Consapevolezza digitale, una questione politica.

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Credo fermamente che una delle questioni politiche cruciali, nel nostro tempo, sia l’esigenza di una sempre più diffusa consapevolezza digitale.  La consapevolezza digitale è qualcosa di affine alla competenza digitale, una delle competenza chiave per l’apprendimento permanente raccomandate dagli organismi Europei, ma non è ad essa esattamente sovrapponibile. Ha a che fare con lo spirito critico, con la capacità di reperire informazioni, con le abilità comunicative ma, in un certo senso, va oltre. Si intreccia con quella che danah boyd chiama alfabetizzazione algoritmica di base

Un algoritmo non è un incantesimo, e i risultati, più o meno filtrati, delle nostre ricerche su Google non sono frutto di magia. Bisognerebbe  interrogarci su  come funzionano certi meccanismi. Ora che più o meno tutti siamo stati fagocitati dai social network, per esempio Facebook e/o Twitter,  ma non solo, dovremmo cominciare a chiederci: perché siamo in Rete? che cosa condividiamo, esattamente? quando andiamo a caccia di informazioni su Google, che cosa troviamo, davvero? In altre parole: fino a che punto la nostra libertà (di essere, di conoscere, di interagire con chi ci pare) è manipolata per scopi che, per lo più,  ci sfuggono? 

L’altra sera ho perso un po’ di tempo a spiegare ad un’amica che cosa sono i cookies, e perché è bene, periodicamente, fare pulizia.

La gente condivide messaggi demenziali intimando a Facebook (il cattivone  che fa paura, al quale comunque ci consegniamo volontariamente) di “non usare” i propri dati, ma ignora le più banali precauzioni in merito alla propria privacy.

Quando partecipo a un blog collettivo, mi viene da sorridere se qualcuno dei miei compagni di avventura mi dice, tutto fiero: “Hai visto? Siamo il primo risultato su Google!” Evidentemente non ha mai sentito parlare del libro di Eli Pariser, The Filter Bubble.

Come si legge in The Filter Bubble, Google usa 57 indicatori per stabilire chi siamo e prevedere quali siti potrebbero piacerci. E il monitoraggio funziona anche quando non siamo loggati. In questo modo, quando facciamo una ricerca, ci compaiono i link che potrebbero interessarci di più. Insomma, Google non è più uguale per tutti. (fonte: Wired)

Analogo meccanismo funziona su Facebook, su Amazon etc etc, e, in generale, in tutti quei siti che propongono come cosa meravigliosa la cosiddetta personalizzazione dei servizi: che finisce per chiuderci in quel che già sappiamo, fra persone che la pensano come noi, in una realtà fittizia costruita su misura per le nostre illusioni.  Ma in quanti se ne accorgono?

E, a proposito di questo, i tanti miei amici su facebook che vanno in cerca di facili like sui loro profili condividendo opinioni e credenze, e si compiacciono molto quando la loro bacheca si popola di commenti adoranti, dovrebbero riflettere di più su un particolare tipo di dinamica sociale, scientemente promossa dal social network: l’omofilia (che non ha nulla a che vedere con l’omosessualità, meglio precisare).

Facebook promuove l’omofilia, la fascinazione reciproca di chi si sente parte della medesima identità, che non ha nulla a che spartire con l’affinità. Gli «amici» di Facebook, almeno formalmente, sono individui accomunati dal fatto che amano le stesse cose. Ci piace questo. Forse in futuro si aggiungerà anche un «non ci piace quest’altro», ma c’è da dubitarne perché il dissenso provoca discussione. Parteciperemo a questo evento. Siamo uguali, per questo stiamo bene insieme e ci scambiamo post, messaggi, foto, «regali», giocattoli, poke. Gli scambi sociali si regolano sul principio dell’identico. La dialettica è impossibile, il conflitto è strutturalmente bandito, l’evoluzione (incrocio, scambio e selezione di differenze) è bloccata. Stiamo tra di noi perché ci riconosciamo nella medesima identità; fuori la devianza, la diversità non esiste, non ci riguarda minimamente.

Da un punto di vista sociale, l’omofilia comporta la tendenza alla creazione di gruppi omogenei di persone che letteralmente si rispecchiano le une nelle altre. L’esatto opposto dell’affinità, una dinamica nella quale la differenza è postulata, anzi valorizzata perché posta come base per ogni possibile relazione. Nelle relazioni di affinità, gli individui si percepiscono e si relazionano fra loro in qualità di fasci di differenze che presentano tratti di similitudine, un’aria di famiglia in grado di facilitare l’interazione. Viene escluso ogni adeguamento al gruppo, perché è l’unicità dell’individuo a creare valore, non la sua omogeneità. (Collettivo Ippolita, «Nell’acquario di Facebook»)

Facebook balcanizza le nostre relazioni, ci divide in tribù che si guardano in cagnesco dalle rispettive bacheche. E non di rado capita che i “nemici” siano spiati da complici e infiltrati, e gli screenshot più compromettenti, ottenuti grazie ad azioni di vera e propria delazione,  vengano pubblicati come  prova di pubblico abominio.

In questo modo l’ideologia della condivisione del web 2.0, impostata secondo i canoni dell’omofilia, trasforma la delazione dei comportamenti altrui in una pratica sociale accettata e incoraggiata, e l’autodelazione in regola aurea di convivenza. (Collettivo Ippolita, ibidem)

I messaggi si semplificano, i punti di vista si polarizzano. Laddove, finalmente, si discuta (in un gruppo, su una pagina, nei commenti in un sito di informazione, in coda a un video su YouTube), non c’è quasi mai scambio o confronto, ma solo scontro. All’argomentazione si sostituisce l’insulto. D’altra parte, scrivere da uno smartphone non incoraggia l’articolazione del pensiero. Del resto, nessuno legge sul serio e, in definitiva, ognuno parla a se stesso e si vanta della sua piccola e insignificante bava di lumaca elettronica abbandonata in Rete.

Questo post, su questo blog, è già troppo lungo. Troppi link che i miei pochi lettori, probabilmente,  eviteranno di seguire. L’ipertestualità è faticosa e disturbante. Rischia di portare lontano. Non fa sentire al sicuro. Presuppone tempo. Lentezza nel navigare. Riflessione nel collegare le informazioni. Meglio andare velocemente al sodo.

I dati di analfabetismo digitale (ovvero non aver mai usato un computer in tutta la vita) per la popolazione italiana compresa fra i 17 e i 74 anni (compresi dunque quelli che dovrebbero essere “nativi digitali”) sono sconfortanti: da un minimo del 23% a un massimo del 48% per regione. Ma degli altri, che un computer ce l’hanno e in qualche modo lo usano, quanti sono quelli realmente consapevoli

La pratica diffusa del selfie è l’evidenza fenomenologica della concezione dei media come specchi introflessi in cui riflettersi narcisisticamente, piuttosto che strumenti attraverso i quali scoprire il mondo e relazionarsi con l’altro da sé.

Lo dice il Censis, non è un’opinione personale. La domanda (politica) allora è: come riattivare il potenziale di emancipazione che la Rete sembrava possedere, prima di essere trasformata in una palestra di pulsioni narcisiste cinicamente manipolate dalle strategie di marketing? Fuori e/o dentro i social network, grazie a loro e, soprattutto, nonostante loro. Non basta saper accendere un computer, usare una tastiera, distinguere un comando dall’altro, esattamente come conoscere i comandi di un auto, essere in grado di metterla in moto, di farla avanzare, di fermarla, non significa conoscere il codice della strada. E, d’altra parte, anche se si sa come funziona una macchina e qual è il significato dei cartelli segnaletici, questo non vuol dire avere le idee chiare su dove andare e in che modo arrivarci. Teniamone conto, quando parliamo di cittadinanza digitale.

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