla tastiera e scrivere qualcosa dedicato a me e a Fabio, quando non era affatto tenuto a farlo, ecco, è una cosa che mi commuove un po’. Per cui, sì, va bene, non ho obiezioni alla pubblicazione del tuo post: credo che Fabio avrebbe gradito, anche perché, fra l’altro, quel famoso pomeriggio si era divertito molto e ne abbiamo riparlato spesso, sorridendo”.

Ecco, la Rete è anche questo. Destini che si incrociano, amici che si incontrano, che fanno un pezzo di strada insieme, istantanee di vita vera, non virtuale, che restano nel cuore e ti fanno compagnia quando l’oscurità è più opprimente.

Mauro, lo hai scritto tu, con i verbi di privilegio si usa solo l’indicativo, tempo presente. E tu sei, (non eri) in qualche modo, sempre con noi: in quello che hai scritto, in quello che hai lasciato ai tuoi studenti, alle tue figlie, alla tua compagna, ai tuoi amici, a tutti quelli che ti vogliono bene.

Ciao, amico mio.

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