Zitti!

Quando mi addentro nella rilettura delle varie riforme che la scuola italiana ha subito da Berlinguer in poi, mi pare di trovarmi davanti a un cumulo di rovine: intenzioni roboanti, formule misteriose, didattichese profuso a piene mani. Interdisciplinarietà, transdisciplinarietà, moduli, competenze, cicli, raccordi, PECUP, LARSA, EQARF, ECVT, ECTS, EQV, POF, PEI, BES  e tutta la sfilza di acronimi tramontati e poi ancora resuscitati in una specie di loop infernale …

Il risultato? Una scuola senza identità, incapace di correggere le storture del passato (no, non appartengo alla nutrita schiera dei “laudatores temporis acti”, sia chiaro) e di aprirsi davvero al futuro; una scuola che spesso ha buttato via il bambino tenendosi l’acqua sporca, moltiplicando le incombenze burocratiche e snaturando la funzione dei docenti, riducendoli a meri esecutori di una pedagogia di stato con poche idee e comunque parecchio confuse; una scuola vessata dai tagli e offuscata dalle chiacchiere; una scuola diventata campo di battaglia per contrapposizioni ideologiche di qualunque tipo, caricata di continuo di colpe e responsabilità non sue (o comunque non esclusivamente sue).

Il bello è che in questo bailamme, che lascia basiti e perplessi gli stessi professionisti dell’educazione, succede come con la nazionale di calcio: tutti sono commissari tecnici. Sulla base degli appannati ricordi delle loro remote esperienze scolastiche, senza rendersi conto che la scuola un tempo da loro frequentata non esiste più (e non è chiaro, ad oggi, che cosa l’abbia davvero sostituita), criticano, consigliano, polemizzano. In sintesi, straparlano.

Verrebbe da dire, a tutti (giornalisti, politici, supposti esperti che mai hanno messo piede in un’aula vera, gente comune che va avanti per luoghi comuni e slogan): “Chetatevi!”

Alla fine  ci si ritrova a pensare di essere in guerra, e che la guerra  (contro i discorsi vuoti, le pretese inutili, la retorica un tanto al chilo, le norme deliranti e, sì, gli acronimi incomprensibili) non finisca mai,  e  che occorra una gran fede per andare avanti, nonostante tutto, ma che, insomma, non si possa fare a meno di combattere, perché le ragioni che una volta, tanto tempo fa, ti hanno spinto in trincea, sono sempre lì, intatte, e proprio non ce la fai a fingere di non vedere.

 

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