Questioni primarie

Ho riflettuto a lungo su che cosa fare. Primo nodo da sciogliere: votare o no, alle primarie del centrosinistra? Secondo nodo: chi votare? Alla fine, credo di aver preso la mia decisione. Voterò. Voterò Vendola.

La polarizzazione mediatica dello scontro sull’alternativa Renzi vs Bersani mi disturba non poco (per esempio, non è bello il burqua informativo imposto a Laura Puppato, le cui chance sono drasticamente ridotte dal silenzio assordante che circonda la sua proposta). Comunque la situazione è questa: la partita sembra giocarsi fra il giovane rampante e il politico di lungo corso, quindi per forza di cose articolerò il mio ragionamento a partire da questo dato.

A parte il giudizio sulla persona, che mi pare assai opportunista, non condivido sul piano politico la proposta di Renzi, eccettuato l’ovvio accento sulla necessità del rinnovamento: anche se mi pare sia già partita la gattopardesca corsa a cambiare casacca, nella speranza che un’ipotetica vittoria del “rottamatore” per antonomasia garantisca comunque il mantenimento del proprio posticino al sole.  Bersani è persona stimabile, ma si trascina dietro, a livello sia locale sia nazionale, l’ipoteca gravosa di un’oligarchia che ha delle precise responsabilità rispetto alla situazione difficile che stiamo vivendo e che non di rado ha promosso scelte politiche in perfetta continuità con il centrodestra. Il Partito Democratico non ha mai risolto davvero i suoi problemi di identità: nel tentativo di tener dentro tutto e tutti, si è condannato alla paralisi. La politica è l’arte della mediazione ma su basi di chiarezza: per sapere dove stiamo andando, bisognerebbe sapere chi siamo. Almeno averne un’idea.

E allora, sì a Vendola. Nella speranza che una sua positiva affermazione possa condizionare da sinistra la futura politica del fronte progressista; sui temi chiave del lavoro, dell’economia, dell’educazione, dei diritti. Perché, lo confesso, ho questa vecchia convinzione di sapore novecentesco: che la distinzione fra destra e sinistra abbia ancora un senso, tanto più oggi, quando l’invasamento durato decenni per politiche economiche di stampo neoliberista, invece di garantirci un luminoso futuro di benessere diffuso, ci ha portato dritti in braccio alla crisi che stiamo vivendo.

 

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