La trincea dei nonni e la delusione dei ragazzini. Ancora su Brexit.

La trincea dei nonni e la delusione dei ragazzini. Ancora su Brexit.

middle fingerA proposito di Brexit, la narrazione che si è imposta è, all’incirca questa: i vecchi (destinati a morire nel giro di poco: ho letto anche questa simpatica considerazione su qualche bacheca) hanno imposto la loro volontà ai giovani, che subiranno per decenni le conseguenze nefaste della mancata lungimiranza dei nonni.

La fonte principale per questa conclusione è qui:

yougov

Ma se leggete bene la legenda, scoprirete che questi dati sono predittivi e si basano su un campione di 1652 persone intervistate fra il 17 e il 19 giugno.

Sia chiaro. È sicuramente corretto valutare l’importanza del cosiddetto «fattore generazionale» a proposito dell’esito del referendum. Ma bisognerebbe tener conto di tutti gli elementi in gioco, non solo di uno e per di più basato su dati discutibili e moooolto parziali, per non dire altro.

Per esempio ci sono giovani inglesi che a votare non ci sono proprio andati: e non sono così pochi. Un‘analisi del Wall Street Journal mostra  questa situazione.

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Insomma un buon 19% dei ragazzi fra i 19 e i 24 anni e un significativo 17 % degli adulti fra i 25 e i 49 sono rimasti a guardare.

La questione è timidamente accennata anche in un pezzo di Repubblica:

Se l’affluenza è stata alta in generale (72,2 per cento contro il 66,1 delle ultime elezioni parlamentari), tra chi ha rinunciato a esprimersi è molto alta la percentuale dei giovani sotto i 24 anni, che però hanno votato in blocco per il Remain. Un dato, questo, largamente previsto, poiché nelle elezioni generali dello scorso anno l’affluenza dei giovani inglesi è stata tra le più basse in Europa, con il 43 per cento contro il 78 per cento dei pensionati. I giovani insomma, non hanno ascoltato i tanti appelli ad andare a esprimere le loro simpatie europeiste, deludendo così proprio chi li voleva ago della bilancia dell’esito favorevole al Remain.

Detto questo è interessante riflettere su altri dati. L’analisi del Guardian sembrerebbe essere assai più dettagliata e preoccupante da altri punti di vista. Hanno votato in maggioranza contro l’Europa coloro che non hanno una laurea o comunque un titolo di studio elevato (fig.2);  quanti non possiedono nessun tipo di qualifica (fig.3); quanti hanno un reddito basso o medio-basso (fig.4); gli appartenenti alle classi subalterne – operai specializzati, operai non specializzati, pensionati, disoccupati, lavoratori precari (fig.5.)  Il dato legato all’età (fig.6) è forse il meno significativo, ma è quello sul quale l’immaginario collettivo è stato in larga misura convogliato (si veda, per questa lettura dei dati anche la sintesi in italiano qui dalla quale ho tratto le immagini).

Insomma, si sono rivoltati contro l’Europa i poveri e gli ignoranti (non necessariamente e non solo i più vecchi attaccati … a cosa poi?), ovvero le categorie di cui parlavo nel mio post di ieri: quelli che non hanno nulla da perdere dall’eventuale Brexit, perché in questi anni hanno già perso moltissimo, non ultimo la possibilità di informarsi in modo corretto e di scegliere non sulla base della paura e della cosiddetta «pancia»,  ma di considerazioni ragionevolmente motivate.

D’altra parte ci sarebbe da chiedersi quanto sia effettivamente informato il giudizio dei moltissimi commentatori nostrani che continuano a ripetere come un mantra la favoletta dei giovani ai quali sarebbe stato strappato il futuro dai vecchi:  a chi giova innescare il conflitto generazionale in luogo di una più corretta battaglia per i diritti e il benessere di tutti? O dovrei credere che questa Europa è il luogo meraviglioso dell’inclusione e delle opportunità, il paradiso di civiltà e benessere al quale gli stupidi inglesi hanno rinunciato?

Io penso che il sonno delle oligarchie ripiegate sui loro privilegi genera fatalmente il mostro del populismo: questi, poi, sono gli esiti. E credo che disinvestire sulla scuola e sulla cultura, condannare vaste fette di popolazione alla progressiva marginalizzazione, tagliare servizi e prospettive, allargare la forbice sociale in maniera non sostenibile, trasformi per forza il «popolo» in «plebe»: e la plebe , quando si incazza, combina guai. Ma rispondere al disagio sociale con il disprezzo (del tipo: non hanno pane? che mangino brioches) o, peggio, invocando soluzioni autoritarie,  non mi pare un gran rimedio (in verità mi pare un atteggiamento figlio della medesima ignoranza che si depreca).

Brexit, la democrazia e il potere dei senza potere

Ma quanto saranno brutti, sporchi, cattivi, vecchi, ignoranti e poveri quegli inglesi che, in maggioranza, hanno votato per la Brexit! E quanti commentatori intelligenti, acuti, illuminati e debitamente indignati hanno popolato in queste ore le strade del social network, deprecando i risultati del referendum britannico e levando alti lai sul cupo destino  riservato all’Europa per colpa di questa improvvida scelta? Perché lo sappiamo. La democrazia va bene solo quando il voto del popolaccio ignorante ci dà ragione. Ma se le cose vanno storte,  forse dovremmo ripensarla, dati i risultati, togliendo il diritto di voto nell’ordine a:

  1. i vecchi;
  2. i poveri;
  3. gli ignoranti
  4. e comunque a tutti quelli che non la pensano come noi. 

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#JeSuisCharlie senza ripensamenti

#JeSuisCharlie senza ripensamenti

je_suis_charlieNon sono una provocatrice, sono educata e rispettosa e, anche se vivo in terra toscana, dove le bestemmie (pardòn,  i mòccoli, come li chiamiamo qui) segnalano non tanto la miscredenza quanto una certa simpatica intimità con il buon Dio, visto come uno di famiglia che si può, se è il caso, amichevolmente insultare, non apprezzo affatto la blasfemìa verbale.

Dirò di più: ho amici che si vantano di essere impenitenti mangiapreti, e non perdono occasione, specialmente su facebook e affini (dove, si sa, la tentazione di scrivere senza pensare è quasi irresistibile, forse perché si sa, o si spera, di non pagare pegno) per sbeffeggiare  fedi e fedeli di qualunque credo e natura e sbandierare il loro laicismo estremo. Non mi accodo mai alle loro esternazioni goliardiche e non le approvo, nonostante il mio dubbioso e inquieto agnosticismo. O forse proprio a causa sua.

E, tutto sommato, il genere Charlie Hebdo non mi è mai piaciuto più di tanto.

Ma

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Four more years, Mr Obama! E noialtri tiriamo un sospiro di sollievo.

Lo confesso, stamattina ho tirato un sospiro di sollievo. Ero andata a letto alle due, quanto l’esito dell’elezione americana era ancora incerto, e, sinceramente, era un po’ preoccupata. Il mio ultimo stato su facebook recitava così: “Il fatto è che alla fine ci riguarda più quello che succede in America che quello che accade a casa nostra. Il fatto è che siamo una remota provincia dell’Impero. Il fatto è che ci vorrebbe un moderno editto di Caracalla, come quello che estese la cittadinanza a tutti i sudditi dell’Impero Romano: insomma avremmo dovuto votare anche noi. Il fatto è che possiamo solo sperare che ci vada bene per i prossimi quattro anni”. Era un’affermazione paradossale, legata alla sensazione che siano più decisive per il nostro destino le scelte degli americani, sulle quali, ovviamente, non abbiamo la minima voce in capitolo,  che non tutte le nostre fibrillazioni interne: in un mondo globalizzato non può essere che così. Il tifo sfegatato per Obama che leggevo nelle bacheche di tanti nostri compatrioti si spiega esattamente così.

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