Il volto invisibile dello show

Non mi pare che la lettera aperta  scritta dagli amici di Matteo Armellini a Laura Pausini lo scorso 15 marzo abbia avuto la giusta rilevanza mediatica, Ricordo che Matteo Armellini è il tecnico di 32 anni morto il 5 marzo durante l’allestimento del palco per il concerto di Laura Pausini a Reggio Calabria.  Il tour della Pausini è ripreso il 18 marzo da Firenze: nonostante l’esplicita richiesta della famiglia di lasciare il dolore per Matteo in una dimensione esclusivamente privata, pare che l’usuale (in queste occasioni) minuto di silenzio a inizio concerto ci sia stato ugualmente. O forse no: l’ufficio stampa della Pausini lo smentisce. E’ curiosa questa discrepanza di testimonianze che tradisce da parte della Pausini e del suo staff un certo imbarazzo. Comunque sia andata (si dice che una voce fuori campo abbia invitato ad un minuto di silenzio e che la Pausini abbia aggiunto, qualunque cosa volesse dire: “Il nostro silenzio parla per noi”), nella lettera degli amici di Matteo ci sono alcuni passi che meritano di essere messi in evidenza.

“Al di là degli aspetti penali, che competono alla magistratura, ciò che non emerge di questa tragedia è il grave problema che riguarda il lavoro. Lo show business, per massimizzare il profitto a ogni costo, impone ritmi frenetici e condizioni di lavoro aberranti a una categoria già di per sé frazionata e debole, il tutto per garantire sempre allo spettacolo di andare avanti.

Lei (Laura Pausini, nota della blogger) scrive nella sua lettera che si sente impotente, che non può fare niente per cambiare le cose; allo stesso tempo, Jovanotti invita a una riflessione su come migliorare il livello di sicurezza, senza che però alle parole seguano dei fatti concreti.

Noi al contrario riteniamo che Lei, come tutte le Star dello spettacolo, abbiate il potere e il dovere morale di cambiare qualcosa, per far sì che tutto quello che è accaduto non si ripeta. Gli artisti sono gli unici che possono permettersi di dire no.

Questo sarebbe un aiuto concreto e una dimostrazione di sostegno per quella che Lei chiama “famiglia in tour”, ed eliminerebbe il dubbio che da questa tragedia derivi solo pubblicità per il suo personaggio.

E’ il rispetto del silenzio che chiediamo”.

Nel blog creato appositamente per Matteo, il primo post, datato 7 marzo 2012 e intitolato “The Show must go off”, è degli Operai dello Spettacolo di Roma, e contiene parole estremamente dure esplicitamente rivolte agli artisti:

“Noi operai non facciamo parte della loro famiglia, come dicono nelle loro ipocrite ed infami dichiarazioni: le paghe non sono adeguate alle mansioni svolte, arrivano dopo mesi, i turni superano ampiamente le dodici ore, c’è una pianificazione scellerata degli eventi che risparmia sulla sicurezza dei lavoratori e del pubblico.
Non esistiamo come categoria di lavoratori perciò non abbiamo nessun diritto. Vogliamo la dignità e il rispetto che ci spettano”.

Anche il comunicato stampa della madre di Matteo è estremamente chiaro: L’unica forma di omaggio che posso accettare e che rispetta la volontà di Matteo è impegnarsi nel concreto affinché ciò che è accaduto a lui non avvenga mai più in futuro.

Al di là di alcuni siti alternativi, mi pare che nessun organo di informazione a larga diffusione si sia preoccupato di approfondire questi temi (nel caso specifico, si è solo scritto che per rispettare la volontà della famiglia, non ci sarebbe stata nessuna forma di ricordo pubblico di Matteo – poi, come ho detto, se ci sia stata o no, rimane un singolare mistero: ma nessuno, almeno nell’ambito dell’informazione mainstream,  ha spiegato da che cosa era motivato l’atteggiamento della famiglia e degli amici): dietro agli show che tanto amiamo, non ci sono soltanto il talento e la passione dei nostri artisti preferiti, ma un business durissimo sottoposto a scarsi controlli. Su questo aspetto, il peccato di omissione (da parte degli artisti, del giornalismo specializzato, del giornalismo tout court) è evidente.  Su questo aspetto, noialtri, pubblico di fan affezionati e commossi, dovremmo adeguatamente riflettere, ogni volta che compriamo il biglietto per uno spettacolo live: se solo fossimo messi in condizione di farlo. 

Una notizia, o un commento, che non vengono adeguatamente diffusi e rilanciati, diventano più che inefficaci: è come se facessero riferimento a fatti mai accaduti. Può la Rete equilibrare almeno in parte la situazione?

Compratevi una buona stampante, datemi retta …

C’era una volta Splinder, ricordate? Il luogo dove molti hanno cominciato: e dove molti, come la sottoscritta, sono rimasti fino alla triste conclusione, lo scorso 31 gennaio. Della fine ingloriosa di Splinder  si è parlato molto, sin dai primi annunci di agonia, ma con tono rassegnato: è la dura legge del mercato, se un’attività, per quanto nobile,  non è più redditizia, è condannata. E poi oggi va molto di moda  dire che l’attività di blogging è morta o moribonda, assassinata dai social network, quindi la fine di Splinder sembra  inscritta, teleologicamente, nei destini immutabili della Rete (sebbene  i più accorti dubitino che i blog siano destinati a definitiva scomparsa)

Splinder è ormai defunto, sacrificato sull’altare del business (o forse del cattivo business). Ce ne siamo fatti una ragione e gli splinderiani più accorti, con un po’ di sforzo e qualche imprecazione di troppo per gli inevitabili disguidi tecnici, si sono trasferiti altrove. Ma non mi pare che si sia riflettuto a sufficienza sulle implicazioni.

Prima di tutto Splinder era una comunità, nella quale molti avevano, nel corso degli anni, intrecciato rapporti e legami di varia natura. Possiamo sperare di ritrovarci altrove, prima o poi, ma resta il fatto che quella comunità, una vera e propria cittadella digitale, è stata cancellata di botto, con tutto il suo carico di umanità, relazioni, amicizie. L’ultimo bel momento è stato lo scambio di informazioni, dritte, suggerimenti, per migrare altrove nella maniera più indolore possibile. E poi, bye bye, ci vediamo baby, da qualche parte, se capita.

In secondo luogo la Rete è fatta di link, di rimandi, di credibilità e visibilità faticosamente acquisite nel tempo, di contenuti condivisi e riferimenti incrociati. Un taglio netto ha reciso la rete di informazione e conoscenze che era cresciuta attorno ai blog ospitati su Splinder: che non erano tutti inutile fuffa autoreferenziale. I padroni di Splinder non hanno affatto considerato che quei contenuti avevano comunque un valore.  Chissà, magari potevano avere anche un valore economico, se solo ci fosse stata una visione più lungimirante e, forse, più ardita. Comunque, nei casi più fortunati il materiale è stato trasferito altrove ma di fatto è diventato difficilmente reperibile. Per quanto mi riguarda, ad esempio, visto che mi ero conquistata in nove anni di attività online un buon numero di citazioni, trovo estremamente frustrante che quei link ora rimandino al nulla. I miei contenuti sono tutti ancora disponibili, ma nascosti nei meandri della Rete. Fra l’altro, per difficoltà con il database ospitato da Tophost (che non reggeva la quantità), ho dovuto ripubblicare i vecchi post in un blog appositamente creato su wordpress, al quale sono stata costretta ad attribuire un altro nome (approssimazioni.wordpress.com): ci si arriva direttamente anche da qui (nella scheda “L’altra vita di Floria”) ma è evidente che si tratta di una soluzione pasticciata, buona giusto  a gratificare la mia nostalgia.

Infine. Si tratta dell’ennesima dimostrazione di quanto sia illusoria la nostra fede nell’autonomia e nella libertà della Rete. In verità non ci rendiamo conto che, affidandoci a qualsiasi piattaforma, con un account free o pro non conta, regaliamo ad altri i nostri contenuti: possiamo essere serenamente sfrattati dalle nostre dimore digitali, che non ci appartengono, con un preavviso breve o nullo. E’ successo con Splinder, potrebbe succedere, un domani più o meno remoto, con wordpress, con blogspot, con twitter o con facebook. MI illudevo di mantenere il controllo, non postando contenuti originali e complessi su Facebook, limitandomi alla condivisione dei link, visto che so benissimo che il mio account potrebbe essere disattivato da un momento all’altro per un capriccio del padrone di casa. Bene, quello che temevo è accaduto proprio su Splinder, nel luogo dove, magari ingenuamente (perché certi sintomi poco felici dovevano mettermi sull’avviso), credevo di essere al sicuro. E invece l’ad di Dada,  un tale Claudio Corbetta che non avevo mai sentito nominare fino ad allora, ha pensato bene che le mie parole, insieme a quelle di qualche migliaio di utenti, valessero meno di zero, visto che non rientravano in alcuna illuminata strategia aziendale. Non siamo persone, bella gente, siamo mercanzia.

Permettetemi un salto logico, ma prometto che non mi allontanerò più di tanto dal tema. Ora è il momento del cloud computing, Qualche anno fa Richard Stallmann sottolineava energicamente i rischi della computazione remota di massa. Bene, i buoi sembrano ormai fuggiti dalla stalla e in un modo o nell’altro questa appare la tendenza del futuro, per i privati, per le aziende, per le pubbliche amministrazioni. Beh, accetto il trend, anche perché non si può fare altrimenti, ma non mi sento tranquilla. Affidare in tutto e per tutto la propria identità digitale (che è una bella fetta dell’identità tout court) ad aziende ed architetture tecnologiche, nonché a modelli di business e a strategie di marketing, che non è possibile controllare, non mi pare questa gran pensata.

Salvo in locale quello che mi interessa, anzi, per non sbagliarmi, addirittura lo stampo e lo archivio in casa mia (di mattoni), nei miei scaffali (di legno). Non frega niente a nessuno, non sarà tramandato comunque nei secoli, ma forse qualcosa arriverà ai miei nipoti (magari assieme ai miei vinili e alle videocassette che non ho gettato). Come quella meravigliosa valigia dove erano state riposte e dimenticate le lettere che i miei genitori si sono scambiati dal 1940 in poi: la carta ormai è fragile ed intaccata dall’umidità, ma le parole si leggono ancora e quel pezzo di vita non è andato del tutto perduto. E sì che allora c’era la guerra.

 

Inquilini

Ho perso una battaglia, a motivo del mio buon cuore, chissà se vincerò mai la guerra.

Per tutto il tempo (venti anni) durante il quale ho abitato nella mia precedente abitazione, ho avuto modo di farmi una cultura sulle abitudini dei gabbiani (alcune assai disgustose, alla faccia di Richard Bach),  nonché sulla loro riproduzione e l’allevamento dei piccoli. Bastava trascorrere un mezzo pomeriggio sul terrazzo (quarto piano) e osservare quello che accadeva sui tetti delle abitazioni vicine. Interessante, non dico di no, se non fosse stato per il guano che i maledetti volatili avevano l’abitudine di abbandonare un po’ ovunque, panni stesi inclusi.

Nella mia nuova casa non ho terrazzi e, ingenuamente, pensavo di aver chiuso con questi forzati studi ornitologici. Ma qui impazzano le tortore. E una testarda famigliola di tortorelle ha deciso che il davanzale della mia finestra dovesse diventare casa loro. Ho trascorso un paio di settimane a distruggere il loro nido improvvisato, almeno tre o quattro volte al giorno. Niente da fare, ogni volta le tortorelle ritornavano e apprestavano un nuovo giaciglio di ramoscelli secchi.

Ora, so bene che le tortore sono uccellini graziosi, simbolo fra l’altro dell’amore coniugale, con un illustre pedegree letterario. Però lo sguardo fisso e vuoto degli uccelli mi inquieta (non sono la sola) e, fra l’altro, nella privata mitologia della mia famiglia qualsiasi volatile si lega a presagi nefasti (non starò a spiegare perché, ma sin dalla mia infanzia il possesso di canarini, pappagalli, merli indiani e simili è sempre stato rigorosamente tabù, visto che mia madre era fermamente persuasa che portassero disgrazia). Insomma, io quelle tortore non le volevo fra i piedi e, giusto ieri, mi sono munita di liquido repellente per volatili, assolutamente decisa a rendere il mio davanzale un luogo assolutamente inospitale per tortore, piccioni, gazze e qualsiasi altro tipo di pennuto.

Bene, stamattina ho impugnato la mia arma, ho aperto la finestra e ho scoperto … due uova! Non me la sono sentita di farne frittata. Ho chiuso e adesso, mentre scrivo, ogni tanto alzo lo sguardo a contemplare i due premurosi genitori che covano, ora singolarmente, ora insieme, la loro prole futura. Mi chiedo se dal loro punto di vista sia io la fastidiosa vicina di casa: comunque la pensino, hanno (per il momento) vinto. Non sfratto un’intera famiglia. Nel frattempo, in attesa della schiusa, mi improvviserò etologa. Però sia chiaro, appena i piccoli saranno in grado di volare, immagino fra un mese o due, devono sloggiare, sempre che non si manifesti, a mio danno, qualche perversa forma di imprinting.

Da “La Tortora e la Fenice” di William Shakespeare

Qui ha inizio l’antifona: l’amore e la costanza son morti; la fenice e la tortora son fuggite lontano, entro una mutua fiamma.

Tanto si amavano che i loro amori, tuttavia separati, facevan tutt’uno. Due creature distinte, senza che alcuna divisione fosse fra loro. Il numero era ucciso dall’amore.

Cuori divisi ma non disgiunti, si poteva vedere la distanza, non lo spazio, fra la tortora e il suo re: non fosse ch’era, per loro, cosa affatto naturale, sarebbe stato un prodigio.

L’amore raggiava in mezzo a loro a tal segno che la tortora vedeva quanto d’amore  l’era dovuto fiammeggiare nello sguardo della fenice: ciascuna era l’io dell’altra.

La logica era così smarrita per il fatto che l’identità non era equivalenza: con la loro natura, unica pur sotto un duplice nome, esse non contavano né per uno né per due.

La ragione, confusa da se stessa, vedeva l’unione nella loro divisione; assorbita l’una nell’altra, distinta l’una dall’altra, quelle creature si erano così bene assimilate,

che si chiedevano come il loro duo potesse formare un così armonioso assolo; così che l’amore ha ragione, mentre la ragione, che pur dovrebbe aver ragione, ha torto, dal momento che si vede una così bell’unione là dove dovrebbe esserci una divisione. 

 

 

Afasia

Ovvia, su. Il trasloco è finito. Il blog riattivato. Il dottorato iniziato. La casa è a posto. I libri, grossomodo, sono tornati a portata di mano. Non hai più scuse. Perché non scrivi? Perché la sera, invece di postare on line le tue illuminate considerazioni a disposizione del tuo ristretto, ma tuttavia fedele, pubblico, ti rincoglionisci fino a ora tarda, imbambolata davanti alle efferatezze di Fox Crime?

Ho l’impressione di essere rimasta senza parole. Molto semplicemente, non mi va di mescolare le mie idee sfilacciate sul mondo al chiacchiericcio che percorre in lungo e in largo la Rete. Dico la verità: ho pure provato a ritornare attiva su twitter, ad aggiornare la pagina facebook con un minimo di regolarità. Ho pensato che, per guadagnare tempo, potrei postare periodicamente, invece che ragionamenti articolati sul blog, qualche foto con appropriata didascalia … o inserire titoli nuovi su Anobii, e magari rientrare in quella sede in un forum o due di lettori accaniti.

Ma poi mi chiedo: “E perché? Per dire cosa? Che diavolo significa questa smania di comunicare urbi et orbi qualsiasi stronzata ci passi per la testa? Che razza di giustificazione hanno le nostre idee, i nostri pregiudizi, le nostre idiosincrasie? Questa massa informe di parole che trabocca, travolgendoci, dallo schermo del computer, può darci davvero qualcosa che non abbiamo, lo scarto rispetto al già visto, già sentito, già sperimentato, la spinta che ci manca per essere davvero “noi” e non un patetico incrocio fra pappagalli saccenti e altezzosi tacchini telematici? E se pure non fosse questione di conformismo comunicativo travestito da novità trendy ma autentico desiderio di raccontarsi nella propria schietta umanità, siamo sicuri che dall’altra parte ci sia qualcuno davvero disposto a mettersi in ascolto, comprendere senza fraintendimenti, rispondere al ragionamento con il ragionamento, all’emozione con l’emozione? Dopo tanti anni trascorsi in Rete a tessere rapporti, condividere link, sperimentare strumenti,  inseguire l’ultimo commento sulla novità del momento, raccontare di me, dei miei libri, della mia musica, delle mie incazzature politiche e/o professionali, confesso che francamente non so più rispondere. Non so più nemmeno se valga la pena rispondere.

Eppure (con una certa fatica, lo ammetto) sono qui che scrivo, anche se non quello che avrei davvero voglia di scrivere. Arrendermi al silenzio che  mi tenta vorrebbe dire rinnegare un bel pezzo della mia vita che in un modo o nell’altro si è svolta sullo schermo. “Vite sullo schermo” si intitolava una saggio di Sherry Turkle che a suo tempo rappresentò per me una delle tante spinte a sperimentare che cosa significasse rinegoziare la propria identità tramite la tecnologia. Scopro che oggi Turkle, con autorevolezza di gran lunga maggiore rispetto al mio disagio tutto personale e non accademico, si pone domande molto simili alle mie.

“Oggi viviamo in un mondo in cui il sé si costruisce sulla base delle risposte fornite, delle chiamate effettuate, degli e-mail spediti, dei contatti raggiunti. Un sé calibrato sulla base di quello che la tecnologia propone e impone, su quello che semplifica e al tempo stesso svaluta. In un mondo in cui la tecnologia ci spinge a produrre di più e più in fretta, ci troviamo ad affrontare un curioso paradosso. Da un lato ripetiamo ad nauseam che viviamo in un mondo sempre più complesso, dall’altro abbiamo creato una cultura della comunicazione che rende difficile, se non impossibile, ritagliarsi spazi e tempi per riflettere in modo tranquillo, senza distrazioni. In un mondo che esige risposte in tempo reale abbiamo perso la capacità di affrontare problemi complicati.”

In un mondo che esige risposte in tempo reale abbiamo perso la capacità di affrontare problemi complicati. Problemi personali o generali, disagi privati o pubblici, contraddizioni individuali o collettive: tutto si frammenta, macinato dai meccanismi comunicativi della Rete, e quel che è peggio si ripete in un loop di sciocchezze che si riverberano l’una sull’altra, senza mediazione, senza tempo per  lasciar decantare l’esperienza, prendere le distanze, ragionare. I tempi lunghi della riflessione non si conciliano con l’urgenza della performance in Rete. Diventa imperativo commentare in tempo quasi reale l’ultimo twit del politico o della pop star che si espongono al pubblico della Rete fingendo di accorciare le distanze con il popolo, in una fittizia e manipolatoria parodia di democrazia. Su Facebook rincorriamo la novità, il meme più o meno insulso, la citazione priva di contesto, il video virale, la battuta falsamente irriverente,  la frasetta suggestiva e apparentemente innocua che, banalizzando i sentimenti,  ci rassicura sulla nostra normalità.

Scorrendo la home di Facebook o di Twitter, dico la verità, mi capita di essere presa dallo sconforto. Non è una conversazione, vecchia, abusata metafora per definire il contesto comunicativo della Rete, ma una babelica cacofonia di voci che si rincorrono, hashtag più o meno incomprensibili, discussioni in codice fra gruppetti di iniziati che intrecciano commenti insulsi come se fossero nel loro privatissimo salotto. Il rumore di fondo inghiotte il senso delle parole, tutto diventa nebbioso, indistinto, alla fine insignificante. Una perdita di tempo.

E allora come se ne esce? Soprattutto, come ne esco io? Posso solo proporre una soluzione provvisoria. Riprendere a scrivere, qui, ma con un ritmo disteso, secondo i miei tempi, tempi di lettura, di riflessione. in definitiva di vita. Uscire di casa dimenticando sul tavolo l’Iphone. Leggere. Leggere poesie vere. Come questa.

Gli anemoni

Far magie … niente di più semplice! E’ uno dei trucchi più antichi della terra e della primavera: gli anemoni. Sono improvvisi. Spuntano dal bruno fruscio dell’anno scorso in luoghi dimenticati dove altrimenti non si sofferma le sguardo. Ardono e si dibattono, sì, si dibattono: dipende dal colore. Quel fervido azzurro-viola ormai non ha alcun peso. Qui è l’estasi ma un’estasi contenuta. “Carriera” – Non li riguarda! “Potere” e “Pubblicità” – grotteschi. Fu loro certa riservata fastosa accoglienza su a Nineve, fecero fanfare e gran fragore. In alto sul soffitto – sopra tutte le teste stavano i lampadari di cristallo come vitrei avvoltoi. Invece di questo superdecorato e rumoroso vicolo cieco, gli anemoni aprono un varco segreto alla vera festa dove regna un silenzio di morte. (Tomas Tranströmer – Premio Nobel 2011)