A proposito dell’ultimo caso di cronaca che sta dividendo l’opinione pubblica della mia città, Piombino …

latte_in_polvere… ovvero la cosiddetta “Retata dei Pediatri” che ha coinvolto anche un noto professionista piombinese.  Il caso sta suscitando reazioni vivacissime sul social network, non di rado al limite della violenza verbale. Evidentemente la gente si sente toccata nel profondo: si parla di bambini, si parla di maternità, si parla di fiducia tradita, si parla di salute. I commenti si sprecano. I toni si esasperano.

Sia detto subito: non parlerò del caso specifico se non nella parte introduttiva del post, visto che il mio ragionamento mira ad altro. Quindi, se vi aspettate l’ennesimo esternazione pro o contro i medici, pro o contro l’allattamento artificiale, pro o contro la stampa, smettete subito i leggere e andate altrove.

E allora: premetto che mi sono  iscritta al gruppo facebook “Io sto con il dottor Marsili“, ovvero il medico piombinese coinvolto, perché, sulla base della mia esperienza, stimo moltissimo le sue capacità umane e professionali e sono convinta che saprà dimostrare la sua estraneità ai fatti. Le numerosissime testimonianze di madri e padri che lo ringraziano per la competenza e l’affetto da lui dimostrati nel corso del tempo verso i suoi piccoli pazienti mi confortano in questa opinione. Che comunque resta un’opinione, e non si trasforma in una verità di fede. Certo che colpisce come altrove nel social network la solidarietà spontanea di genitori, amici e colleghi, fra l’altro espressa con toni pacati e rispettosi del lavoro degli inquirenti, sia stata commentata con accenti aspri, sarcastici, se non addirittura offensivi: per qualcuno il processo è già concluso prima di cominciare e la sentenza di colpevolezza già pronunciata. Il rogo (virtuale) è pronto.

Le indagini seguiranno il loro corso, la magistratura farà quello che deve fare, i giornali pure: e tutti ci auguriamo che le scelte di ciascuno degli attori coinvolti siano ispirate al massimo rispetto del proprio dovere, dell’onestà intellettuale, della deontologia professionale. Talvolta non accade, ma perché dovremmo pensare, a priori, che sia questo il caso? Anche se  la prima pagina del Tirreno di ieri non mi è piaciuta affatto e mi è sembrata uno pessimo scivolone comunicativo.

pediatri

D’altra parte, che cosa doveva fare la stampa (messa sotto accusa da alcuni, per il modo in cui avrebbe trattato il caso) se non informare, visto che gli inquirenti per primi hanno scelto di dare massima visibilità all’indagine? Possiamo discutere il modo in cui la notizia è stata confezionata, ma non il fatto che comunque andasse data.

E dopo questo doveroso cappello passiamo all’argomento vero del post. Ovvero quello che succede sul social network in questo come in altri casi del genere. 

Il problema, a mio avviso (e vi prego di notare l’inciso: “a mio avviso”, che equivale ad altre espressioni del gergo internettiano come “IMHO” – In My Humble Opinion – o “my 2 cents”), sta nelle dinamiche del social network, in questo caso facebook: tutti noi ci sentiamo in dovere di esprimere pubblicamente i nostri più o meno illuminati (pre)giudizi, e fin qui tutto bene, ma raramente ci prendiamo la briga di confrontarci davvero con le opinioni diverse dalle nostre, usando un linguaggio appropriato, e magari cercando di comprendere (non dico “condividere”) i punti di vista alternativi. La diffusa ignoranza della lingua italiana non aiuta: scrivendo male spesso si è fraintesi, e dal fraintendimento nascono flame (cioè risse verbali) infiniti e perfettamente inutili. Ma c’è anche chi la lingua italiana la conosce benissimo, eppure non si può trattenere dal rivestire il ruolo del provocatore (in gergo: “troll”). E chi, sentendosi attaccato, si arrocca in difesa (di un pensiero, un giudizio, una categoria, una professione) senza se e senza ma. Non parliamo poi dei profeti e degli invasati. Discutere confrontandosi sul merito delle rispettive argomentazioni, cercando di comprendere senza attaccare a testa bassa e ammettendo anche la possibilità di cambiare idea, sta diventando sempre più raro. Quando non viene tacciato di buonismo, accusa molto alla moda sul social. 

Nelle piccole città come la mia, Facebook moltiplica esponenzialmente quelle che si potrebbero chiamare “esternazioni da bar”. La vita di provincia non si apre all’esterno, non più di tanto, almeno, ma si rinchiude in un soffocante universo online fatto di piccoli rancori irrazionali, di cosmi personali … (con quel che segue). Una palude di chiacchiere dove si finisce per sprofondare, un rimbalzare di parole già dette, offese già sentite, risentimenti già sperimentati. Le persone litigano, si insultano, si spiano, si “tolgono l’amicizia”, minacciano di bannarsi vicendevolmente, si bannano, annunciano urbi et orbi di aver bannato qualcuno. Quelli che assistono ai vari teatrini che si ripetono e rimbalzano da una bacheca  all’altra,  tifano, mettono il “like”, brontolano, applaudono, fanno la ola virtuale. Ma tutto questo lavorìo, in verità piuttosto grottesco, a che serve? Aumenta di un solo grammo consapevolezza e informazione?  Se ogni singola frase digitata serve solo ad alimentare tifoserie contrapposte e la smania di avere  l’ultima parola – pardon, l’ultimo commento – fa dimenticare spesso prudenza, rispetto, educazione e buona creanza, nonché quel briciolo di riflessione utile a non sparare troppe cazzate in una botta sola, chi può trarne vantaggio?

Sinceramente tutto questo gridare, al quale non si sottrae quasi nessuno, tantomeno i piccoli notabili – a qualsiasi titolo –  locali (che pensano di sfruttare furbescamente  certi meccanismi di personal branding,  ma non di rado mostrano solo la loro incompetenza digitale e qualche volta il loro opportunismo, ),  mi sta stancando. Eppure continuo a scrivere post come questo, per vedere se mi riesce diffondere quel poco di consapevolezza che mi sembra (anche in questo caso, notate il verbo) di aver acquisito in tanti anni di frequentazione della Rete, come blogger e come utente “critica” del social network: utente che ogni tanto spegne tutto e va a fare una passeggiata all’aria aperta.

Non perché mi creda migliore di altri. In realtà sento che questa battaglia per una tecnologia più umana, che non incattivisca le persone, non le renda più meschine, egocentriche e narcisiste,  non le  trasformi in carne da marketing,  ma sia strumento di consapevolezza individuale e collettiva, una tecnologia sottratta alla manipolazione, al populismo e alla demagogia, è una battaglia politica nel senso più alto del termine: ovvero inerente alla civile convivenza. E al nostro essere, e restare, umani. 

Il collettivo Ippolita, i cui testi invito caldamente a leggere, scrive a questo proposito:

È vitale che l’individuo mantenga delle sfere private, un’interiorità segreta e personalissima, non profilata né profilabile. È vitale imparare a passare del tempo con se stessi, in solitudine, in silenzio, e imparare a piacersi, affrontando la paura del vuoto, quell’horror vacui intimo che i social media cercano inutilmente di colmare. Solo individui che si stimano, che si piacciono abbastanza nonostante le proprie debolezze possono trovare l’energia per costruire uno spazio comunicativo sensato nel quale incontrare gli altri. Solo individui che hanno acquisito un saper-fare che vada oltre il far-sapere, cioè competenze che non siano forme di mera autopromozione, possono avere qualcosa di interessante da comunicare e condividere. Una comunicazione efficace richiede capacità di ascolto nei confronti di se stessi ancor prima che nei confronti degli altri. Ma la logica algoritmica è insufficiente e mortificante. Non è l’individuo a doversi fare trasparente alla tecnica, è la mediazione tecnica che deve essere resa il più possibile trasparente e comprensibile per le persone. Sono i processi di costruzione dei mondi condivisi che vanno esplicitati.

Uno spazio comunicativo sensato … già.  È così difficile? È un’utopia? Giro queste domande ai miei contatti.

 

 

 

 

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