Sorvegliare e deridere. L’illusoria libertà della Rete

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dislike-cloudApparentemente viviamo in un’epoca di sfrenata libertà di espressione: se prima la tribuna dell’oratore nella pubblica agorà era riservata soltanto a chi sapeva o poteva esprimersi, ora basta uno smartphone e, se anche non si ha niente di particolarmente intelligente da dire, si dice lo stesso. Libertà, dicevo. E di questa libertà quasi tutti approfittano: la Rete è diventata l’immensa discarica delle nostre esternazioni, delle nostre passioni, delle nostre idiosincrasie, delle nostre follie. E, naturalmente, dei nostri pregiudizi, dei nostri errori, della nostra ignoranza. Ma questa libertà, o licenza, di dire tutto quello che ci passa per la testa è reale?

Della brutale repressione del libero pensiero operata nei regimi totalitari, rossi e neri, che hanno funestato il Novecento, l’aspetto  che sempre mi ha particolarmente impressionato è la pervasività del controllo. Lo sguardo del potere si insinuava, imprevedibile e minaccioso, fin nell’intimità delle famiglie, rendendo sospetti i figli ai genitori, i genitori ai figli, l’amico all’amico, il marito alla moglie, la moglie al marito, il fratello al fratello. Non sapevi mai se qualcuno ti spiava, se la parola imprudente detta in un momento di distrazione o di fiduciosa intimità sarebbe stata o no riferita «a chi di dovere», per essere censurata o punita. Tantomeno potevi prevedere se, quando e in che modo il castigo si sarebbe abbattuto.

È possibile che qualcosa del genere stia accadendo anche oggi, in forma certo più edulcorata e politicamente corretta, ma altrettanto preoccupante? Un meccanismo nel quale siamo tutti, in un modo o nell’altro, sorveglianti e sorvegliati?

Più o meno tutti gli utenti dei social pubblici, in modo particolare di Facebook, sanno che la censura dei padroni di casa può abbattersi sui nostri post secondo criteri solitamente poco intellegibili: qualche giorno fa una mia amica, abituata a condividere ogni domenica un passo del Vangelo, si è vista sospendere il post perché l’immagine con cui lo aveva accompagnato «non rispettava gli standard della comunità». L’immagine era questa, giudicate voi:

libertàMa su questo sono stati già versati fiumi di inchiostro elettronico, quindi inutile dilungarsi. Alla fine basta ammettere che su facebook (e affini), a dispetto delle nostre pretese, siamo solo ospiti e dunque il padrone fa quello che vuole: del nostro tempo, delle nostre immagini, delle nostre condivisioni.

In realtà quello che sempre più mi colpisce (ma non mi sorprende) è l’impossibilità, alla quale ci consegniamo volontariamente (a dispetto di qualunque settaggio della privacy  decidiamo di adottare) di nascondere i nostri errori, la nostra ignoranza, in una parola la nostra inadeguatezza, esponendoci di fatto alla possibilità della pubblica gogna. In questo giochino siamo alternativamente vittime e carnefici, e le conseguenze, anche politiche, non sono così indifferenti.

Va per la maggiore perculeggiare senza misericordia le esternazioni sgrammaticate  dei tanti «analfabeti funzionali»  che appestano pagine pubbliche, gruppi, profili più o meno famosi. A volte la provocazione è esplicita. Penso che i miei pochi lettori abbiano presenti perfidi meme di questo genere:

meme-cobain

Ci siamo inciampati più o meno tutti e più o meno tutti abbiamo detto/scritto, scandalizzati: «No, vi prego, ditemi che è un fake». E siamo andati a sbirciare i profili degli incauti commentatori,  haters maldestri, inconsapevoli di essere stati così ferocemente trollati (manco sanno che cosa vuol dire «trollare», poveracci), per scoprirli invariabilmente popolati di immaginette di padre Pio, buongiornissimi e tutta la trita paccottiglia degli incompetenti digitali. Ok, siamo colti e riconosciamo al primo colpo Cobain, Tupac e il giovane Salvini: buon per noi.

La disinformazione ha parecchie frecce al suo arco e se le gioca con abilità: nel mezzo ci stanno i tanti che se le bevono tutte, dalla bufala montata ad arte sulla sorella di Boldrini alla triste favoletta delle unghie smaltate della profuga salvata da morte certa nel bel mezzo del Mediterraneo. La tentazione di ripagare la malafede con la stessa moneta è, comprensibilmente, irresistibile. La parodia (che, va detto, sta diventando abbastanza stucchevole) sembra essere tutto sommato inoffensiva e consolatoria.

Benissimo, lo ammetto: bazzicando pagine sul tipo «Adotta anche tu un analfabeta funzionale», ho riso anch’io e anch’io ho commentato incredula, chiedendomi come fosse possibile. Già: com’è possibile? E nel momento in cui mi faccio, seriamente, questa domanda, la sghignazzata mi muore in gola.  

E la voglia di ridere mi passa del tutto quando, in altre circostanze, constato che  spesso le stesse persone pronte ad esecrare e a deridere l’altrui crassa ignoranza dall’alto delle loro ferree convinzioni politicamente corrette, delle loro lauree e dei loro diplomi, delle loro auliche letture, della loro cristallina conoscenza della grammatica, quando si trovano alle prese con bufale plateali, tipo la faccenda dell’algoritmo di facebook,  si lasciano abbindolare come gli ultimi dei fessi.

Ok, copiare-incollare qualche supercazzola sui venticinque contatti etc etc, apparentemente è meno dannoso che tracannare fino all’ultima goccia beveroni comunicativi razzisti e intrisi di odio. Ma il meccanismo è lo stesso: si basa sull’automatismo della condivisione, sui medesimi bias cognitivi alimentati da conoscenze e informazioni più o meno fragili. Insomma, a diversi livelli siamo tutti analfabeti funzionali  e tutti siamo esposti alla possibilità di fare pubblicamente la figura dei folli o degli ignoranti.

Quello che appare è un ecosistema comunicativo diffusamente inquinato dal gioco della manipolazione comunicativa, qualunque sia lo scopo per cui si scelga di giocare questo gioco. Mi rifiuto di pensare che l’unica pedagogia possibile sia quella del «colpiscine uno, per educarne cento». Che l’unico modo per sentirsi a posto con la coscienza sia quello di accampare pretese di superiorità intellettuale sul popolo bue, con il sopracciglio alzato e il ditino puntato.

Torniamo alle mie immagini iniziali: il controllo censorio sulla libertà di opinione, tipico dei regimi totalitari  e largamente basato sulla pratica della delazione, contrapposto all’apparente possibilità attuale di esprimere in Rete senza freni qualsiasi contenuto, anche il più discutibile e scorretto. Sappiamo benissimo che non è così, che tutto quello che pubblichiamo in realtà ci definisce e ci profila, che ogni singola espressione del nostro pensiero può essere segnalata, riprodotta, conservata altrove, potenzialmente usata contro di noi.

Quando  sghignazziamo alla spalle di qualche sprovveduto, dovremmo rammentare sempre che, a torto o a ragione, potrebbe toccare anche a noi essere esposti sulla pubblica graticola dei social: per un commento incauto lasciato da qualche parte, per una condivisione poco accorta, per un like messo distrattamente su qualche post letto superficialmente (o del quale, peggio ancora, abbiamo letto solo il titolo), per una parola di troppo in una discussione pubblica, per un copia-incolla diffuso senza riflettere. Il castigo potrebbe coglierci repentinamente, senza avvisarci. Forse ci rovinerà soltanto la giornata, forse ci farà più male, indipendentemente da quello che abbiamo o non abbiamo fatto. Pensiamoci, prima di diventare i gendarmi del «sorvegliare e deridere» che ci fa sentire così superiori. 

Per approfondire:

Bias cognitivi: cinque modi veloci per ingannarsi da soli. 

I giustizieri della Rete. La pubblica umiliazione ai tempi di Internet.

 

 

 

 

 

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