Luci e ombre nell’insegnamento delle materie umanistiche. Primo questionario

Come forse qualcuno dei miei lettori saprà, sono un’insegnante di italiano e latino nei Licei, attualmente impegnata in un dottorato di ricerca in Sociologia e Storia della Modernità presso l’Università di Pisa. La mia indagine ha per oggetto il ruolo attuale dell’insegnamento delle materie umanistiche nel nostro Paese, sulla base di una contestualizzazione storica della problematica e con l’ambizione di delineare un quadro possibile delle prospettive future.

Dal punto di vista sociologico, il tema mi è sembrato interessante perché di fatto coinvolge il mutamento radicale e per certi aspetti irreversibile dei paradigmi educativi e culturali alla base della (post)moderna società di massa,  una società “liquida” (per citare la fortunata metafora di Baumann), multiculturale, tecnologica, caratterizzata da evidenti disequilibri socio-economici e da trasformazioni rapidissime e incontrollabili.

Che cosa insegnare? Perché insegnarlo? Soprattutto, quello che si insegna mantiene ancora oggi un senso intellegibile (nella duplice accezione di “significato” e di “direzione”)? Sono queste le domande che i docenti, in particolare i docenti di discipline che appartengono al novero delle materie umanistiche, si pongono sempre più spesso.

Il primo questionario che propongo si rivolge agli insegnanti di discipline umanistico-storiche (italiano, latino, storia, filosofia … ). Vorrei indagare il loro vissuto, la loro motivazione, le strategie che adottano nella loro quotidiana azione didattica, la percezione che hanno del loro ruolo nel contesto attuale della scuola italiana. Seguiranno altri questionari rivolti ai colleghi di altre discipline e agli studenti. Mi piacerebbe in seguito discutere pubblicamente i risultati.

Naturalmente la partecipazione è assolutamente anonima e i dati raccolti saranno utilizzati solo ed esclusivamente per fini di ricerca. Sarà possibile rispondere al questionario a partire da oggi fino al 15 marzo.

Mi date una mano? Di seguito il link per accedere al questionario on line

https://docs.google.com/spreadsheet/viewform?formkey=dEFPUTNia1FfWXVrSlREOXd6MUJIRUE6MQ#gid=0

Nota tecnica: il link si apre perfettamente con Chrome. Se ci fossero problemi con altri browser, provate a  copiarlo e incollarlo nella barra degli indirizzi. Pare che ci siano problemi con i tablet: meglio usare un computer. 

 

 

 

“Salò” di Pier Paolo Pasolini, una provocazione sempre attuale.

 

[Una settimana fa, ho partecipato all’iniziativa “Si parla tanto di poesia – 3° edizione” presso la Libreria Coop. L’incontro, organizzato da Marco Formaioni,  si è diviso in due parti: la prima verteva sulla poesia di Giorgio Caproni (a cura del professor Davide Puccini), la seconda, indegnamente curata dalla sottoscritta,  sulla poetica di  “Salò” di Pier Paolo Pasolini.  Questo, per chi interessa,  è il testo del mio intervento su Pasolini]

 

Che cosa ci disturba, davvero, in un film così estremo come “Salò”? Avanzo un’ipotesi: quello che ci infastidisce e ci disgusta non è tanto la rappresentazione esplicita della perversione, ma il fatto che sia stato un “intellettuale”, qualunque cosa  questa definizione voglia dire per noi (e abbia voluto dire per Pasolini: non è detto che i due significati coincidano), ad assumerla e a recuperarla come metafora dell’oggi nel recinto della cultura: e con questo gesto violando appunto  la scontata (e impotente) sacralità assegnata  alla cultura dal perbenismo indifferente del senso comune.

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Il giorno dopo lo tsunami. (Non)bilancio provvisorio

Un mese fa, annunciando il mio sostegno a Rivoluzione Civile, scrivevo:

Rivoluzione Civile è, in primo luogo, una scommessa. Si trasformerà in una fregatura? In tal caso, per me non sarà che l’ultima di una lista che sta diventando desolatamente lunga. A chi allora mi dirà: te l’avevo detto, potrò sempre rispondere: Beh, almeno ci ho provato. E tu che cosa hai fatto, davvero, a parte titillarti con la giustificazione stantia del voto “utile” (ma utile per che cosa e soprattutto a chi esattamente?) o rifugiarti nella desolazione del non voto?

La fregatura c’è stata, tutta e senza sconti. Mi viene da dire “è la democrazia, bellezza”, sebbene la nostra democrazia sia fortemente compromessa da una legge elettorale che ne rappresenta la negazione plateale. Ma con queste regole si giocava, e con queste regole abbiamo avuto il risultato. Pericolosissimo da più di un punto di vista, ma tant’è. Il segnale è comunque forte e chiaro, per chi lo vuol sentire.

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Ehi, tu … (appello al potenziale astensionista)

Ehi, tu … parlo a te: a te, cittadino stanco e sfiduciato che hai quasi deciso di lasciar perdere. Altro che votare: stai seriamente meditando di emigrare quanto prima. Perché la politica, francamente, ti ha più che deluso, ti ha proprio disgustato. E questa campagna elettorale, perennemente in bilico fra marketing e tifo da stadio, di certo non ti ha aiutato.

Di Berlusconi e dei suoi compari non vorresti più vedere la facce manco dipinte. Monti con la sua aria da professore saputo e  il salottiero aplomb di chi è abituato a guardare da lontano, con il mignolino alzato e il birignao vagamente disgustato, la melma (la merda?) in cui il resto dell’umanità, te incluso, si dibatte, proprio non ti va giù. Grillo già non ti piaceva quando faceva il comico, e ora che fa politica non solo non ti convince, ma forse addirittura ti spaventa: capisci l’incazzatura di chi lo segue adorante, perché in effetti anche tu ti senti parecchio incazzato, ma hai la netta impressione che il salto nel vuoto non preluda ad un volo nel blu dipinto di blu ma ad un misero schianto sul cemento della dura realtà: schianto magari commentato dallo sghignazzo incredulo del resto d’Europa che dagli Italiani non sa più cosa aspettarsi. E poi ci sarebbe il centrosinistra (con il trattino? senza trattino? rammenti l’annosa questione?), che di belle promesse ne fa parecchie, sul lavoro, sull’economia, sulla scuola, sui diritti, ma pare un po’ confuso, se non altro perché delle macerie di questi vent’anni porta precise responsabilità, E certo, sì, ha fatto le primarie (del resto il principale partito si chiama “democratico”, bisognerà pure che cerchi di meritare questo aggettivo …), ma bisogna rammentare che in un tot di anni il PD di certo non si è rotto il collo nel tentativo di modificare la legge elettorale, chissà perché … e mentre Monti e i suoi ministri, fra un brunch e un té, procedevano imperterriti a tagliare diritti e a impoverire il Paese, il PD votava tutto, ma proprio tutto, senza fare una piega. Anche ora, da una parte fa l’occhiolino ai moderati, dall’altra si tiene stretta Sel, ma così stretta da stritolarla in un abbraccio mortale.

Io sono come te. Avrei da fare mille cose più interessanti, più appassionanti, più “vere” che lo star dietro a questo pericolante baraccone, a questo circo Barnum scalcinato, a questa rappresentazione mediocre recitata da guitti balbettanti.

Però ti dico: domenica fa’ uno sforzo, una volta di più, esci e vai a votare. E’ quello che farò, dopo averci pensato tanto. L’idea di starmene a casa, lasciando che comunque la scelta fosse di altri, mi dava la nausea. Non volevo sentirmi così: tentata da un rifiuto che trasformasse di fatto la disillusione in passività. Ho fatto una scelta (Rivoluzione Civile). Ho spiegato le ragioni della mia scelta (le ho scritte qui, se ti interessano). Ho preso e sopportato serenamente  una bella dose di critiche: prima di tutto l’accusa di buttar via il mio voto in nome di un mero esercizio di testimonianza, perfettamente inutile se non dannoso ( ma poi non è vero, la retorica del voto “utile” è, appunto, retorica: basta sapere come funziona davvero questa funesta legge elettorale per rendersene conto).

Bene, lasciamelo dire: anche la testimonianza ha un senso. Sto testimoniando persino adesso, scrivendo parole che pochi leggeranno, che forse qualcuno non comprenderà fino in fondo: non voglio dimenticare che ci sono luoghi nel mondo dove persino questo mi sarebbe proibito. Qui, sul blog, e domenica, con il mio voto, voglio dire che ci sono anch’io, ci sono anche quelli come me. Che non urlano, non sbraitano, non aggrediscono e non fanno inutili polemiche. Ma che proprio non riescono a tacere, in un modo o nell’altro. Che non si rassegnano al silenzio.

Ho pensato che la Rivoluzione, una rivoluzione “civile”, passasse anche dal tentativo di riprendersi la voce, di farsi ascoltare, di ritrovare rappresentanza, di riconoscersi in un progetto e di dare una mano a costruirlo. 

Però questa è solo la mia intenzione di voto. Non pretendo che tu la condivida. Le discussioni da social network, in cui tutti parlano ma nessuno ascolta (e nessuno sposta di un millimetro il proprio giudizio o pregiudizio) francamente mi appassionano poco. Tuttavia, anche se non apprezzi più di tanto le mie argomentazioni, anche se non voteresti mai chi io ho deciso di votare, non rinunciare a un diritto, per quanto esso sia sfigurato e sminuito da una legge truffa che ti sottrae parte della possibilità di scelta.

La democrazia è difficile, non ammette scorciatoie. E’ faticosa: oggi, dopo vent’anni di disastro, lo è più che in passato. E non è mai scontata, tanto meno in un paese strano come il nostro. Ma questa fatica merita, nonostante tutto, di essere compiuta.

Perché, tanto per parafrasare De André, anche se pensiamo di essere assolti, siamo lo stesso coinvolti.