Divagazioni sul merito, l’articolo 18, e le idee che non ci sono

C’è una cosa che mi colpisce, in questo ossessivo mantra del “merito” che da qualche anno in qua appesta il pubblico dibattito (esattamente come in decenni non troppo lontani andava di moda un malinteso e pessimo egualitarismo). I cosiddetti “migliori”, i bravi, i talentuosi, sono per definizione, pochi. E della maggioranza solo normale che ne facciamo? Tutti quelli che magari non eccellono, che tuttavia compiono degnamente e onestamente il loro lavoro, per umile che sia, e non aspirano a grandi cose se non ad arrivare con una certa tranquillità a fine mese. Massa di schiavi da sacrificare sull’altare di un rinnovato darwinismo sociale versione XXI secolo?

E’ giusto ribaltare le gerarchie sulla base del merito, ci mancherebbe, ed eliminare le distorsioni clientelari e le piccole o grandi furbizie che sembrano così connaturate al generalizzato malcostume italiano. Ma ho la netta impressione che in realtà si giochi sul malinteso per addomesticare un’opinione pubblica preoccupata e, al tempo stesso, poco informata.

Gente, non possiamo diventare tutti generali: ma tutti abbiamo diritto a salvaguardare la nostra dignità e la nostra identità grazie al lavoro, a venti come a cinquant’anni. Siamo proprio sicuri che togliere diritti a chi ce l’ha, piuttosto che estenderli a chi non ce l’ha, rappresenti la panacea di tutti i nostri mali? Siamo certi che, al di là dei casi limite strumentalmente enfatizzati da certa stampa, l’articolo 18 abbia funzionato esclusivamente come paracadute per fancazzisti inveterati e squallidi furbastri? Siamo assolutamente convinti che altrove in Europa non esista nulla di simile e che la legislazione italiana del lavoro rappresenti una specie di mostruosità giuridica, una zavorra indegna che mortifica  gli sforzi generosi dei nostri illuminati imprenditori?

A occhio e croce direi che non è proprio così. Fatevi un giro in Rete e troverete qualche informazione in più: per esempio questo appello di un nutrito gruppo di avvocati giuslavoristi che ci racconta qualcosa che di solito viene taciuto sul famigerato articolo 18; oppure questo sintetico confronto fra paesi europei, le cui conclusioni mi sembrano abbastanza eloquenti:”Del resto quella del mercato del lavoro italiano più rigido di altri è una bufala comprovata. L’indice Ocse della «rigidità in uscita» colloca l’Italia (punteggio 1.77) ben al di sotto della media europea: appena sopra alla Danimarca (1.63), comunemente raffigurata come il modello ideale di flessibilità, e dotata di ammortizzatori sociali ben più sviluppati che in Italia. Nella classifica troviamo la Germania in testa: 3.00, ma anche i lavoratori di molti paesi dell’est come Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia, nei quali molte imprese italiane minacciano di delocalizzare, sono più tutelati di noi, rispettivamente a 1.92, 3.05 e 2.06. A tutto questo si aggiunge poi il fatto che l’Italia è tra ultime nazioni d’Europa a non aver ancora istituito un reddito minimo di cittadinanza, pur avendo una rete di ammortizzatori sociali iniqua e tassi di disoccupazione tra i più alti”; e se proprio avete voglia di studiare, aggiungete anche questo corposo intervento del prof. Orlandini dell’Università di Siena.

Al solito la propaganda offusca una corretta percezione dei fatti. L’attuale esecutivo, nascosto dietro la foglia di fico della denominazione “governo tecnico”, persegue coerentemente (date le premesse) una politica nettamente orientata in senso liberista. Non esiste alternativa,  perché persino la mera possibilità di  elaborare soluzioni basate su presupposti diversi viene tenuta sotto ricatto (“o così o l’abisso nel quale sta precipitando la Grecia”), tacitata, marginalizzata. Non è vero che “non esistono più le ideologie”: non ci sono idee, punto.

La retorica della gioventù e le letterine del Corriere

Ho appena finito di appendere in camera mia i (doverosi) poster dedicati a Bob Dylan e Patti Smith. Erano giovani e ribelli, e ora sono decisamente “appassiti”. Beh, anch’io ero giovane e ora mi ritrovo a contemplare allo specchio una faccia perplessa da cinquantenne riottosa. Già che ci sono, mentre scrivo ascolto Rino Gaetano che, se fosse vivo, sarebbe oltre i sessanta. Rassegniamoci: noialtri ex baby boomer ormai siamo vecchi arnesi. Vecchi, e anche un po’ schifosi: ipertutelati, attaccati come cozze ai nostri piccoli e grandi privilegi, abituati a sguazzare nel clientelismo più bieco, ostinati avversari del merito, in ogni sua forma e declinazione. Vergogniamoci. E basta.

A parte gli scherzi, mi chiedo: a chi conviene questa rappresentazione schematica, un po’ rozza, francamente insufficiente del cosiddetto “conflitto generazionale”. Leggo sul “Corriere” la lettera dei “ventenni” al premier e al ministro del lavoro, significativamente intitolata: “Non lasciate i giovani fuori dal tavolo. La sfida è passare dal privilegio al merito”, e non posso nascondere una certa perplessità: slogan giustissimo, per carità (sono madre single di due giovani e figurarsi se mi auguro che restino, in futuro, “fuori dal tavolo”), ma … al di là delle generalizzazioni, che cosa si propone esattamente? Ah sì, la meritocrazia, ovvio, e la drastica riduzione delle “mille garanzie che le generazioni che ci hanno preceduto si sono arbitrariamente assegnate”. Perché, e questo significa parlar chiaro, secondo questi ventenni “i nostri padri oggi vivono nella bambagia delle tutele grazie ad un «dispetto generazionale »”. Nel frattempo la Marcegaglia attacca duramente il sindacato, accusandolo di proteggere “assenteisti cronici e ladri”. Allora, nella migliore delle ipotesi la tutela equivale a “bambagia”, nella peggiore a difesa cieca di fannulloni e disonesti. Quando si dice evitare le semplificazioni e dibattere .senza pregiudizi.

Però però però: ma chi sono questi fantomatici ventenni? Chi li ha sciolti? Com’è che di botto sono diventati per il Corsera i rappresentanti di un’intera generazione? La puzza di propaganda di bassa lega arriva forte fin nel mio covo di vecchia privilegiata accoccolata nell’ovatta. E infatti … ecco svelato l’arcano da “Il Corsaro. L’altra informazione”. Uào, il Corsera sbugiardato dal Corsaro: non male, come effetto collaterale dell’informazione dal basso.

Esemplare la biografia del primo firmatario (ma non male anche quella degli altri quattro presi in esame dal Corsaro: non manca nemmeno il veltroniano di turno): “Antonio Aloisi è membro del consiglio di amministrazione della Bocconi, come rappresentante degli studenti eletto nella lista di centrodestra “B Lab”, nonché figlio di un noto esponente del centrodestra salentino, già membro del Consiglio Regionale pugliese per Forza Italia, ora passato con Adriana Poli Bortone”.

Ah.

 

Provaci ancora, Floria

Beh, qualche giorno fa avevo annunciato trionfalmente la ripresa ufficiale della mia attività di blogger. Dopodiché il database è impazzito nuovamente (per la terza volta) e Contaminazioni si è bloccato ancora. Perché? E chi lo sa? Un plugin impazzito, Tophost (l’hosting dove è caricato il blog) in preda alle convulsioni, troppi post importati malamente dal vecchio Contaminazioni-su-Splinder? Non l’ho capito. ho imprecato, maledetto, smanettato e non sono , ovviamente, arrivata a capo di nulla.

Ho cancellato tutto e ho ricominciato da capo, secondo criteri differenti. Se vita nuova deve essere, lo sia fino in fondo. A scanso di equivoci ho caricato i quasi nove anni di scritture che ho trascinato via da Splinder prima dell’apocalisse su wordpress.com, e precisamente a questo indirizzo: http://approssimazioni.wordpress.com/. Ho vestito di nero questa sorta di archivio a significare che si tratta di un’altra storia ormai esaurita: ma se a qualcuno interessa, lascio piena libertà di scuriosare. Naturalmente, se Tophost mi tradisce di nuovo, non escludo di usare quelle pagine come zattera di salvataggio. Ma mi auguro che il database, non più oberato da vecchi post e zoppicanti plugin, accetti volentieri di fare il suo sporco lavoro.

Mi scuso con quanti avevano commentato i due post più recenti pubblicati sul nuovo Contaminazioni ma non c’è stato verso: irrecuperabili.

E ora, vediamo di fare sul serio.