La lentezza di cui abbiamo bisogno

La lentezza di cui abbiamo bisogno
slow sharing

Leggere, riflettere, condividere

Pratico i social network da molti anni, con fortune alterne. Posso dire di averli sperimentati più o meno tutti. Il primo amore fu Twitter, poi sono stata fagocitata da Facebook e dall’universo comunicativo costruito da Zuckenberg (Instagram + Whatsapp). Non ho disdegnato l’uso di Telegram, Discord e ho fatto una breve incursione anche su TikTok (per concludere che non era un luogo adatto a me). Il mio Pinterest langue da un po’, così come Linkedin. Tumblr è congelato, sta lì, non mi ricordo nemmeno la password, va avanti per aggiornamenti automatici, ma non escludo di recuperarlo. Ovviamente ho i miei canali Youtube. Mi sono avventurata anche in luoghi poco e male frequentati (per lo più tentativi abortiti di alternative ai social globali).

La domanda che mi faccio, a questo punto, è semplice: perché? Parliamo spesso di overload informativo, meno nota (spesso liquidata come banale narcisismo) è la bulimia comunicativa che ci affligge. Questa smania di esserci, che sto sperimentando anche adesso, di condividere le proprie «illuminate» opinioni con il resto del mondo: che cosa ci (mi) spinge, davvero?

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Bacheca aperta, porta aperta

Bacheca aperta, porta aperta

aprire la bacheca, far scoppiare la bollaLa mia bacheca Facebook, il mio profilo Instagram, il mio account Twitter restano ostinatamente aperti: e con questo post spiego perché. 

Da molti anni, ormai, mantengo aperta la mia bacheca di facebook (mi riferisco a facebook, perché altrove, anche se esiste, la mia presenza è molto più appannata), in modo che quanto scrivo e condivido sia visibile al mondo tutto e non solo ai miei contatti. Va detto che il numero dei miei «amici» su facebook è abbastanza alto: al momento 3250 più 121 followers che hanno la possibilità di leggere i miei post pubblici, ovvero tutti. Siamo ben lontani dal cosiddetto «numero di Dunbar», ovvero il numero massimo delle relazioni sociali stabili che un essere umano è in grado di sostenere (ne parlavo in un altro post, un po’ di tempo fa): quindi mi rendo conto che le cifre sopra sbandierate sono sicuramente più virtuali che reali, se mi si consente di usare questa parola notoriamente fuorviante.

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Leggibilità (a proposito di scrittura facile e difficile)

Leggibilità (a proposito di scrittura facile e difficile)
granciporro

immagine di un granciporro

Niente da fare. La mia scrittura è «difficile». E il plugin che, quando pubblico un post, verifica la mia capacità di ottimizzazione SEO, ogni volta mi segnala impietosamente che il livello di leggibilità del mio stile è parecchio carente. Questo pezzo, vi avverto, non farà eccezione: anzi ricercherò scientemente (sic!) un livello di leggibilità assai basso. Alla faccia del plugin.

Qualche giorno fa, mi sono imbattuta in questo post sulla Rivista di Babbel (la piattaforma online per lo studio delle lingue straniere): Bellissime parole italiane dimenticate. Per inciso vorrei notare che il contenuto dell’articolo circola da tempo in Rete, in altri luoghi e forum. E da lì ha preso nuova vita, approdando in altre pagine, nonché, immagino, in innumerevoli bacheche facebook. Insomma il trionfo del copia-incolla.

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Complicato, complesso, complotto

Complicato, complesso, complotto

maledire-oscurita-lao-tseIl mondo è complesso e non di rado complicato. Così complicato  che molti , non riuscendo ad accettare l’imprevedibile caos che lo governa, ricorrono spesso a teorie complottistiche, o comunque fantasiose, di vario tipo e natura: immaginazioni di questo tipo almeno danno senso, e un senso facile, comprensibile, a ciò che non si capisce. 

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Scrivere con lentezza e fregarsene dei social (o almeno provarci)

Scrivere con lentezza e fregarsene dei social (o almeno provarci)

Tornare a scrivere fra gatti e libri

Scrivere, senza perché

Sento aria di primavera e, essendo meteoropatica, avverto che il mio umore sta sottilmente cambiando. Per esempio, ho voglia di ritornare a scrivere: soprattutto, a scrivere senza uno scopo, così, solo per il gusto di farlo, per il piacere di raccontare una storia, di condividere una passione, di comunicare una scoperta, di fare domande ed aspettare risposte.

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Senza parole

Senza parole

Sono famosa per la mia logorroica parlantina. Non sono pochi quelli che mi accusano di essere eccessiva. Di parlare troppo, scrivere troppo. Di essere una chiacchierona inarrestabile, un fiume in piena, una che ha sempre qualcosa da dire, sempre. Una tuttologa. Incapace di tacere. Estroversa, brillante, inarrestabile, incontenibile, eccessiva. E dunque, in fin dei conti, prolissa. Gonfia, ridondante e ripetitiva. Incapace di rispettare tempi, limiti, regole. Non di rado fuori luogo. Irritante e indisponente.

Ho riaperto questo blog dopo mesi. Il suo silenzio è chiaro segno che il mio personaggio è ormai abbandonato in un angolo, come un patetico burattino disarticolato e muto. Passati i bei tempi in cui pubblicavo un post o due al giorno. Su facebook, un tempo, condividevo, commentavo, discutevo, attaccavo, mi difendevo, replicavo. Ora, per lo più, posto foto di famiglia, immagini di gattini e qualche notizia inoffensiva: non fosse mai che qualcuno accendesse un flame sulla mia bacheca. Sarei troppo stanca e annoiata per sostenerlo.

Me ne sto rintanata in casa. Continuano ad invitami ad eventi, spettacoli, iniziative, conferenze, presentazioni … accetto gli inviti e, giuro, sono sempre in buona fede. Ma quando arriva il momento, rinuncio. Per interessante che sia il tema, il silenzio del mio salotto mi pare sempre preferibile.

Non voglio dilungarmi, altrimenti questo post finirebbe per contraddirsi. La verità è che la mia capacità di articolare discorsi sensati è diminuita proporzionalmente all’aumento esponenziale di quanti invece devono per forza dire la loro su qualunque argomento. Il diluvio di parole altrui ha sommerso e travolto il mio ruscelletto di discorsi. Tutti hanno qualcosa da dire:  io, invece, sono diventata afasica.

Se lo dichiaro qui, e mi pare già di essere stata troppo lunga, è perché ho l’impressione di non essere sola. Mi sembra quasi di avvertire che quanti si ritraggono spaventati davanti all’onda anomala di chiacchiere che ci minaccia,  per nascondersi in qualche anfratto invisibile e silenzioso, stiano inesorabilmente aumentando. Solo che il loro mutismo amplifica di fatto la cacofonia scomposta degli altri, di quelli che si parlano addosso ma mai, o quasi mai, ascoltano.

Eppure vorrei credere che la speranza stia dalla parte dei taciturni, di quelli che non commentano, non condividono, non twittano, non criticano, non intervengono, non alzano i toni, non provocano, non predicano, non tengono comizi non richiesti, non cercano adepti, discepoli, fan, non sono a caccia di like o reactions. Se il loro silenzio sommergesse inesorabile il rumorìo caotico e babelico che ci circonda, forse, dopo, sarebbe possibile ricominciare da capo a intenderci, trovare un senso, un approdo che ci salvi dal disastro. Forse.