La matricola attempata (il Peter Pan dell’accademia).

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scuola di AteneNonostante il richiamo a Peter Pan, non parlerò degli studenti fuori corso, eterni giullari che non si decidono ad entrare nella vita adulta, ma di me stessa, che nella vita adulta sono entrata d un pezzo: le motivazioni di una matricola attempata, una signora di mezza età che ha deciso di tornare all’Università. Per la terza volta.

Dopo lunga e ponderata riflessione, ho deciso di iscrivermi nuovamente all’Università, sebbene si tratti di un azzardo, per un sacco di ragioni: per esempio il fatto che insegni e che, per insegnare, da un lato debba continuare a studiare quel che mi serve a scuola, dall’altro non possa, evidentemente, frequentare le lezioni pisane. Parto, umilmente, dal gradino più basso: laurea triennale in Filosofia. Insomma, dopo essere stata, in tempi recenti, una dottoranda attempata, ora, come se mi fossi trasformata in una specie di Benjamin Button accademico, mi trasformo  addirittura in una matricola attempata.

C’è la volontà di chiudere un discorso iniziato all’epoca remota, quasi adolescenziale, della mia prima immatricolazione: in realtà mi iscrissi a Lettere Classiche in via provvisoria, con l’idea di proseguire  con la mia vera passione, la Filosofia,  grazie ad una conoscenza più approfondita della lingua filosofica per eccellenza, il greco antico. Poi difficoltà familiari e personali  mi costrinsero a rinunciare al mio piano: accantonai le velleità universitarie, mi misi alacremente a lavorare, vinsi il concorso a cattedra ed entrai nella scuola.

da dottore di ricerca a matricola...di nuovo!

quando ho discusso la mia tesi di dottorato

Il dottorato mi ha restituito l’abitudine a studiare in modo sistematico e mi ha avvicinato nuovamente alla filosofia, anche se con l’intermediazione della teoria sociologica. Tuttavia credo che, in definitiva, questa mia scelta così tardiva e, in certo modo, giocosa possa spiegarsi con una sorta di “giovanilismo” intellettuale:  spaventata dalla malinconia di tanti colleghi coetanei che si lamentano di essere stanchi e di non sentirsi più in sintonia con ragazzini troppo giovani, irruenti e incomprensibili, professori di mezza età che guardano speranzosi alla promessa  di un riposo anticipato garantito da “quota 100”, perché si sa, a una certa età si è troppo vecchi per governare una classe, torno a fare la studentessa per accertarmi che a quasi sessant’anni ce la posso ancora fare. Lo ammetto: la prospettiva della pensione evoca ai miei occhi malinconiche immagini di vecchietti che pascolano in solitudine piccioni in maltenuti giardinetti comunali. Me ne ritraggo con un brivido di orrore.

C’è un altro motivo, a dire il vero. L’ultimo anno scolastico per me è stato durissimo. Mi sono ritrovata intrappolata in dinamiche che non mi appartenevano veramente, impelagata in cose che in definitiva non condividevo, incastrata in progetti e iniziative della cui utilità didattica dubitavo e dubito fortemente. Ci ho rimediato una sciatica dolorosissima, la sensazione di essere, appunto, vecchia, una sentimento angosciante di inutilità e di demotivazione. Ma io non sono così.

Al diavolo, mi sono detta, devo tornare a fare quello che mi piace. Soprattutto se voglio essere un’insegnante migliore di quanto lo sia stata negli ultimi mesi. Voglio rispolverare il mio greco. Voglio approfondire quegli autori che ho riscoperto attraverso la lettura, che ne so, di Bourdieu o di Foucault, come Spinoza, Pascal, Vico. Voglio studiare l’averroismo latino. Voglio rileggere Platone in lingua originale. E per farlo bene  (mi conosco), ho bisogno di darmi delle scadenze e di obbligarmi ad uno studio strutturato.

E poi si insegna anche con l’esempio. In tutto questo c’è un messaggio per i miei studenti. Che poi sarebbe questo:

Mentre stavano preparandogli la cicuta, Socrate si esercitava sul flauto per imparare una melodia. «A cosa ti serve?», gli domandarono. E il filosofo: «A sapere quest’aria prima di morire!».

Emil Cioran citato qui

Poi, se si vuole, c’è anche Guccini di «Addio»: forse essere della razza degli «eterni studenti» porta, per forza, a dire addio «alle vostre cazzate infinite»… e che ognuno interpreti come vuole questa mia allusione.

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