Risposta a Civati, come promesso

Qualche settimana fa, Pippo Civati era a Piombino e, al termine del suo intervento, intelligente e stimolante come sempre, ha detto: A quelli che ci chiedono:“Cosa ci stai a fare dentro il PD?“, rispondiamo piuttosto: “Cosa ci state a fare voi, fuori?”. 

Quando mi sono avvicinata per salutarlo (perché, quando ancora bazzicavo dalle parti del PD, ho avuto modo di incrociarlo personalmente e di parlarci un po’, quindi mi pareva educato), non mi sono potuta trattenere: “Potrei scrivere un trattato per spiegarti cosa io e quelli come me ci facciamo, fuori …” Ha risposto con una risata: “No, ora no. Scrivimi, magari”.

Bene, non ho intenzione di scrivere un trattato in questa sede, tranquillizzo subito i miei pochi lettori e lo stesso Civati, se mai gli capiterà di leggere queste mie parole (possibilità sulla quale nutro più di un dubbio, vista la mia quasi totale invisibilità).  Ma quella sua battuta finale, in qualche modo, mi chiama in causa e, soprattutto, chiama in causa la mia scelta attuale di tirarmi fuori da ogni possibile coinvolgimento attivo, diciamo così “militante”, dopo qualche tentativo passato, che purtroppo è stato o frainteso, o sbagliato, o infruttuoso.

L’affaire Cancellieri, come molti commentatori hanno notato, dimostra chiaramente che stare dentro il PD, nell’illusione di poterlo cambiare dall’interno, pone di fatto in una situazione insostenibile: perché nelle dinamiche di un partito valgono i rapporti di forza, e i rapporti di forza, per il momento, sono tutti a sfavore di Civati. Quindi il buon Pippo si è trovato nella scomodissima posizione di quello che è costretto o a bere, o ad affogare. Chissà se sorseggiare fino in fondo l’amaro calice della rinnovata fiducia alla Cancellieri gli ha giovato o gli ha dato il fatale colpo di grazia, in termini di credibilità …

Ma facciamo conto che il danno non sia stato irreparabile. La situazione del PD potrebbe radicalmente rovesciarsi solo se il nostro vincesse le primarie del prossimo 8 dicembre e diventasse, sul serio, segretario. Non ci crede nessuno, nemmeno i civatiani: che sperano in un piazzamento onorevole che dovrebbe, nelle loro intenzioni, garantire un sufficiente spazio di manovra, magari al momento del ballottaggio (se ci sarà), per provare a cambiare, almeno un pochino, questo partito. Ma cambiare in quale direzione? E a prezzo di quali compromessi? E, soprattutto, non è che il tempo, quello dell’Italia, quello degli elettori, è scaduto e queste intenzioni “strategiche” ( o sarebbe meglio definirle “tattiche”?) sono ormai incomprensibili alla maggior parte delle persone, alle prese con problemi molto, molto reali e molto, molto urgenti?

Compromessi, già: e sempre e comunque al ribasso. La politica è fatta di mediazioni, lo sappiamo, e la pretesa di ottenere tutto e subito in genere porta poco lontano. Ma si può mediare con interlocutori in buona fede, non con gente che ha dato in passato ampia dimostrazione di essere attaccata al poter per il potere (ad ogni livello, vedi la triste vicenda dei tesseramenti farlocchi). Si può mediare, aggiungo, con persone che condividono con te un orizzonte di valori ben riconoscibile, non con brand travestiti da politici, che fanno bella comunicazione ma che in quanto a contenuti lasciano parecchio a desiderare e si guardano bene da enunciare un progetto di società riconoscibile e valutabile, a parte un generico nuovismo ad ogni costo. Con gente così, non si media, ci si compromette: o meglio, si compromette la propria credibilità. Appunto.

Qual è la risposta di Civati? Partecipate alle primarie, votatemi, e vedrete che non vi deluderò. D’altra parte il PD è l’unico partito che ha forza sufficiente per poter imprimere una direzione diversa all’Italia. Uscirne significherebbe condannarsi all’impotenza, fare il solito partitino ininfluente, essere, in pratica, generosamente velleitari. Stando dentro, qualcosa si può, si deve fare. 

E’ un discorso vecchio, che ci ha fregato un sacco di volte, fino alle primarie per il candidato premier dello scorso anno. Alle quali abbiamo partecipato in molti, già dubbiosi, per ritrovarci poi un Bersani che non ha saputo, o voluto, gestire coraggiosamente il vantaggio che pure aveva nei sondaggi: anzi, con una serie di dichiarazioni improvvide e di scelte autolesioniste, ha, di fatto, assassinato SEL e garantito un insperato successo al M5S. Da quel momento in poi. è stato il tracollo, fino a ritrovarci con questo monstrum di governo sul quale tralascio di esprimere giudizi.

A questo punto, infine, è doverosa anche una riflessione sullo strumento delle “primarie”, nel quale pure, a suo tempo, ho creduto fermamente ma che ora mi suscita più di un dubbio. CI sono tre candidati con tre programmi. Ora, o questi programmi si somigliano, visto che sono espressione di membri del medesimo partito, e in questo caso il voto degli elettori è indirizzato esclusivamente alla persona, non ai contenuti: di conseguenza si ricade in un meccanismo di personalizzazione della politica, che Renzi ha capito benissimo, visto il tenore molto “pop” della sua campagna, servizio su Vanity Fair incluso, e che ne farà il vincitore indiscusso (dopodiché le promesse si dimenticano e si ritorna alla gestione ordinaria del partito, inciuci compresi).  Oppure i tre programmi differiscono in modo netto, e allora i tre candidati (soprattutto Pippo) che ci stanno a fare sotto lo stesso ombrello? e come si pensa di tener fede agli impegni, dopo, qualunque sia il risultato? Non si tratterà, alla fine, di un mero riposizionamento delle forze in campo, magari in sede di ballottaggio, per una rinnovata spartizione del potere interno al PD, con la complicità ignara degli ingenui votanti?

Nel dubbio, a questo giro passo. Anche se riconosco a Pippo un’onestà intellettuale che, a mio giudizio, manca agli altri candidati e fra i suoi sostenitori ci sono moltissime belle persone, che ancora credono nella possibilità di trasformare il PD in un partito finalmente credibile. Auguro loro ogni bene e spero di sbagliarmi, sinceramente, sugli scenari futuri.

E dunque?

Quando arriveremo alle elezioni (ci arriveremo prima o poi, si spera, in un modo o nell’altro: perché questa situazione di sospensione, di fatto, della democrazia non potrà durare eternamente) allora chi sta dentro dovrà per forza di cose cercare chi sta fuori. Chissà se ci incontreremo nuovamente con Civati, allora, e in che veste, e con quali contenuti, si presenterà al giudizio delle urne. Chissà se sarà dentro o sarà fuori. Chissà.

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