A proposito della mia maglietta rossa, radical chic etc etc.

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Sì, il 7 luglio ho indossato la maglietta rossa. Parrebbe che questa scelta sciagurata mi arruoli di fatto nella schiera spregevole dei cosiddetti «radical chic», buonisti ipocriti con la puzza al naso, generalmente benestanti e ignari dell’aspra durezza della vita del cosiddetto «popolo». Per di più ho il torto di essere insegnante, ovvero appartenente a una delle più triste categorie di parassiti statali, notoriamente inquinata da inflitrazioni comunistoidi e per di più complice dell’immondo tentativo «gender» di contaminazione dell’italica sanità di costumi (il gender ci sta sempre bene). Dunque, vediamo: prof in maglietta rossa (anatema, anatema! i prof devono essere sempre neutrali, fuori e dentro la scuola, sia mai che corrompano le illibate coscienze dei teneri virgulti loro affidati), borghesuccia con il culo al caldo che il popolo  «vero», finalmente risvegliato dalle ispirate parole del nuovo leader di verde bardato, provvederà a rimettere al proprio posto, insieme a tutti gli intellettualoidi presuntuosi che sia sentono tanto nobili solo per il fatto di aver letto un libro in più: alla zappa, e zitti!

Faccio una gran fatica ad affrontare questo diluvio di sciocchezze che ha travolto chi ha aderito, fra l’altro in spregio alla realtà dei fatti: per esempio io non sono ricca, non mi pare che la mia vita sia stata particolarmente fortunata, ho un mucchio di preoccupazioni per il futuro – e anche per l’immediato presente, a dire il vero –  e una bella dose di incazzatura arretrata per il modo in cui la politica – tutta – ha trattato negli ultimi anni le vite dei cittadini qualunque come la sottoscritta … altro che radical chic. E figurarsi se non capisco le ragioni profonde dell’incattivirsi del pubblico dibattito, così prontamente cavalcate da demagoghi vecchi e nuovi … figurarsi se non vedo gli inveterati errori, comunicativi e non solo, di quel che resta della cosiddetta sinistra, dalle sue manifestazioni più annacquate (al punto che è difficile distinguerle da quelle dei supposti avversari) alle epifanie più radicali e, ahimè, velleitarie. Vedo, vedo … e capisco: capisco ogni volta che entro in classe, ogni volta che vado a fare la spesa, ogni volta che controllo i risparmi sempre più risicati, ogni volta che a parole cerco di incoraggiare i miei figli, ogni volta che, in silenzio,  ho paura per i miei figli, che sono stanca, che temo di non farcela più a tirare la carretta, perché « se mi succede qualcosa, chi diavolo ci penserà a loro?». Ma l’odio, no. Non ce la faccio proprio a scaricare le mie frustrazioni su chi è più disgraziato di me. La vita è già abbastanza brutta così, senza aggiungere livore a livore.

Insomma, la faccenda della maglietta rossa, pur ammettendo che qualcuno l’abbia indossata strumentalmente per lavarsi la coscienza di colpe non così lontane nel tempo, per me, e per molti come me, viene prima di ogni considerazione politica. Detto in parole semplici, si voleva ribadire un concetto: non si lasciano affogare le persone. Non ci si volta dall’altra parte, qualunque sia la ragione che abbia spinto questa gente in mare, mentre i barconi affondano. Tutto il resto viene, semplicemente, dopo. Non si fa la hit parade della disperazione e non si perculeggia la solidarietà. Non si scatenano guerre di poveri contro poveri, magari per distogliere l’attenzione dal fatto che sarà complicato mantenere tutte le mirabolanti promesse fatte in campagna elettorale. E se infilarsi una maglietta per un giorno è stato «solo» un gesto simbolico, almeno è servito per contarsi a quella parte di popolo (sì, di popolo, altro che rolex) che non si riconosce nella propaganda becera dell’ultimo capetto sulla cresta dell’onda. Poi, è chiaro, si devono (dovrebbero) cercare soluzioni politiche, regolamentare i flussi, costruire meccanismi di controllo, accoglienza, integrazione davvero condivisi in un’Europa che sembra aver smarrito le ragioni profonde della sua stessa esistenza e identità. Ma di questo potremo parlare, a mente fredda, dopo. I morti, ora, chiedono altre parole, altri gesti. Stiamo provando, se possibile, a ritrovarli: anche aiutandoci con una maglietta.

 

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