Donne che odiano le donne: perché?

Premessa necessaria. Questo non è un post pro o contro Laura Boldrini. Il punto non è condividere o meno le sue affermazioni sulla presenza massiccia di stereotipi di genere nei media e, in modo particolare, nella pubblicità. (Per inciso: sono convinta che abbia ragione. Anzi, ascoltando nuovamente, e con maggiore attenzione, il suo intervento, ritengo che per certi versi sia stata fin troppo morbida e forse un po’ generica. Ma di questo dirò meglio al termine dell’intervento). E del resto la Rete ha la memoria corta: la polemica, nei termini in cui è stata impostata,  già puzza di stantio. 

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Porca miseria, per anni ho sbagliato pastasciutta!

Eccomi qui, madre sciagurata di un povero figlio, spesso abbandonato a se stesso in nome delle smanie intellettualoidi della genitrice. Lo confesso: più di una volta, nell’ultimo anno,  non ho atteso trepidante il suo ritorno da scuola, allestendo giuliva gustosi manicaretti fatti in casa e riordinando amorosa la sua cameretta. Spesso me ne partivo prima che lui arrivasse, non prima di averlo provveduto di qualche busta di surgelato che, malinconicamente, si cucinava in solitudine, mentre io giocavo a fare la dottoranda universitaria in quel di Pisa.

 

Sono così malvagia ed egoista che dimentico (faccio finta di dimenticare) di stirare, costringendolo spesso ad indossare magliette e jeans desolatamente stropicciati (ma fanno tanto grunge, no?), senza contare la perversa abitudine di smarrire calzini e mutande nei mucchi di biancheria che si accumulano disordinatamente settimana dopo settimana.

Dal punto di vista educativo, poi …  Ho osato persino portare i miei due pargoli, povere stelle,  a qualche iniziativa dei miei amici di Laicità e Diritti, esponendoli imprudentemente ai malevoli influssi della “lobby LGBT”, in luoghi dove (Vade retro, Satana) si propagandavano idee malsane come la omogenitorialità o il matrimonio gay o la lotta all’omotransfobia. Senza contare i dibattiti sugli stereotipi di genere, organizzati a più riprese da quella cupa congrega di radical chic che risponde al nome di Libertà e Giustizia della quale, ahimé, ho fatto parte, come era prevedibile per una tristanzuola vetero-femminista quale la sottoscritta. Roba da far accapponare la pelle a quelle brave persone del Moige, per dire.

E dunque, eccola qui, la nostra strampalata famiglia, dove magari si mangia così e così, e nessun angelo del focolare svolazza per le stanze. No, la colf non ce la possiamo permettere, facciamo la spesa in maniera approssimativa, e la capofamiglia, che poi sarei io, tende a sputtanare cifre notevoli in quegli arnesi pericolosi che sono i libri, di argomenti vari e non sempre raccomandabili per due giovani ingenui come i miei figli. Ai quali, peraltro, non è stato mai impedito, nemmeno quando erano più piccoli, libero accesso a quella sentina di ogni male che è Internet. Sono cresciuti bene, Dio solo sa come, e va detto che in casa mia si litiga poco ma si discute parecchio. Ognuno di noi si prende cura degli altri, ognuno è al centro:  questa, per quanto ci riguarda, è famiglia, se non è sacrale, pazienza.

Eh sì, dico la verità, sono rimasta colpita proprio dall’uso dell’aggettivo “sacrale” in un contesto come quello delle scelte di marketing. “Per noi il concetto di famiglia sacrale rimane un valore fondamentale dell’azienda” ha testualmente detto Guido Barilla. Ma che cosa voleva intendere, di grazia? Probabilmente nulla, temo. Perché le idee di “sacro” o di “valore” applicate ad un piatto di pastasciutta o a un pacco di Macine del Mulino Bianco fanno, obiettivamente, ridere.

Ripensando poi a certi spot, che c’è di sacro in un mugnaio che parla con una gallina? Via, non prendiamoci in giro. Il povero Barilla sarà stato anche preso in contropiede dai perfidi conduttori della Zanzara, ma alla fine non ha fatto altro che rivelare la piccola furbizia di uno che mira a cavalcare il perbenismo bigotto e un po’ ignorante di una bella fetta di Italiani per vendere un pacco di rigatoni in più. 

Le reazioni lo hanno spaventato, e si è affrettato a rettificare. Come sempre accade, in questi casi, la toppa è stata peggio del buco (“Con riferimento alle mie dichiarazioni rese ieri alla Zanzara, mi scuso se le mie parole hanno generato fraintendimenti o polemiche o se hanno urtato la sensibilità di alcune persone. Nell’intervista volevo semplicemente sottolineare la centralità del ruolo della donna all’interno della famiglia». Così Guido Barilla torna sulle sue parole di ieri e aggiunge: «Per chiarezza desidero precisare che ho il massimo rispetto per qualunque persona, senza distinzione alcuna. Ho il massimo rispetto per i gay e per la libertà di espressione di chiunque. Ho anche detto e ribadisco che rispetto i matrimoni tra gay. Barilla nelle sue pubblicità- conclude la nota- rappresenta la famiglia perché questa accoglie chiunque e da sempre si identifica con la nostra marca” – fonte Il Sole 24 Ore),  perché confusa, imbarazzata e contraddittoria.

Insomma, il signor Barilla ha dimenticato un paio di cose che oggi non possono più essere trascurate. Prima di tutto, piaccia o non piaccia, la società italiana, sia pure fra mille contraddizioni, sta cambiando. Stanno cambiando le donne, le famiglie, il comune sentire. E’ vero che in molti  hanno difeso il  diritto di Barilla a “esprimere la sua opinione” ma altrettanti, probabilmente di più, hanno fieramente proclamato il boicottaggio. Ben gli sta.

In secondo luogo, la Rete è un’arma formidabile. Si crede forse che un brand posa impunemente sfruttare, che so, Twitter a proprio piacimento, ma su Twitter ci stanno tutti, proprio tutti, e si potrebbe dire  “chi di hashtag ferisce, di hashtag perisce”. Il marketing si fa virale, ma virali possono essere anche le reazioni, e i consumatori non se ne stanno più zitti e buoni sul divano di casa ad abbeverarsi all’improbabile catechismo marca Barilla. Per cui, ribadisco, ben gli sta.

Concludo. Visto che nell’ottica di Barilla, io sono evidentemente un’apostata, dovrò accettare pacificamente che per anni ho sbagliato marca di pastasciutta. Non sono degna. Me ne farò una ragione.

 

Mi sfugge il senso.

Leggete qui:

“In un cammino difficile, dove tutti i ruoli si devono ridefinire, lo sguardo fisso e sicuro delle performers unito alla loro “debolezza estetica”, lo sguardo che guarda chi guarda, vede chi guarda, si guarda guardato, non rinunciando a niente del femminile, a noi è sembrata una risposta e una partita tensiva che andava giocata”.

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Il destino è un’altra cosa

Il destino è un’altra cosa

 

vedoveCi sono situazioni e difficoltà che vengono subite in silenzio, perché ogni ribellione sembra inutile: anzi, in verità non viene neppure in mente di ribellarsi o protestare. Si pensa che le cose debbano andare così e se una è sfigata debba essere sfigata fino in fondo. Stamattina, sul mio profilo pubblicavo questo sconsolato aggiornamento.

“POST PARZIALMENTE PERSONALE MA CON VALENZA GENERALE (perché di certe situazioni non se ne sa nulla fin quando non si vivono)
Vediamo un po’ se qualcuno (magari fra i politici che sono fra i miei amici facebook) mi toglie qualche dubbio.

Francesco, neo matricola di Filosofia, ha mantenuto il diritto alla contitolarità dell’assegno di reversibilità fino al 30 di giugno. Veramente ha sostenuto l’esame di stato a luglio, ma tant’è. Dal momento che l’unica titolare resto io e che ho il mio stipendio, secondo la legge Dini che è rimasta in vigore solo per la reversibilità (e per gli assegni di invalidità), l’assegno è stato ulteriormente tagliato del 50%. Quindi, fino a giugno percepivamo una quota dell’80% (60 % la vedova, 20 % il figlio studente), ora siamo scesi al 30 %.
Francesco nel frattempo si è immatricolato, pagando regolare tassa di iscrizione, ha cercato una stanza, pagando caparra e prima quota di affitto, ieri ha ufficialmente cominciato l’università da fuori sede: perché da anni i corsi sono semestrali, e il semestre comincia nella seconda metà di settembre per concludersi a dicembre. Ma l’inizio ufficiale dell’anno accademico è novembre. Quindi l’inps ristabilirà il diritto di mio figlio solo a dicembre (ovvero il mese successivo al momento in cui tornerà ad avere i requisiti). Nel frattempo, naturalmente attingo ai risparmi: che purtroppo non si riformano più, stante la situazione di crisi generale. Teniamo conto che a novembre l’acconto IRPEF (dovuto perché appunto percepisco assegno di reversibilità) trattenuto in busta paga, prosciugherà il mio stipendio.
Vorrei osservare che mio marito, morto di tumore al pancreas, aveva comunque pagato i contributi e che dunque non si tratta di prestazione assistenziale. Non mi lamento, perché so che molti sono messi peggio di noi (esodati, disoccupati, cassintegrati). Solo mi sembra che la faccenda non sia equa (rispetto, ad esempio, a fenomeni come pensioni d’oro e simili). E mi pare anche che le cosiddette “famiglie vedove” (formula orrida, ma tant’è) siano sostanzialmente invisibili, forse perché non hanno forza contrattuale e sono, per lo più, sulle spalle di donne. Ci sarebbero altre considerazioni da fare, ma mi fermo qui”.

Alcuni lo hanno commentato, altri lo hanno condiviso: persone comuni che, ovviamente, restano colpite dalla patente iniquità della situazione, oppure gente che si trova nella medesima condizione. In questa sede vorrei aggiungere qualche altra osservazione, che mi pare pertinente.

Femminicidio, quant’è comodo pensare che non esista

Rispetto al fenomeno del femicidio/femminicidio, pare che sia in atto un tentativo di ridimensionamento se non addirittura di negazione del fenomeno. Ne parla dettagliatamente Loredana Lipperini, in un’attenta e documentata analisi dei numeri che da alcuni vengono addotti per giustificare l’idea che il femminicidio sia soltanto una bolla mediatica, alimentata dall’isterismo dei giornali e da un pessimo e distorto uso dei dati statistici. Al termine del suo puntuale smontaggio delle affermazioni negazioniste, la Lipperini afferma:

se abbiamo davanti un’incidenza percentuale che ci dice che, a differenza di altri delitti, il femminicidio esiste e non cala come gli altri crimini, se abbiamo davanti un’assenza di dati e di risorse, si dovrebbe concludere – e sarebbe logico farlo – che abbiamo un problema. Il drappello di fact-checker, invece, conclude che NON lo abbiamo.

Difficile non condividere. A questo punto, la domanda che si impone è: perché?

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