La lentezza di cui abbiamo bisogno

slow sharing

Leggere, riflettere, condividere

Pratico i social network da molti anni, con fortune alterne. Posso dire di averli sperimentati più o meno tutti. Il primo amore fu Twitter, poi sono stata fagocitata da Facebook e dall’universo comunicativo costruito da Zuckenberg (Instagram + Whatsapp). Non ho disdegnato l’uso di Telegram, Discord e ho fatto una breve incursione anche su TikTok (per concludere che non era un luogo adatto a me). Il mio Pinterest langue da un po’, così come Linkedin. Tumblr è congelato, sta lì, non mi ricordo nemmeno la password, va avanti per aggiornamenti automatici, ma non escludo di recuperarlo. Ovviamente ho i miei canali Youtube. Mi sono avventurata anche in luoghi poco e male frequentati (per lo più tentativi abortiti di alternative ai social globali).

La domanda che mi faccio, a questo punto, è semplice: perché? Parliamo spesso di overload informativo, meno nota (spesso liquidata come banale narcisismo) è la bulimia comunicativa che ci affligge. Questa smania di esserci, che sto sperimentando anche adesso, di condividere le proprie «illuminate» opinioni con il resto del mondo: che cosa ci (mi) spinge, davvero?

Se volessi essere ottimista, direi che per quanto mi riguarda, almeno all’inizio della mia esperienza «social», ha giocato un ruolo importante la mia professione. Sono un’insegnante, pagata dallo Stato per trasmettere alle nuove generazioni quello che ho imperato durante un percorso formativo ufficialmente certificato, e tentare di ampliare il mio «pubblico», quando ne ho avuto la possibilità, è stata un’evoluzione naturale del ruolo. Ma naturalmente non è tutto qui: sul blog ho parlato veramente di tutto, non solo di scuola o di letteratura, temi rispetto ai quali si presume io sia attrezzata, ma di politica, musica, spettacolo, società, tecnologia e, va da sé, dei fatti miei. Dal blog questa marea di parole (e, da quando mi sono fissata con la fotografia, di immagini) si è riversata in tutti gli altri canali: i miei eredi faranno veramente fatica a raccogliere tutte i frammenti della mia identità disseminati in Rete.

Quindi, la motivazione è un’altra. Sfuggire all’insignificanza? In effetti, devo riconoscere che da quando mi sono accorta che aggiornare il blog era una fatica non più ripagata dalla visibilità che, al contrario, mi dà un post ben congegnato su facebook, ho cominciato a trascurare «Contaminazioni». La mia dose quotidiana di «like» non mi manca, e sono like che si moltiplicano quanto più esile e «facile» è il contenuto che condivido. Viceversa, scrivere sul blog implica uno sforzo argomentativo ben diverso e non è compatibile con la ricerca di una soddisfazione immediata. Anche adesso, non sono così sicura che queste riflessioni faticosamente messe nero su bianco troveranno qualcuno disposto a leggerle fino in fondo.

Più semplice, e più appagante, anche dal punto di vista «dopaminergico», buttar giù quattro parole a effetto su facebook, un twitt rapido o una didascalia su instagram. Questa mia personale deriva, tuttavia, è riflesso di una tendenza assai più generale. Documentarsi e argomentare sulla base di fonti credibili richiede tempo. Comprendere la complessità di certe questioni ha bisogno di  un certo tipo di investimento  in termini di attenzione, e l’attenzione è diventata una risorsa estremamente volatile. Quello  che l’attuale ecosistema comunicativo mediato dalla Rete domanda non è più la lentezza della riflessione, ma la velocità della reazione istintiva e l’appagamento della frase ad effetto.

Facciamo un esempio concreto. Sono tornata da poco su twitter: la lunga assenza, mi pare, mi ha restituito uno sguardo in qualche modo «vergine». Mi sono trovata a seguire – con un certo divertimento, lo ammetto –  conversazioni (ma sarebbe meglio chiamarli «flame») innescate da persone presumibilmente competenti nel loro campo (parlo di docenti universitari, giornalisti, esperti di comunicazione etc),  che tuttavia non riescono a trattenersi dal dire la cosa più banale su temi complicati, purché in qualche modo siano «temi di tendenza». Peccato che il più delle volte si tratti di questioni delle quali evidentemente non sanno un accidente: ma, naturalmente, trattandosi di twitt, si esprimono con toni oracolari, che non ammettono contraddittorio (a parte l’insulto, altrettanto conciso e tranchant). E ancora mi chiedo: perché?

Ne è passato di tempo da quel lontano febbraio del 2003, quando inaugurando il mio blog, così scrivevo, a proposito della Rete e delle mie intenzioni di blogger neofita:

Strumento di viaggio, eserciziario di confronti e di sfide intellettive, scrigno di notizie, rete gettata non sul vuoto solipsistico di cybernauti frustrati ma sulla complessità inesauribile della realtà, aggancio fra la mia disordinata babelica biblioteca (alzo gli occhi e la vedo, come sempre polverosa e caotica) e le biblioteche, di carta e non solo, del resto del mondo.

Eppure, in parte la Rete è ancora questo.  Persino su facebook, persino su twitter e compagnia. Per quanto il rumore di fondo sia spesso insostenibile, a voler cercare si trovano ancora quei tratti «conversazionali» che possono rendere significativa la nostra frequentazione. La mia «bolla», per dire, è comunque una buona bolla: messa su negli anni, costruita con cura, veicolo di tante cose che ho potuto imparare, e rilanciare.  In ogni caso, come il sultano delle favole, spesso esco dal mio castello dorato per indagare spazi virtuali non familiari, cosa che tutti dovrebbero imparare a fare (ne riparleremo, in ogni caso: qui un metodo alternativo).

È per questo che, per l’ennesima volta, sto provando a recuperare questo spazio. Possiamo immaginare un modo più consapevole di far risuonare la nostra voce nel mondo? Una pratica più lenta, più «terapeutica» per noi e per gli altri? Un modo meno autoreferenziale di produrre e diffondere contenuti? È una partita che vale la pena di tornare a giocare?

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