La mamma di Baltimora, il blocco nero, il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto

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Ok, abbiamo visto tutti il video di Toya Graham, la madre “santificata” da moltissimi (eh, si sa, la mamma è sempre la mamma) perché ha preso a mazzate il figlio in diretta tv. Non voleva che diventasse un altro Freddie Gray, il ragazzo morto per mano della polizia (sei agenti incriminati). Comprensibile il suo gesto, comprensibile anche l’ammirazione superficiale di tanti. Ma bisognerebbe avere il quadro completo della situazione.

Intanto dovremmo chiederci chi fosse questo Freddie Gray e per quale motivo è morto (si chiama “tortura del furgone”, per chi non lo sapesse: si vede che la fantasia dei boia non conosce freni). Che poi  la sua morte è stata la ragione dei disordini. Ma dubito che i tanti commentatori nostrani lo sappiano.

Poi  dovremmo ragionare sull’opportunità di santificare come figura materna esemplare una madre single di sei figli, ancora giovane e già nonna. Non per moralismo, intendiamoci, ma perché mi pare che quella situazione familiare sia sintomatica di un grave disagio sociale. Persino le botte, dettate dalla paura che il figlio faccia la fine dei tanti arrestati, malmenati, ammazzati dalla polizia (queste le sue parole: “A lot of his friends have been killed. I just want to keep him in the house, but that’s not really going to work. He’s been in trouble before. He knows right from wrong but he’s just like other teens, he doesn’t have the perfect relationship with the police in Baltimore”) , non sono sintomo di eroismo ma di un grande timore, di una grande fragilità. Non bisognerebbe essere lasciati soli a gestire situazioni del genere (dov’è la scuola? dove sono i servizi sociali? dove le concrete opportunità di riscatto per chi si trova a vivere in un contesto così?).

E dovremmo riflettere, infine, sulle cause che incendiano periodicamente i ghetti neri delle metropoli americane: sul razzismo, l’emarginazione, la violenza che sono i fattori scatenanti delle rivolte. Rivolte, “riots”, senza futuro e senza speranza, ma di certo NON senza una ragione. Io credo che leggere le parole di Michael, il figlio di Toya, possa essere istruttivo. Poi ditemi pure che « quattro schiaffoni dati bene» bastano a risolvere questo tipo di  problemi. Io ne dubito.

Tenendo conto delle possibili risposte alle questioni accennate,  i lepidi commenti sulle devastazioni di Milano e il coglioncello intervistato dal TGCom24  (riassumendo:  “gli ci vorrebbe la mamma di Baltimora”) che si leggono un po’ ovunque sono assolutamente fuorvianti. Situazioni, ragioni, protagonisti completamente differenti. Ma fa comodo a tutti ridurre la violenza, qualunque ne sia la motivazione scatenante,  a un problema di “cattiva educazione”, di lassismo familiare,  di irrimediabile idiozia, di delinquenza congenita da curare  eventualmente “spezzando le gambine”.

Naturalmente è ovvio  che,  da un lato,  non si devono tirare le pietre alla polizia  e che, dall’altro, imbrattare e spaccare vetrine, danneggiare le banche e bruciare le auto non sono comportamenti da giustificare: anche perché, oltreché criminali, sono inutili rispetto alla rabbia che si propongono di rappresentare (ne parla ottimamente Alessandro Gilioli, qui ),  e controproducenti rispetto alle legittime ragioni della protesta e del dissenso, visto che finiscono, inevitabilmente, per giustificare repressione e richiami all’ordine.

E sia. Ma guardando la questione da un altro punto di vista sorge il dubbio che le proteste pacifiche (cortei, flashmob, scioperi e quant’altro) siano archiviate dal potere come manifestazioni folcloristiche e totalmente irrilevanti, valvole di sfogo concesse per arginare e contenere il disagio,  in modo da proseguire poi indisturbati la marcia verso i propri scopi. Come dire: “Lasciamoli pure. cantare, ballare, scandire slogan, sventolare bandiere e striscioni. Prima di tutto, se anche a milioni invadono le strade, basta settare adeguatamente  confezionamento e diffusione della notizia e  i manifestanti diventeranno praticamente invisibili. In secondo luogo, quando tutti saranno tornati a casa, dopo essersi sfogati, la faccenda  si concluderà lì, la piazza tornerà tranquilla e noi potremo ignorare i suoi mal di pancia e la sua smania di testimonianza”.

Se questa è la sorte della protesta quando è pacifica, in mancanza di una sponda politica che ne sostenga le ragioni (perché il nocciolo del problema è tutto lì, inutile girarci intorno), c’è da meravigliarsi se qualche testa calda, magari incoraggiata dai prevedibili infiltrati e provocatori, decida che l’unica alternativa sia quella di menare le mani?

Ha ragione Luca Fazio, sul Manifesto:

Ana­li­sti e die­tro­logi se ne fac­ciano una ragione. I cosid­detti “black bloc” non ven­gono da Marte, non si sono “infil­trati” nel cor­teo e non sono nem­meno al soldo della spec­tre. Ci sono, sono un pro­blema e biso­gnerà tenerne conto. Erano nel cor­teo, den­tro, nem­meno in fondo. Gli spez­zoni della mani­fe­sta­zione hanno dovuto gio­co­forza tol­le­rarli e cer­care di tute­lare il cor­teo da una rea­zione della poli­zia che a un certo punto sem­brava scontata.

La May­Day era con­tro il blocco nero? Que­sto movi­mento, que­sta piazza, che è pur sem­pre il mas­simo che oggi si possa espri­mere, non ne aveva la forza. Né mili­tare, né poli­tica. Que­sto è un limite.

L’altra faccia di questa brutta medaglia è il dato relativo all’astensionismo alle elezioni: più di quattro italiani su dieci, ormai, hanno deciso che non vale la pena votare. La disillusione si manifesta dunque in due modi complementari: o con il gesto di violenza fine a se stesso, o con la rinuncia a cercare una qualche forma di rappresentanza laddove si custodiscono le chiavi del potere.  Una sinistra frammentata e spesso litigiosa, un movimento velleitario e non di rado scollato, nel linguaggio e negli atteggiamenti,  rispetto alla realtà sociale che pure vorrebbe rappresentare e difendere non  sono in grado di offrire ragionevoli speranze di uscita dalla contraddizione.

A fronte di questa difficoltà, di questa complessità, io vedo davvero pochi tentativi di capire. Si ricorre a quello che in tempi ormai antichi qualcuno aveva definito «perbenismo interessato» che, com’è noto, si accompagna sempre alla «dignità fatta di vuoto» e all’«ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai con il torto». Con la differenza che lo slancio utopico degli anni Sessanta è ormai smarrito, sepolto dalle macerie degli ideali di allora, sulle quali siedono comodi i protagonisti di quelle rivolte e i loro eredi, che il più delle volte si sono trasformati da «incendiari» in accomodanti «pompieri». E quindi non si vedono resurrezioni all’orizzonte.

Guccini è roba vecchia, e questa canzone appartiene a un tempo che in fondo non è stato nemmeno il mio (è del 1967, io andavo appena alle elementari). E allora mi pare giusto chiudere ricordando il vero e proprio linciaggio mediatico al quale è stato sottoposto Fedez (e  con lui J-Ax) per aver difeso le ragioni della manifestazione del 30 aprile (ed essersi invece dissociato dai vandalismi del 1 maggio).  Osserva Alberto Puliafito:

Perché si sono scagliati tutti contro di lui? Perché non si può sostenere chi protesta. Non può farlo uno scrittore sessantaquattrenne come Erri De Luca, processato per la parola sabotare. Non può farlo un rapper venticinquenne.

I vip si incazzano perché son coinvolti nel meccanismo dello spettacolo.
I giornalisti si incazzano per motivi vari: o perché non vedono l’ora di scagliarsi contro qualsiasi voce di dissenso o perché così macinano click sulla scorta dell’indignazione.
A sinistra – o presunta tale – si incazzano perché “come si permette uno che fa X Factor di appoggiare i No Expo”.
Tutti si incazzano perché la protesta va bene, se proprio vuoi protestare, ma vedi di non dar fastidio.

Nessuno pensa che su Twitter ci sia il rischio di semplificare e banalizzare.

Poi arriva il primo maggio e gli atti vandalici a Milano.
Quale occasione migliore per scagliarsi – anche – contro Fedez?

Ecco, appunto. Fedez, in ogni caso,  ha risposto in modo adeguato: del resto è persona di spettacolo e sa come muoversi fra vecchi e nuovi media.

Questo è il suo video post su facebook.

Ma intanto il tritacarne si è messo in moto, e per molti, per la maggioranza,  Fedez ormai è il  privilegiato con troppi tatuaggi che dice stupidaggini senza riflettere. E rappa pure male. Amen.

D’altra parte sembra che i cantanti pop siano oggi i nuovi leader spirituali della nazione: era toccato, fra lodi e insulti, a Gianni Morandi qualche giorno fa,  oggi è il turno di Fedez. E se a Gianni Morandi era stato richiesto, da chi lo accusava di buonismo,  di ospitare a casa sua i migranti, oggi si accusa Fedez di essere un  ipotetico «cattivo maestro» dei black bloc e lo si invita ad espiare, per dimostrare la sua buona fede.

Viviamo davvero in tempi interessanti, come ammonisce il filosofo Žižek. Ma non credo che sia un bene.

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