Ragazzi a terra, tutti neri, i libri in fiamme

Qui, in casa mia, abbiamo respirato aria di scuola per tutta la vita. Per questo l’attentato di questa mattina è per noi particolarmente sconvolgente. Quell’immagine, “i ragazzi a terra, tutti neri, i libri in fiamme”, descritta da un addetto impiegato della procura che proprio in quel momento stava aprendo la finestra ed ha assistito allo scoppio, è di quelle che restano, rispetto alle quali è necessario prendere posizione: non è possibile sfuggire.

Non sappiamo, nessuno può ancora sapere, quale ne sia stata la matrice perversa (mafia? terrorismo? pazzia? “strategia della tensione”?). L’emotività corre per la Rete: stupore, paura, indignazione, pena, orrore. Le istituzioni, la politica, i media sono impegnati nella prevedibile corsa alla dichiarazione: prevalgono la prudenza e il dovere dello sdegno. Ma molti, su facebook e altrove, hanno già trovato, in un modo o nell’altro, la loro verità.

Il “clima è torbido”, come qualcuno ha detto. In fondo tutti ci aspettavamo una escalation del terrore. Ed è questo il dato davvero preoccupante: il sentimento diffuso di una profezia che si autoavvera, nutrita di pessimismo, sfiducia nello Stato, disperazione, rabbia. Una mistura perversa di irresponsabilità, incompetenza, demagogia, smemoratezza colpevole (“la storia insegna, ma non ha scolari” , Gramsci), corruzione, ci ha portato a questo punto. In ogni caso non possiamo chiamarcene fuori: ne siamo in gran parte corresponsabili. Semmai dovesse essere dimostrato che il movente dell’attentato di Brindisi non è collegabile né al terrorismo né alla mafia, resta il fatto che tutti, almeno per un momento, abbiamo sentito con un brivido che lo scenario più infausto per il nostro Paese, una drammatica caduta all’indietro in tempi che volevamo dimenticati, è diventato possibile.

Rimane quella tremenda istantanea, “i ragazzi a terra, tutti neri, i libri in fiamme”, con il suo devastante potere simbolico. La violenza che si abbatte senza preavviso sull’innocente, davanti a una scuola, il luogo dove pensiamo che i nostri ragazzi debbano essere più al sicuro, impegnati a immaginare, a costruire il proprio futuro. Io sono un’insegnante: quella ragazza era come una qualsiasi dei miei alunni. La ferita che sento dentro, l’offesa che avverto, un’ offesa profonda a tutto ciò che finora ha ispirato la mia vita e la mia professione, sono difficilmente descrivibili.

Ma la commozione non basta. Aggiornare il proprio status su facebook o su twitter per alleggerire almeno un poco  le nostre coscienze e i nostri cuori non è sufficiente. Usare le consuete frasi di cordoglio, solidarietà o indignazione è inutile. Manifestare in piazza senza che da questo rito nascano uno scatto etico, un’assunzione chiara di responsabilità, una consapevolezza condivisa dei rischi tremendi che corriamo non può rappresentare per nessuno una consolazione o un alibi. E quando parlo di condivisione e di scatto etico, penso  certamente  a tutti noi, comuni cittadini, a quello che possiamo dire o fare:  ma penso  anche e soprattutto a quella classe dirigente comunque composta (politica, economica, istituzionale, intellettuale) finora drammaticamente impari e colpevolmente cieca rispetto al proprio ruolo.

 

 

Comments

Commenti

Questo post è stato letto 598 volte!

Taggato , , , . Aggiungi ai preferiti : Permalink.