L’anti-recensione di un romanzo anti-biografico. Andate tutti affanculo di The Zen Circus con Marco Amerighi

L’anti-recensione di un romanzo anti-biografico. Andate tutti affanculo di The Zen Circus con Marco Amerighi

Se questo romanzo è, come dichiarato ufficialmente, un’anti-biografia, allora merita, di necessità, un’anti-recensione. Quindi, gli incauti lettori che eventualmente si imbattessero in questo post non troveranno gli ingredienti soliti di una recensione: considerazioni dotte sullo stile, osservazioni pensose sulla coerenza della trama o sulla costruzione dei personaggi, elucubrazioni più o meno documentate sul contesto (storico, sociale, musicale) della vicenda, intelligenti inferenze sul significato riposto del testo o sulla verosimiglianza della narrazione.

Troveranno, piuttosto, il tentativo di condividere un’emozione e una serie di domande che una lettrice qualunque si è fatta man mano che divorava, assai velocemente in verità, le pagine di questo strampalato, commovente, urticante e provocatorio racconto «on the road» degli inizi di una band, The Zen Circus, fra le più significative e interessanti nel panorama musicale italiano.

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Spoon River in Maremma

Spoon River in Maremma

romanzo sacha naspiniSembra, in apparenza, una narrazione realistica quella che Sacha Naspini  cesella nel suo «Le case del malcontento», impreziosita dall’uso sapiente del vernacolo locale, dal disegno accurato di quei dettagli paesani che fanno tanto colore locale: modi di dire, imprecazioni, il netto e diretto volgare toscano che tanto diverte quelli che toscani non sono e, allo stesso tempo, solletica e inorgoglisce la gente del posto quando se lo trova sbattuto sulla pagina con tutti i crismi della letteratura.

Al contrario, si tratta di una lingua sfacciata e cinica,  aspra e rabbiosa, sboccata e impietosa, che si nutre di disincanto e irride ogni residua bontà, ogni possibile gentilezza della vita: il realismo sfuma in una magia cattiva, un incanto ostile che inquieta e paralizza non solo i personaggi, smarriti nei loro soliloqui, ma anche i lettori che si avventurino per le strade tortuose dell’immaginario borgo maremmano.

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Individutopia. Un romanzo ambientato in una distopia neoliberale

Individutopia

Individutopia di Joss Sheldon

Ricordate la famosa frase di Margaret Thatcher «La società non esiste, esistono soltanto gli individui»? Vero emblema di un’epoca, punto di svolta verso una condizione dalla quale non riusciamo ad uscire, a tal punto si è incistata nelle coscienze. Ognuno per sé, ognuno in competizione con gli altri per raggiungere la vetta, sgomitando per arrivare primo, in nome della cosiddetta «meritocrazia». Se qualcuno non ce la fa, peggio per lui: l’individuo «imprenditore di se stesso» è impegnato in una quotidiana battaglia per emergere dalla massa, per conquistarsi il suo posticino al sole. Della fine che fanno gli altri, i perdenti, i tanti che arrancano, che gli importa? Cazzi loro. Se non ce la fanno, la colpa è soltanto loro: della loro lentezza, della loro mediocrità, della loro mancanza di fede. Bisogna crederci, bisogna andare avanti avanti avanti.

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La matricola attempata (il Peter Pan dell’accademia).

La matricola attempata (il Peter Pan dell’accademia).

scuola di AteneNonostante il richiamo a Peter Pan, non parlerò degli studenti fuori corso, eterni giullari che non si decidono ad entrare nella vita adulta, ma di me stessa, che nella vita adulta sono entrata d un pezzo: le motivazioni di una matricola attempata, una signora di mezza età che ha deciso di tornare all’Università. Per la terza volta.

Dopo lunga e ponderata riflessione, ho deciso di iscrivermi nuovamente all’Università, sebbene si tratti di un azzardo, per un sacco di ragioni: per esempio il fatto che insegni e che, per insegnare, da un lato debba continuare a studiare quel che mi serve a scuola, dall’altro non possa, evidentemente, frequentare le lezioni pisane. Parto, umilmente, dal gradino più basso: laurea triennale in Filosofia. Insomma, dopo essere stata, in tempi recenti, una dottoranda attempata, ora, come se mi fossi trasformata in una specie di Benjamin Button accademico, mi trasformo  addirittura in una matricola attempata.

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Leggibilità (a proposito di scrittura facile e difficile)

Leggibilità (a proposito di scrittura facile e difficile)
granciporro

immagine di un granciporro

Niente da fare. La mia scrittura è «difficile». E il plugin che, quando pubblico un post, verifica la mia capacità di ottimizzazione SEO, ogni volta mi segnala impietosamente che il livello di leggibilità del mio stile è parecchio carente. Questo pezzo, vi avverto, non farà eccezione: anzi ricercherò scientemente (sic!) un livello di leggibilità assai basso. Alla faccia del plugin.

Qualche giorno fa, mi sono imbattuta in questo post sulla Rivista di Babbel (la piattaforma online per lo studio delle lingue straniere): Bellissime parole italiane dimenticate. Per inciso vorrei notare che il contenuto dell’articolo circola da tempo in Rete, in altri luoghi e forum. E da lì ha preso nuova vita, approdando in altre pagine, nonché, immagino, in innumerevoli bacheche facebook. Insomma il trionfo del copia-incolla.

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Sorvegliare e deridere. L’illusoria libertà della Rete

Sorvegliare e deridere. L’illusoria libertà della Rete

dislike-cloudApparentemente viviamo in un’epoca di sfrenata libertà di espressione: se prima la tribuna dell’oratore nella pubblica agorà era riservata soltanto a chi sapeva o poteva esprimersi, ora basta uno smartphone e, se anche non si ha niente di particolarmente intelligente da dire, si dice lo stesso. Libertà, dicevo. E di questa libertà quasi tutti approfittano: la Rete è diventata l’immensa discarica delle nostre esternazioni, delle nostre passioni, delle nostre idiosincrasie, delle nostre follie. E, naturalmente, dei nostri pregiudizi, dei nostri errori, della nostra ignoranza. Ma questa libertà, o licenza, di dire tutto quello che ci passa per la testa è reale?

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