La matricola attempata (il Peter Pan dell’accademia).

La matricola attempata (il Peter Pan dell’accademia).

scuola di AteneNonostante il richiamo a Peter Pan, non parlerò degli studenti fuori corso, eterni giullari che non si decidono ad entrare nella vita adulta, ma di me stessa, che nella vita adulta sono entrata d un pezzo: le motivazioni di una matricola attempata, una signora di mezza età che ha deciso di tornare all’Università. Per la terza volta.

Dopo lunga e ponderata riflessione, ho deciso di iscrivermi nuovamente all’Università, sebbene si tratti di un azzardo, per un sacco di ragioni: per esempio il fatto che insegni e che, per insegnare, da un lato debba continuare a studiare quel che mi serve a scuola, dall’altro non possa, evidentemente, frequentare le lezioni pisane. Parto, umilmente, dal gradino più basso: laurea triennale in Filosofia. Insomma, dopo essere stata, in tempi recenti, una dottoranda attempata, ora, come se mi fossi trasformata in una specie di Benjamin Button accademico, mi trasformo  addirittura in una matricola attempata.

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Leggibilità (a proposito di scrittura facile e difficile)

Leggibilità (a proposito di scrittura facile e difficile)
granciporro

immagine di un granciporro

Niente da fare. La mia scrittura è «difficile». E il plugin che, quando pubblico un post, verifica la mia capacità di ottimizzazione SEO, ogni volta mi segnala impietosamente che il livello di leggibilità del mio stile è parecchio carente. Questo pezzo, vi avverto, non farà eccezione: anzi ricercherò scientemente (sic!) un livello di leggibilità assai basso. Alla faccia del plugin.

Qualche giorno fa, mi sono imbattuta in questo post sulla Rivista di Babbel (la piattaforma online per lo studio delle lingue straniere): Bellissime parole italiane dimenticate. Per inciso vorrei notare che il contenuto dell’articolo circola da tempo in Rete, in altri luoghi e forum. E da lì ha preso nuova vita, approdando in altre pagine, nonché, immagino, in innumerevoli bacheche facebook. Insomma il trionfo del copia-incolla.

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Tornare su facebook, perché

Facebook fra odio e voyeurismo

I motivi per starsene fuori da facebook ci sono ancora tutti: la paura della dipendenza da social, l’avversione per discussioni che non portano a nulla (perché tutti parlano, ma nessuno ascolta davvero), la nausea per l’odio, la violenza, l’ignoranza, la mancanza di pudore di troppi utenti, i timori per la mia privacy, il senso di claustrofobia che mi prende quando constato l’invadenza che questo particolare social ha nelle nostre vite etc etc.

Ho trascorso questo esilio nelle lande più riposanti di Instagram (che comunque appartiene al medesimo padrone), nel tentativo di trasformare in influencer involontarie le mie gatte: tutto sommato, mi sembrava più produttivo, il che la dice lunga sulla mia fiducia nelle potenzialità comunicative di un social che sembra far emergere il lato peggiore dei suoi più assidui frequentatori. Twitter non riesce ad appassionarmi, Linkedin mi fa troppe proposte di lavoro (sic!), il blog comunque langue e …  alla fine ho riattivato il profilo facebook.

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Scrivere con lentezza e fregarsene dei social (o almeno provarci)

Scrivere con lentezza e fregarsene dei social (o almeno provarci)

Tornare a scrivere fra gatti e libri

Scrivere, senza perché

Sento aria di primavera e, essendo meteoropatica, avverto che il mio umore sta sottilmente cambiando. Per esempio, ho voglia di ritornare a scrivere: soprattutto, a scrivere senza uno scopo, così, solo per il gusto di farlo, per il piacere di raccontare una storia, di condividere una passione, di comunicare una scoperta, di fare domande ed aspettare risposte.

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A proposito di alternanza scuola – lavoro, delle recenti proteste e dell’utilità e il danno della scuola per la vita.

A proposito di alternanza scuola – lavoro, delle recenti proteste e dell’utilità e il danno della scuola per la vita.

A proposito delle proteste studentesche contro l’alternanza scuola -lavoro. Vedo alcuni miei contatti su facebook  irridere gli studenti chiamandoli viziati figli di papà:  pare che, durante la manifestazioni, sia stato usato lo slogan «siamo studenti non siamo operai». Dunque,  sembrerebbe che con  queste parole i manifestanti, presunti eredi della famosa «Contessa» di Paolo Pietrangeli, abbaino voluto esprimere il loro disprezzo «di classe» verso gli operai.

 

Non entro nel merito: può darsi che l’infelice slogan sia autentico, così come può essere che una semplificazione giornalistica sia rimbalzata da una testata all’altra, come spesso accade. Tuttavia, prima di perculeggiare a prescindere gli studenti, vorrei citare qualche altro slogan, usato nel corso della manifestazione e testimoniato dalle foto. «Contro la scuola di classe, salario e diritti in alternanza» (Bologna), oppure «Sfruttati oggi, precari domani» (Napoli); «Siamo studenti, non servi» (Messina); «Formati, non sfruttati» (Bari) etc etc. Attenzione a definire «tutti» questi studenti fighetti figli di papà, e a esaltare nostalgicamente la figura dell’operaio contrapposta all’intellettuale nullafacente, e ai suoi figli e figliastri «bamboccioni», dopo decenni in cui gli operai, appunto, sono schifati da tutti  (anche da alcuni esponenti di quel governo che così fortemente ha voluto l’introduzione dell’alternanza scuola – lavoro nelle scuole) e considerati patetici relitti di un mondo che non esiste più, quel Novecento con il quale molti vorrebbero chiudere i conti una volta per tutte.

 

Ora, io sono prof e laureata, ma anche moglie di operaio, e cosa sia la fabbrica l’ho imparato attraverso i racconti di mio marito (e lavando i suoi abiti da lavoro). Mi chiedo quanti di coloro che mostrano via social network un così tardivo rispetto per la figura dell’operaio (e parlo da una città dove gli operai, quelli veri, stanno tutti, o quasi, in cassa integrazione,  e intanto si vagheggiano, per risolvere una crisi dai risvolti drammatici, le improbabili virtù salvifiche di una metamorfosi magica da terra di industria a paradiso del turismo) abbiano mai lavorato davvero con le mani, e sudato e imprecato a una catena di montaggio o nel capannone di un treno di laminazione. Perché talvolta (ma sicuramente mi sbaglio) questa sospetta esaltazione delle virtù taumaturgiche del lavoro manuale, evocate per difendere ad ogni costo la poco funzionale legge sull’alternanza scuola – lavoro mi pare, quella sì, un po’ radical – chic …

Se gli studenti sono chiamati a lavorare su serio, li si paghi: perché il lavoro si paga (e questo in fondo chiedono, alcuni degli striscioni citati sopra), altrimenti non è lavoro, è, appunto sfruttamento; se gli studenti sono chiamati a “fare volontariato”, come in certe esperienze accade, non lo si chiami “lavoro“, ma volontariato, che è cosa comunque meritoria (se lo è sul serio, e non è ancora una volta, sfruttamento); se invece li si vuole allenare alla durezza darwiniana del mondo che li aspetta (come qualche commento che ho letto lascia intendere: giovani viziati e iperprotetti, fate gavetta, alla fotocopiatrice e zitti, e in più portate il caffè al capo), allora, davvero, li si lasci studiare: a fare i precari sfruttati (ancora!) impareranno fin troppo alla svelta, e senza bisogno di formazione specifica.

Ma forse non è nemmeno questo il problema:  ho l’impressione, onestamente, che l’alternanza scuola – lavoro, che tanti aborrono pregiudizialmente come frutto avvelenato del cosiddetto neoliberismo,  e tanti esaltano, altrettanto pregiudizialmente, per il suo supposto valore formativo, spesso  non sia né lavoro, né formazione, ma un ibrido mal riuscito, nel quale le scuole fanno convergere un po’ di tutto, compresi progetti e collaborazioni che si facevano anche in passato (e sì, anche nei licei) e che ora si forzano nei panni stretti della legge: non di rado l’alternanza si risolve in una grandiosa perdita di tempo, in cui si fa finta di lavorare  e intanto non si studia, ma ci si inventa qualcosa pur di raggiungere il fatidico numero di ore prescritto. E non si capisce come potrebbe essere altrimenti, visto che di lavoro, quello vero, ce n’è comunque poco, e precario, sfruttato e mal pagato,  e qualsiasi tirocinio serio dovrebbe essere pensato e organizzato in modo ben diverso, in maniera strutturale e non episodica o improvvisata.

Sia chiaro: non contrappongo, nostalgicamente, gli studi pensosi e il consumo vistoso dell’ormai defunta «classe agiata» su cui Veblen ironizzava alla fine dell’Ottocento, allo svilito «lavoro manuale», sebbene io sia, guarda un po’, docente di lettere e laureata in una disciplina sommamente improduttiva oggi, letteratura greca: ormai mi sento del tutto solidale con la più attuale «classe disagiata» (ovvero una classe culturale alla quale viene ricordata, ogni santo giorno, la propria irrimediabile superfluità) e certi rimpianti non me li posso più permettere.

Proprio per questo dico che, invece di caricare la scuola di responsabilità in contraddizione fra loro, sarebbe bene decidere in quale direzione andare e spazzare via l’ipocrisia: smettiamo di insegnare letteratura, filosofia, storia, algebra o fisica (non parliamo poi di latino o greco, da cestinare subito), abbandoniamo ogni desiderio o velleità di una cultura «astratta» che abbia pretesa di profondità e sistematicità, e dedichiamoci con cuore finalmente leggero alla cura empirica, fra l’altro più economica, di quelle famose competenze in grado di adattarsi agevolmeunte a qualunque contesto e di essere sommamente utili all’esercito dei futuri precari. Non facciamo di questi giovani degli illusi o degli spostati, specialmente se sono figli di poveracci e hanno l’insana speranza che, studiando, potranno magari salire la scala sociale. Avvertiamoli: i posti migliori sono già tutti prenotati,  e loro non saranno salvati  né da quel simulacro di lavoro evocato nell’alternanza, per il quale, così com’è, non meritano di essere scomodate le più nobili giustificazioni pedagogiche (e lasciamo stare Gramsci, per cortesia: che tutti lo tirano ora di qua, ora di là), né dalla cosiddetta «cultura alta»con la quale, com’è risaputo, «non si mangia» e che comunque oggi, nella sua versione scolastica, appare esangue, impoverita, banalizzata.

E allora? Allora liberi tutti. Chiudiamo le scuole e arrangiamoci come possiamo. Ma senza inutili chiacchiere, per favore.

Senza parole

Senza parole

Sono famosa per la mia logorroica parlantina. Non sono pochi quelli che mi accusano di essere eccessiva. Di parlare troppo, scrivere troppo. Di essere una chiacchierona inarrestabile, un fiume in piena, una che ha sempre qualcosa da dire, sempre. Una tuttologa. Incapace di tacere. Estroversa, brillante, inarrestabile, incontenibile, eccessiva. E dunque, in fin dei conti, prolissa. Gonfia, ridondante e ripetitiva. Incapace di rispettare tempi, limiti, regole. Non di rado fuori luogo. Irritante e indisponente.

Ho riaperto questo blog dopo mesi. Il suo silenzio è chiaro segno che il mio personaggio è ormai abbandonato in un angolo, come un patetico burattino disarticolato e muto. Passati i bei tempi in cui pubblicavo un post o due al giorno. Su facebook, un tempo, condividevo, commentavo, discutevo, attaccavo, mi difendevo, replicavo. Ora, per lo più, posto foto di famiglia, immagini di gattini e qualche notizia inoffensiva: non fosse mai che qualcuno accendesse un flame sulla mia bacheca. Sarei troppo stanca e annoiata per sostenerlo.

Me ne sto rintanata in casa. Continuano ad invitami ad eventi, spettacoli, iniziative, conferenze, presentazioni … accetto gli inviti e, giuro, sono sempre in buona fede. Ma quando arriva il momento, rinuncio. Per interessante che sia il tema, il silenzio del mio salotto mi pare sempre preferibile.

Non voglio dilungarmi, altrimenti questo post finirebbe per contraddirsi. La verità è che la mia capacità di articolare discorsi sensati è diminuita proporzionalmente all’aumento esponenziale di quanti invece devono per forza dire la loro su qualunque argomento. Il diluvio di parole altrui ha sommerso e travolto il mio ruscelletto di discorsi. Tutti hanno qualcosa da dire:  io, invece, sono diventata afasica.

Se lo dichiaro qui, e mi pare già di essere stata troppo lunga, è perché ho l’impressione di non essere sola. Mi sembra quasi di avvertire che quanti si ritraggono spaventati davanti all’onda anomala di chiacchiere che ci minaccia,  per nascondersi in qualche anfratto invisibile e silenzioso, stiano inesorabilmente aumentando. Solo che il loro mutismo amplifica di fatto la cacofonia scomposta degli altri, di quelli che si parlano addosso ma mai, o quasi mai, ascoltano.

Eppure vorrei credere che la speranza stia dalla parte dei taciturni, di quelli che non commentano, non condividono, non twittano, non criticano, non intervengono, non alzano i toni, non provocano, non predicano, non tengono comizi non richiesti, non cercano adepti, discepoli, fan, non sono a caccia di like o reactions. Se il loro silenzio sommergesse inesorabile il rumorìo caotico e babelico che ci circonda, forse, dopo, sarebbe possibile ricominciare da capo a intenderci, trovare un senso, un approdo che ci salvi dal disastro. Forse.