Programmi scolastici


Le primarie del centrosinistra tendono, ahimè, a focalizzarsi sulle persone dei candidati, il loro carisma, la loro capacità di comunicare, di far leva su singole caratteristiche per suscitare simpatia e identificazione. Naturalmente la politica è fatta anche di questo, ma non solo di questo: e l’esperienza degli ultimi quindici anni dovrebbe averci insegnato qualcosa.

Per esempio a valutare le intenzioni programmatiche. Che un candidato tenga fede alle sue promesse è un altro discorso, ma almeno, quando si arriverà alla prova dei fatti, potremo dire: “ci stai provando, bravo” oppure “ci hai preso in giro, sei un cialtrone”. Quel che non è lecito dire è: “Uh, mi stavi tanto simpatico, ti ho votato, ma mica lo sapevo che le tue intenzioni vere erano queste …”

Naturalmente, occorre che i programmi (presumibilmente articolati e focalizzati su esigenze concrete) ci siano, e non appaiano semplicemente  una collezione di pie intenzioni. Comunque, già il fatto di porsi alcuni problemi chiave sulla base di fatti reali  e di una  consapevole e informata discussione preliminare rappresenta, per quanto mi riguarda,  un elemento positivo.

Prendiamo la scuola, per esempio. Le ultime vicende relative alla ventilata ipotesi di aumento del carico orario a ventiquattro ore dimostrano che i docenti, per quanto sistematicamente umiliati e bistrattati, se si arrabbiano davvero rappresentano una minaccia potente. E comunque, ogni ipotesi di riforma della scuola deve passare attraverso il loro effettivo coinvolgimento, altrimenti è destinata ad arenarsi o, peggio, ad essere controproducente, tanto più che le contraddizioni del sistema scolastico sono tante e metterci mano è ormai impresa titanica.

Sarà per questo che le intenzioni programmatiche di Bersani sono così generiche (al punto che verrebbe voglia di chiedere “bene, bravo, ma in soldoni che si fa?”), visto che dire di più potrebbe essere, alla prova dei fatti, estremamente pericoloso.

Poco articolate anche le proposte di Laura Puppato, fra le quali spicca la revisione dei cicli di berlingueriana memoria che a suo tempo si rivelò un pasticcio insostenibile (sebbene periodicamente torni in agenda). Vorrei sottolineare che non risponde a verità l’affermazione comunemente condivisa che in Europa gli studenti escano tutti dalla secondaria superiore a 18 anni, anzi, c’è una prevalenza dell’uscita a 19 anni e, in ogni caso, i vari sistemi scolastici hanno caratteristiche non paragonabili, condizionate da storie diverse: un elemento, questo, che dovrebbe essere tenuto di conto, se è vero che nessuna riforma, per quanto radicale, può ragionevolmente fare tabula rasa delle esperienze precedenti (un quadro sintetico delle varie situazioni potete trovarlo qui)

Di impostazione fortemente dirigista e americaneggiante (oddio, visto che l’istruzione pubblica americana non è granché, non è un gran merito) il programma di Matteo Renzi. Ha il vantaggio di essere estremamente chiaro, almeno per quanto riguarda gli evidenti presupposti ideologici che lo ispirano, sebbene non tocchi in modo esplicito certi nodi cruciali, tipo la soluzione dell’annoso problema del precariato. Ma date un’occhiata, per esempio, alle proposte relative al reclutamento. Si dichiara: “Gli istituti scolastici devono godere di un’ampia autonomia, anche riguardo alla selezione del personale didattico e amministrativo, con una piena responsabilizzazione dei rispettivi vertici e il corrispondente pieno recupero da parte loro delle prerogative programmatorie e dirigenziali necessarie“. Il precariato si esaurirà da sé, visto che si propone la chiamata diretta del personale da parte dei singoli istituti scolastici. Il modello che si propone è fortemente gerarchico, imperniato sulla capacità decisionale del dirigente scolastico, svuotando di fatto il ruolo degli organi collegiali (in perfetta sintonia con il progetto Aprea). Attenzione poi al punto 6, che recupera il progetto Valorizza (si prevede “la valutazione e incentivazione degli insegnanti, attivando in ciascun istituto scolastico un meccanismo finalizzato all’attribuzione di un premio economico annuale agli insegnanti migliori, scelti da un comitato composto dal preside, da due insegnanti eletti dagli altri (cui andrà il 50% del premio e che non potranno ovviamente essere selezionati per il premio intero) e da un rappresentante delle famiglie eletto dalle stesse, sulla scorta del progetto pilota “Valorizza”, già sperimentato in quattro province nel corso del 2010-2011“). Mi piacerebbe che gli insegnanti riflettessero attentamente sul tema, magari con l’ausilio di queste osservazioni, che mi sembrano assai pertinenti. Per quanto mi riguarda, mi limito ad osservare che la gran parte delle proposte di Renzi recupera l’idea di scuola già immaginata, maldestramente, dalla Gelmini: un’idea contro la quale la mobilitazione è stata massiccia, anche perché significa in buona sostanza disarticolare completamente il sistema pubblico di istruzione. Che la situazione della scuola italiana non sia certo ottimale, è vero: che si debba buttare anche il bambino con l’acqua sporca è un altro discorso.

Il lavoro di elaborazione sulla scuola portato avanti da Sel è ampio. In particolare invito gli interessati a leggere e a scaricare il documento Quaderni di Scuola (versione finale ottobre 2012), corposo, articolato e documentato. La sintesi della proposta di Vendola è qui. Il presupposto che inquadra il progetto  si riassume in queste parole:

La scuola deve recuperare la sua funzione sociale e deve tornare a garantire il precetto costituzionale della rimozione degli ostacoli culturali ed economici per un pieno sviluppo delle capacità di ogni cittadino. Nella scuola che vogliamo il tempo pieno è garantito a tutti, a prescindere dal luogo in cui si risiede. Lo Stato deve definire i Livelli Essenziali di Prestazione (LEP) adeguati e omogenei in tutto il territorio italiano.
Abbiamo l’urgenza di battere la dispersione scolastica, che in alcune aree del paese supera il 20%, per questo è necessario introdurre gradualmente l’obbligo fino ai 18 anni. Inoltre, abbiamo bisogno di scuole pubbliche di qualità in tutto il territorio nazionale, che abbiano davvero un autonomia, per la quale c’è bisogno di Organi Collegiali democratici, aperti che abbiano pieno riconoscimento e diritto di intervenire nella didattica e negli aspetti organizzativi. 

Spicca nella proposta di Vendola la volontà netta di chiudere con l’era Gelmini, ripristinando tempo pieno, ore di laboratorio, obbligo scolastico a 18 anni, rilanciando il ruolo degli organi collegiali e prevedendo interventi atti a garantire il diritto allo studio. Non manca il capitolo dedicato alla valutazione del sistema formativo che dovrà avere “finalità compensative e di supporto alle realtà in difficoltà” e basarsi su “modalità statistiche, con indicatori e parametri misurabili e quantificabili“. E di asili nido non parla solo Renzi, ma anche Vendola, proponendo che vengano aperti nuovi nidi pubblici in grado di garantire un numero di posti pari al 30% dei bambini sotto i tre anni.

Visto che in questi anni difficili molti di noi (docenti, studenti, genitori) sono scesi in piazza proprio per riportare al centro del dibattito il sistema pubblico di istruzione e combattere il suo sistematico smantellamento, credo che sia opportuno analizzare le promesse dei candidati e verificare con attenzione quale progetto meglio incarni le ragioni delle nostre proteste contro la “beata Ignoranza” gelminiana: per coerenza, mica per altro. E poi ognuno tiri le sue conclusioni. Per quanto mi riguarda, io l’ho fatto.

(Sul tema leggi anche l’articolo di Pubblico)

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