Questo non è un titolo (e questo non è un post su San Girolamo)

sangerolamostudioAll’inizio, in realtà, avevo pensato un titolo che mi piaceva, soprattutto se letto come ideale didascalia all’immagine che correda questo post (San Girolamo nello studio, di Antonello da Messina): qualcosa come “San Girolamo e la Rete” o “San Gerolamo irRetito” o cose così. Poi mi sono detta: e chi vuoi che  legga un post presentato con il nome di un santo proprio in apertura e un’immagine rinascimentale come commento? Già qualcuno dei miei più affezionati lettori mi rimprovera uno stile poco adatto ad un blog: troppa esibizione di cultura (e me ne dispiace, perché io so quanto sia incerta e frammentaria la mia cultura), troppe citazioni, troppi link che pochi si danno la pena di seguire. In fondo, troppe parole. Beh, e allora proviamo in stile Magritte, hai visto mai.

Questo post sarà condiviso sul mio profilo facebook e già lo so: molti si fermeranno al titolo del link e all’immagine. Un po’ com’è successo nei giorni scorsi con il post su Laura Boldrini: non sono mancati i commenti del tipo “fatevene una ragione, Laura Boldrini è antipatica”, come se mi fossi arruolata nel cospicuo esercito dei difensori d’ufficio del Presidente della Camera e il post non fosse altro che un esempio della mia militanza. Non era così, ma tant’è: a molti è bastato il link e la conclusione era già pronta e servita.

A questo giro, qualcuno, vedendo San Girolamo, penserà:
a) che mi sono convertita;
b) che sto scrivendo un post sulla storia dell’arte;
c) che il post sarà l’ennesima elucubrazione dotta di una prof logorroica.

L’ultima inferenza è l’unica giusta: il post è un’elucubrazione, magari non particolarmente dotta, e io sono una prof logorroica. Ma il punto non è questo. Molto banalmente: appartengo alla vecchia scuola, di quelli che quando scrivono qualcosa più o meno pubblico, ci pensano parecchio, si documentano per quel che possono, e cercano di soppesare ogni parola, ipotizzando le possibili obiezioni di un lettore attento.

Sì ma quanti sono, oggi, i lettori attenti? E soprattutto che c’entra San Girolamo? Se siete arrivati fin qui, vorrei che dimostraste ancora un po’ di pazienza e leggeste le parole scritte dallo psichiatra Christophe André a proposito di questo dipinto:

Il lavoro interiore e il mondo esterno: in mezzo ai due, un ambiente rassicurante ma aperto. Ecco cos’è che mi seduce di questo dipinto, quello che sono tentato di fargli dire, e il modo in cui mi piace leggerlo perché serve al mio discorso. Davanti a questo San Girolamo io penso alla pratica della piena consapevolezza, con le sue regolari alternanze di ripiegamento meditativo su di sé e di aperture al mondo. E di lavoro paziente e regolare … (C. André , ” Dell’arte della meditazione”,  Corbaccio 2012)

 

Il libro di Christophe André, che conduce il lettore attraverso la pratica della piena consapevolezza (mindfullness) per mezzo del commento a 25 quadri, è solo uno dei numerosi saggi che riguardano questo argomento, senza contare i siti internet, i centri ispirati a questa metodica, i numerosi professionisti che, in Rete e altrove, offrono i loro servigi. Rassicuratevi, non voglio far proseliti e non mi sto trasformando in una specie di guru, sebbene la lettura del libro di André mi sia stata sicuramente utile. La questione è un’altra. Se queste pratiche (che hanno, ovviamente, rapporti con attività antichissime come lo Yoga e la meditazione Zen) si stanno diffondendo con un certo successo, rappresentando l’ennesima evoluzione di un atteggiamento New Age, evidentemente rispondono ad un bisogno, ad una difficoltà: l’incapacità di essere davvero “presenti a noi stessi”, visto che siamo continuamente sballottati da una suggestione all’altra, da uno stimolo ad un altro, smarriti in un groviglio di chiacchiere senza scopo e senza direzione (almeno in apparenza).

E’ una vecchia storia. Già T.S. Eliot scriveva:

Where is the Life we have lost in living?
Where is the wisdom we have lost in knowledge?
Where is the knowledge we have lost in information? 

Già, dov’è la conoscenza che abbiamo smarrito nell’informazione? Sottoposti ad un overload (sovraccarico) di informazioni, spesso poco importanti e inessenziali, alle quali tuttavia non riusciamo a sottrarci, come possiamo riuscire ad orientarci, a ritrovare un centro? Pensiamo alla home dei nostri profili facebook, ai gruppi che frequentiamo sui social network, alle voci che si incrociano e si sovrappongono su twitter, alla moltiplicazione di canali televisivi: un grande chiasso, una babele di stimoli, una marea di suggestioni rispetto alle quali siamo chiamati a risposte immediate, irriflesse, emotive. Spesso l’unica soluzione per non essere travolti sembra essere la chiusura rispetto a tutto quello che non capiamo: cercare un rifugio fra coloro che ci sembrano simili e buttare fuori dalle nostre cerchie tutto quanto può destabilizzare le nostre opinioni.

Nostre? Non ne sarei così sicura. Scrive Luca De Biase:

Oggi, appare evidente, che molti comportamenti dei consumatori possono essere invece indirizzati anche con una strategia opposta. Come insegnano le ricerche di Daniel Kahneman e altri, i comportamenti sono molto più spesso dettati dall’intuizione che dal ragionamento. E poiché il ragionamento richiede molta più attenzione dell’intuizione, se ne può trarre la conseguenza che la disattenzione può essere una condizione ideale per favorire certi comportamenti consumisti. Al limite si può supporre che proprio facendo leva sull’information overload, e anzi alimentando la sovrabbondanza di messaggi con ogni genere di mezzo, si può ottenere un risultato piuttosto efficace dal punto di vista della comunicazione. Quando si agisce per intuizione, in effetti, si sceglie in base alla prima idea che viene in mente. Se un’idea, un messaggio, viene ripetuto in modo molto insistente attraverso molti mezzi e in modo coordinato, tende a diventare, per molte persone, appunto, «la prima idea che viene in mente». E ad essa si tende a ricorrere tanto più spesso quanto più si vive in una condizione generale di information overload e dunque di disattenzione, che sfavorisce il ragionamento e favorisce l’intuizione.

 

Anche il marketing delle opinioni funziona così. Nuovamente, una storia antica, ben conosciuta dagli specialisti della propaganda. Slogan ripetuti in modo martellante acquisiscono valore di verità (tipo “meglio vivere un giorno da leoni che cent’anni da pecore”, per capirci) e la Rete è un terreno di coltura ottimale, dove le ripetizioni si diffondono benissimo per contagio da un nodo all’altro: quando una cazzata detta in modo efficace comincia a diffondersi, è quasi impossibile fermarla o cancellarla. Al massimo si possono limitare i danni.

Così il cerchio si chiude. Da luogo aperto, di condivisione e di sperimentazione (come è stata, come, in parte, ancora è, come potrebbe tornare ad essere), la Rete si trasforma nel trionfo delle pulsioni identitarie, polarizzate, aggressive verso tutto ciò che è diverso o non immediatamente comprensibile: per non essere aggrediti da ciò che ci sfugge o ci confonde, l’unico modo sembra essere, ancora una volta, quello di innalzare muri e stendere reti di filo spinato, aggrappandoci a poche idee in apparenza rassicuranti, ma senza essere disposti a fare lo sforzo per smontarle e controllare se, alla fine, funzionano davvero. E senza cercare, seriamente, altro.

Nel mio rapporto con la Rete, invece, io vorrei prendere ad esempio San Girolamo: appartata nel mio studio, concentrata nella lettura,  in uno spazio che, tuttavia, non è chiuso ma aperto, sia in avanti, in direzione di chi guarda,  sia indietro, nella fuga prospettica verso il fondo del quadro, dove si intravedono una città, un paesaggio campestre, l’ampio spazio del cielo.

Amen.

 

 

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