Fra i miei amici facebook, c’è Babbo Natale: ma sarà lui o un fake?

Share this page to Telegram

identitàovvero considerazioni sparse a uso e consumo di niubbi e utonti (detto con affetto, si intende, perché ognuno di noi, in fondo, è un niubbo/utonto, vista la velocità con cui la Rete si trasforma). 

La mia esperienza intensiva della Rete è cominciata, nel 2003, sotto pseudonimo (o nick). Resistentissima Floria: ancora oggi qualcuno pensa che sia il mio vero nome. In ogni caso, non sono riuscita a mantenere il mio anonimato a lungo. Dopo poco tempo, infatti, l’ingombrante Lorenza si è fatta strada a spallate: figurarsi se, narcisista com’è, poteva lasciare il palcoscenico, ancorché virtuale, a qualcun altro.

In ogni caso mi sono portata il nick dietro su diverse piattaforme (su twitter, per esempio, e non solo), come omaggio alle mie passate velleità di anonimato. Non su facebook, comunque, dove mi sono regolarmente iscritta con nome e cognome veri. Ho fatto bene, ho fatto male? In realtà si tratta di decidere in che modo vogliamo negoziare la nostra presenza in rete: e, soprattutto, della consapevolezza che abbiamo nel gestire la costruzione della nostra identità connessa.

Fra i miei cosiddetti “amici” di Facebook (2906, al momento), esistono diverse tipologie. Ci sono quelli presenti con nome e cognome e che conosco personalmente. Ci sono persone che si nascondono dietro pseudonimo, la cui identità reale, peraltro, mi è nota, così come i motivi che li spingono a dissimularsi. Ci sono altri che hanno due profili: uno, “ufficiale”, con nome e cognome, l’altro, “ufficioso”, che utilizza il nick (soluzione frequente fra i miei colleghi, quelli che, sul social network, non desiderano intrusioni e confidenze eccessive da parte di alunni intraprendenti e curiosi). Altri usano uno pseudonimo ma sulla base di quello che postano (foto, commenti etc) e delle relazioni che mostrano (parenti, amici etc) sono facilmente riconoscibili. Altri ancora sono molto prudenti: nickname ed estremo controllo sulle condivisioni (niente foto personali o tag, ad esempio), ma interagiscono  con correttezza ed educazione, quindi l’anonimato non serve certo a nascondere eccessi bullistici o altri comportamenti del genere.  Alcuni si registrano con il nome della loro attività commerciale: e su questo ci sarebbe da discutere, perché facebook imporrebbe in questo caso l’uso della pagina e non del profilo personale … ma lasciamo perdere, in fondo sono degli ingenui, anche perché, esponendosi spesso nei gruppi con opinioni personali, rischiano di perdere come clienti tutti coloro che non la pensano come loro (beh, in effetti, ho smesso di frequentare alcuni negozi o locali nella mia città proprio per questo motivo, in particolare quando le opinioni espresse erano esplicitamente razziste e discriminatorie). Ci sono quelli con nomi credibili, ma falsi: non sono in grado di distinguerli con chiarezza, ma sono certa che esistano. Ci sono quelli che, all’ombra di un nick pensano, erroneamente, di poter fare quello che vogliono.  E quelli che usano il loro nome e cognome veri ma, ahimé, dovrebbero essere interdetti dall’uso della Rete: perché sono troll, più o meno consapevoli, perché sono violenti, maleducati, ignoranti e fastidiosi.

In presenza di una situazione tanto diversificata, mi pare che la posizione più ingenua sia quella di quanti pretendono di avere a che fare, in Rete e, in particolare, su Facebook, solo con gente che, come si usa dire, ci mette la faccia. Negli ultimi tempi, specialmente nei gruppi locali e su bacheche di miei concittadini ho letto diverse esternazioni a questo proposito. Parlo di ingenuità per diversi motivi. In primo luogo, molto banalmente, la faccia che uno ci mette potrebbe non essere la sua e, d’altro canto, potrebbe essere complicato rendersene conto (avete visto per caso il film e la serie Catfish? Ecco). In secondo luogo, in uno scambio fra persone che, in linea di massima, si conoscono poco o non si conoscono affatto di persona, quello che dovrebbe importare dovrebbe essere il merito delle affermazioni che uno fa, non la loro origine certificata: insomma, se sono coinvolta in treno in una discussione su un argomento x, non è che chiedo a tutti i presenti la carta di identità, e in fondo, su un social network che cosa c’è di diverso? E a questo punto qualcuno, invariabilmente obietta: perché dovrei permettere a chi non si vuole palesare di conoscere dettagli della mia vita (umori, opinioni, immagini …) che io condivido apertamente, mettendoci, appunto, la mia faccia autentica e non qualche improbabile avatar?

La risposta a questa domanda è complessa e si articola su diversi piani.

Condividere qualcosa in Rete è sempre faccenda delicata: in linea generale io credo che non dovremmo pubblicare nulla sui nostri profili che non potrebbe essere detto con analoga disinvoltura anche su un giornale a diffusione nazionale. Quando scriviamo su facebook, si verifica spesso  quella che si potrebbe definire  dissonanza cognitiva: pensiamo di essere soli soletti seduti alle nostre scrivanie, al più in presenza di pochi contatti sicuri, in realtà è come se urlassimo sulla pubblica piazza. Mi è capitato, per esempio, di obiettare ad affermazioni palesemente erronee (successivamente corrette sulla base delle mie osservazioni) e di essere stata invitata, per il futuro, ad una maggiore discrezione ( «Lo avevo scritto sulla mia bacheca, mi rivolgevo solo ad alcuni miei amici, perché sei dovuta intervenire? Potevi scrivermi in privato» «Ciccio/a, perché la tua bacheca non è tua, di fatto, ma è un luogo semipubblico – o pubblico tout court,  dove le cazzate hanno, tendenzialmente, portata mondiale, specialmente se non sei capace di settare adeguatamente la privacy»). Beh, per riprendere la metafora del treno, non è che per parlare con lo sconosciuto simpatico incontrato casualmente ci mettiamo necessariamente in mutande per sentirci più a nostro agio, no?

Ma, a parte questo, la verità che molti non conoscono o non vogliono conoscere è questa: ogni volta che postiamo sul social network, consegniamo i nostri dati  e le nostre informazioni  ai servizi di profilazione degli utenti. In altre parole, ci consegniamo aggratis ai meccanismi del marketing, opachi, anonimi e manipolatori. Il Grande Fratello è già fra noi, signori, e quel che è peggio ci arrendiamo al nemico di nostra spontanea volontà, senza combattere e persino volentieri. Se le cose stanno così, la mia prima preoccupazione dovrebbe essere quella di trovarmi a parlare con un altro disgraziato come me che pensa di salvarsi usando un nick? Ma per favore.

anonymous

 

Mi fanno ridere quelli che pensano ancora che facebook, per esempio, sia unicamente questo luogo beato in cui ci ritroviamo con amici e parenti vicini e lontani per chiacchierare piacevolmente delle nostre vite: non lo è,  forse non lo è mai stato davvero. Facebook è fondamentalmente una vetrina nella quale ci mettiamo in mostra e mettiamo in mostra i nostri gusti, le nostre passioni, le nostre idiosincrasie, esponendole ad occhi parecchio indiscreti e non innocenti. Secondo voi, perché mai Facebook ci rompe quotidianamente le scatole chiedendoci di condividere e aggiornare continuamente i nostri gusti in fatto di libri, film, televisione, musica etc etc, le nostre informazioni personali, le nostre esperienze lavorative e di studio etc etc? Non vi viene in mente che sia un mondo rapido ed efficace di raccogliere enormi quantità di dati sui gusti degli utenti per rivenderle alle aziende? Facebook non è gratis, lo paghiamo profumatamente con la moneta della nostra identità.  È bene esserne consapevoli e regolarsi di conseguenza.

L’ipocrisia di Facebook, poi, è straordinaria. Chiede (impone) di essere onesti e trasparenti (ovvero di usare il nostro nome reale, di non avere più di un account,  di non avere meno di tredici anni, etc etc), non si preoccupa più di tanto di verificare (perché non gli interessa, in realtà), ma poi, zitto zitto, con i nostri dati, fidando che anche noi non controlleremo ( e in effetti è così), ci fa quello che gli pare. Non ci credete? Leggete questo istruttivo articolo sull’Huffington Post e meditate.

Concludo. Forse dovremmo combattere le giuste battaglie. Forse dovremmo difendere la nostra privacy (o meglio, la nostra dignità in Rete, per riprendere il titolo del libro del tecnologo, musicista etc etc Jaron Lanier, La dignità ai tempi di Internetin modo più mirato, piuttosto che prendercela con quelli che giocano in modo tutto sommato inoffensivo con i nickname. Forse dovremmo informarci e, per dire, partecipare alla Consultazione Pubblica sulla Bozza dei Diritti di Internet (che prevede, fra l’altro, anche il diritto all’anonimato), promossa dalla Commissione di Studio presso la Camera dei Deputati.

Se avete voglia, leggete anche quest’articolo di Stefano Rodotà, Perchè Internet ha bisogno di nuove regole. 

Per un approccio più teorico, L’identità connessa all’epoca dei social network di Giovanni Boccia Artieri

 

 

 

 

 

 

 

Commenti Facebook
Taggato , , , , , , , , . Aggiungi ai preferiti : Permalink.