Il professore stanco (parecchi anni dopo)

Questo blog, abbandonato da più di un anno e stasera faticosamente aggiornato, offre almeno un vantaggio: ti dà la possibilità di recuperare frammenti di scrittura che avevi più o meno dimenticato. Un cassetto della memoria online, più affidabile dei post su facebook, delle foto su instagram, degli aggiornamenti su twitter.

C’è un mio vecchio post, risalente al 2012, sei mesi dopo aver iniziato il dottorato (ora concluso e archiviato fra le esperienze morte e sepolte), intitolato significativamente «Il professore stanco». Rileggendolo, mi sono meravigliata di due cose: la prima, della sua desolante attualità; la seconda, della mia stupefacente capacità di resistenza, visto che, dopo quasi nove anni, per quanto stanca, sono ancora qui, a fare il mio maledetto mestiere. O forse non è resistenza, è solo pigrizia, incapacità di esplorare strade diverse.

Solo che oggi avverto, se possibile, una sensazione ancora peggiore. Siamo in piena pandemia e la discussione sulla scuola si è avvitata sull’alternativa «scuole aperte-scuole chiuse». Non intendo ripercorrerla qui, aggiungendo le mie inutili chiacchiere al diluvio di retorica che ci affligge in questo momento. Mi limito a registrare un fatto. Ci ho messo un po’ a metterlo a fuoco e a capire perchè la prospettiva di tornare a scuola dopo le vacanze natalizie mi stia davvero deprimendo. Eppure si tratta di un’evidenza chiarissima. I docenti, oggi, non sono solo bistrattati, sottopagati  e socialmente disprezzati. I docenti sono ritenuti, nell’opinione comune, sacrificabili. Letteralmente. Sacrificabili sull’altare delle chiacchiere social, delle affermazioni non suffragate da dati certi, della confusione imperante, della demagogia di bassa lega sulla presunta sicurezza delle scuole. Scrivo «presunta» con piena consapevolezza: le informazioni che abbiamo sono contraddittorie e ognuno tira acqua al suo mulino, sposando le affermazioni che più si adattano ai propri pregiudizi.

Sia chiaro, incrocio le dita e, quando me lo permetteranno, obbediente come un bravo soldato, tornerò in aula. Così come, con altrettanta abnegazione, cerco di dare il mio contributo ad un funzionamento passabile della didattica a distanza, pardon, della didattica digiitale integrata.  Tuttavia vorrei, se possibile, non essere insultata come lazzarona nullafacente, vigliaccona insensibile nei confronti del disagio delle giovani generazioni, attempata donnicciola egoista e lamentosa, e pure incompetente,  che con il culo al caldo sul divano di casa non solo ruba lo stipendio, ma anche il futuro dei ragazzini. Perché è così che in molti ci vedono, senza distinguo e senza pietà: e non solo i commentatori compulsivi dei social network, che in fondo sono l’ultimo anello della catena dei luoghi comuni che da sempre affligge il discorso sulla scuola,  ma fior fiore di illustri opinionisti, che niente riescono a fare se non pontificare su quello che non sanno e non vogliono sapere. E si divertono molto a scatenare la canea su facebook, o, meglio ancora, su twitter, dove bastano pochi caratteri per mostrare il proprio «esprit de finesse».

Fra i tanti sintomi nevrotici che mi affliggono, grazie al cielo, non c’è l’ipocondria. Il che mi ha permesso di vivere questi mesi di emergenza con una relativa serenità, accompagnata dalla mia consueta tendenza al fatalismo. Mi metto la mascherina, igienizzo le mani, rispetto le regole. Ma di fronte alla vaghezza delle rassicurazioni istituzionali, la mia tranquillità vacilla. E, mi dispiace ammetterlo, ma vacillano anche le mie motivazioni. Non mi va di immolare la mia salute sull’altare della scuola ad ogni costo. Contagiata dal Covid in nome della consecutio temporum: che fine ingloriosa sarebbe. E senza nessuna medaglia: una latinista di mezza età che finalmente si è levata dalle palle, che vuoi che sia.

 

 

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