Una modesta proposta (missionari, professionisti e menefreghisti nella scuola). Prima parte

teachers0-birthday-1956.jpg!xlMediumCari colleghi,

sappiamo tutti che la vicenda degli scatti di anzianità prima corrisposti ai colleghi aventi diritto e poi chiesti indietro dal MEF non si è davvero chiusa con la retromarcia del Governo. La scuola è sotto attacco ormai da anni e tutti fiutiamo l’ennesima fregatura. Certo è che la corda è logora e minaccia di strapparsi da un momento all’altro.

Come ha scritto un mio contatto su facebook, il risultato prevedibile dell’ennesima triste sceneggiata sarà questo (cito): “Impoveriranno ulteriormente la scuola e indurranno a dire che i soldi per gli istituti se li sono fottuti gli insegnanti, che verranno etichettati come sciacalli famelici”.

Il comunicato UNICOBAS chiarisce bene che, se vittoria c’è stata, è stata la classica “vittoria di Pirro”.

Con  l’accordo di CISL, UIL, SNALS-CONFSAL ed UGL, il governo Berlusconi ‘congelò’  gli scatti d’anzianità della scuola per il 2011 ed il 2012. Monti, in accordo  con le stesse sigle ‘sindacali’ estese confermò il blocco. Per ‘restituire’ gli  scatti 2011, l’anno passato vennero già tagliati 340 milioni di euro del fondo a disposizione delle scuole: di fatto, toglievano fondi destinati alla categoria  per restituire ciò che alla categoria spettava comunque, ancora grazie ad un  accordo ‘sindacale’ mettevano soldi in una tasca togliendola dall’altra…
Così  fanno anche oggi: gli scatti 2012 versati a suo tempo dal Tesoro a 90 mila  lavoratori della scuola prima che venisse confermato il blocco anche per  quell’anno (e che Saccomanni intendeva riprendersi indietro) vengono appunto  prelevati dal fondo di istituto e non potranno venire pagati i progetti di  didattica svolti dai docenti (ai quali si richiede quindi di operare ‘gratis et amore dei’), né potranno essere retribuite le ore di straordinario del personale Ata.
Tutto ciò determinerà una riduzione pesante della contrattazione di istituto (su che  si ‘contratta’?).

In ogni caso mi pare che il gioco sia questo, e non da ora. Delegittimare mediaticamente la professionalità dei docenti, che l’opinione pubblica tende ormai da tempo a percepire come una categoria lamentosa, poco preparata, che lavora poco e che pretende di mantenere ingiustificati privilegi, e, sulla base di questa motivazione, procedere a tagli drastici che non mirano certo al bene della scuola ma, semplicemente a fare cassa sulla pelle degli insegnanti.

A poco serve ribadire che il nostro lavoro, se svolto coscienziosamente, va ben oltre le 18 ore settimanali e prevede una quantità di doveri, inerenti alla funzione docente, che lo rendono assai più pesante (e logorante) di quanto comunemente si immagini. Il fatto è che non sembriamo convincenti. Credo che la buona scuola sia fondamentalmente imperniata sulla qualità dell’insegnante. E gli insegnanti italiani, va detto a costo di sembrare antipatici, si dividono di fatto in tre categorie: i missionari (che obbediscono ad una sorta di “vocazione” mistica e che sono pronti a subire ogni forma di sopruso in nome del superiore interesse dello scopo cui si sentono chiamati); i professionisti (certamente motivati, quanto e più dei missionari, allo svolgimento del loro lavoro ma perfettamente consapevoli che fede ed entusiasmo non bastano: sono necessarie competenze, cultura pedagogica, strumenti e riconoscimento sociale – nonché economico – di quella che normalmente si definisce, appunto, professionalità); infine i menefreghisti che, ammettiamolo, non sono pochi (ovvero quelli che tirano a campare per i motivi più disparati: perché hanno scelto questa strada per ripiego o per convenienza; perché, pur appartenendo in partenza alle prime due categorie, nel frattempo sono “scoppiati”; perché sono poco preparati e sono arrivati in cattedra in modo avventuroso; perché sono troppo anziani, delusi o financo ottusi; perché fanno altro e considerano il lavoro in cattedra un simpatico hobby; perché interpretano la professione in un’ ottica sostanzialmente impiegatizia e burocratica – lo dico senza nessuna forma di disprezzo per un qualsiasi impiegato, ma è palese che avere a che fare con l’educazione di giovani esseri umani comporta responsabilità diverse rispetto a quelle di chi combatte con pratiche e scartoffie, per quanto importanti). In realtà questa tripartizione potrebbe applicarsi facilmente a qualsiasi categoria di lavoratori (pensiamo, ad esempio, ai medici) ma nella scuola diventa  cruciale,  dal momento che abbiamo a che fare con una doppia mediazione: da un lato con le materie che trattiamo, dall’altro con i ragazzi a cui ci rivolgiamo. A volte penso che ci vuole una bella dose di incoscienza, o forse di presunzione, per pretendere di insegnare che so, Dante, Platone, l’analisi matematica o la fisica delle particelle, tanto mi appaiono vertiginosi questi argomenti … ma lasciamo perdere le digressioni metafisiche.

E concentriamoci sul fatto che, missionari, professionisti e menefreghisti, siamo tutti sulla stessa barca, e i docenti mediocri o pessimi contribuiscono a delegittimare le giuste richieste di quelli ottimi, buoni o passabili. Se vogliamo che la fatica inerente ad un insegnamento di qualità sia riconosciuta, dobbiamo pretendere in primo luogo da noi stessi un livello elevato. Rispetto al problema della valutazione,  credo che stabilire differenze stipendiali sulla base di supposti criteri di merito fra persone che fanno la stessa cosa sia sbagliato. In realtà la retribuzione base dovrebbe essere comunque alta, in relazione alla delicatezza del nostro compito, e quanti non sono all’altezza non dovrebbero essere pagati di meno, ma semplicemente buttati fuori, perché sono dannosi: alla scuola, ai ragazzi, alla cultura e anche ai colleghi.

Mi rendo conto che un discorso del genere, in questi frangenti, è pericolosissimo.  Si veda, per esempio, l’intervento odierno sul Sole 24h di Andrea Gavosto, Presidente della Fondazione Agnelli.

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Apparentemente sembrerei in sintonia con quanto sostenuto nell’articolo, che, al contrario, contiene un passaggio estremamente critico: l’idea che nel prossimo contratto si possa prevedere una differenziazione di carriera e retribuzione fra docenti che optassero per un generico “tempo pieno” (da svolgersi a scuola in attività come, udite udite, correzione dei compiti, programmazione didattica, corsi di recupero etc) e quelli che volessero mantenere l’attuale quadro orario (come se, oggi, i docenti, oltre ad osservare l’orario di cattedra, non correggessero i compiti, non partecipassero alle attività di programmazione, non svolgessero corsi di recupero … tutti obblighi connessi alla funzione docente e che, naturalmente, portano via un bel po’ di tempo dei nostri pomeriggi, delle nostre serate e, qualche volta, delle nostre notti). Io non so cosa abbia in testa il dott. Gavosto. Se un ipotetico tempo pieno prevedesse, per esempio, la correzione dei compiti in “orario di ufficio” con tanto di timbratura del cartellino, potrei anche esserne felice: una volta uscita dall’edificio scolastico, eviterei di portarmi il lavoro a casa. Trasformiamo pure il mestiere di docente in un meccanismo di tipo burocratico: non so, tuttavia, se la scuola se ne avvantaggerebbe. Ma ho il sospetto che il tempo pieno qui ventilato possa trasformarsi nelle temutissime 24 ore di lezione in aula : ovvero nell’aggiunta di una o due classi alle quattro che in genere già dobbiamo gestire, e senza un’attribuzione coerente delle ore (conosco colleghi che si ritrovano ad insegnare solo geostoria in sei classi differenti, per un totale, spesso, di quasi duecento alunni, per dire). Ancora una volta, per gli insegnanti responsabili sarebbe una follia: i menefreghisti avrebbero un alibi ulteriore per sbattersene. Comunque la logica sarebbe, nuovamente, quella dei tagli di spesa. In realtà credo che, tanto per non cambiare abitudine, si parli di scuola senza conoscerne i meccanismi e per finalità economiche che poco hanno a che vedere con i problemi realmente sul tappeto. Altrettanto sospetta è l’ipotesi di un concorso che verifichi i “requisiti professionali” dei docenti, proposta che ricorda molto il famigerato “concorsone” di berlingueriana memoria: se non altro perché dovremmo metterci d‘accordo su quali sono questi requisiti. I quali, fra l’altro, dipendono dal modello di scuola che vogliamo impostare: e può essere che la scuola pensata dalla Fondazione Agnelli non sia esattamente quella che io mi augurerei per i miei alunni.

Detto questo, continuo a pensare che la qualità debba essere pagata. Si vuole un insegnamento di qualità? i docenti in grado di offrirlo vengano pagati in proporzione al proprio valore e al proprio ruolo. Fra noi i professionisti (che poi, oggi, finiscono per essere anche missionari) non sono pochi e, con mille espedienti e sacrifici, tengono in piedi la baracca (che, altrimenti, sarebbe crollata da tempo). Ma la loro immagine è offuscata da chi si è sempre limitato a galleggiare e   si serve dello sfacelo attuale come alibi per il proprio pressapochismo. Perché l’esito paradossale della confusione in cui ci troviamo è questo: il docente bravo rischia l’esaurimentoquello mediocre, sia pure lamentandosi parecchio, sopravvive senza difficoltà, perché di certo non si è mai rotto il collo e tantomeno se lo rompe adesso.

Come portare alla luce la contraddizione? Rendendola manifesta. Una modesta e paradossale proposta: ci dicono che lavoriamo solo 18 ore alla settimana;  cosa accadrebbe se tutti lavorassimo davvero solo 18 ore alla settimana? Se rifiutassimo gli incarichi aggiuntivi, il volontariato sottopagato o non pagato, le gite scolastiche etc.? Se nelle 18 ore a scuola correggessimo i compiti, studiassimo per le nostre lezioni (che sarebbero poche, di necessità) e preparassimo i materiali facendo la fila ai pochi computer disponibili? Se non tenessimo i corsi di recupero, se ci buttassimo malati in massa per gli esami, se evitassimo con una scusa o con un’altra riunioni, consigli, collegi …? Si dirà: occhio,  nei tuoi compiti di insegnante sono compresi anche i doveri inerenti, appunto, alla funzione docente, oltre l’orario della mattina … ah sì? allora non è vero che il professore coscienzioso lavora solo 18 ore, lavora comunque di più, come da contratto (e se aumentate gli alunni per classe e moltiplicate gli impegni pomeridiani obbligatori a scuola, ne risulta un aggravio del carico di lavoro per tutti, a stipendio bloccato). 

Insomma, paradossalmente, per riuscire a veder riconosciuto il loro sforzo, i missionari dovrebbero smetterla di fare i missionari e i professionisti abdicare alla loro professionalità. Ci volete tutti impiegatucci votati alla logica della didattica test oriented? E sia. Si vedrebbe allora che la scuola italiana crollerebbe miseramente: ma forse sarebbe la fine di molti equivoci, sia pure condita dall’amarezza del “ve l’avevamo detto, ben vi sta”.

(continua) 

 

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