Leggibilità (a proposito di scrittura facile e difficile)

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granciporro

immagine di un granciporro

Niente da fare. La mia scrittura è «difficile». E il plugin che, quando pubblico un post, verifica la mia capacità di ottimizzazione SEO, ogni volta mi segnala impietosamente che il livello di leggibilità del mio stile è parecchio carente. Questo pezzo, vi avverto, non farà eccezione: anzi ricercherò scientemente (sic!) un livello di leggibilità assai basso. Alla faccia del plugin.

Qualche giorno fa, mi sono imbattuta in questo post sulla Rivista di Babbel (la piattaforma online per lo studio delle lingue straniere): Bellissime parole italiane dimenticate. Per inciso vorrei notare che il contenuto dell’articolo circola da tempo in Rete, in altri luoghi e forum. E da lì ha preso nuova vita, approdando in altre pagine, nonché, immagino, in innumerevoli bacheche facebook. Insomma il trionfo del copia-incolla.

Sono trasecolata (tanto per citare una delle parole ricordate nel gustoso articoletto). Lo ammetto: sagittabondo, sgarzigliona, girandolare, granciporro, buonamano non sono parole che uso. Ho verificato: il dizionario Sabatini Colletti non riporta la prime due, mentre le altre tre ci sono. Tuttavia, mea culpa, ho preso parecchi granchi in vita mia, ma un granciporro mai. Rimedierò.

In ogni caso, tutte le altre fanno parte del mio abituale modo di esprimermi e, soprattutto, di scrivere: persino sciamannato, gaglioffo, luculliano, per non parlare di bislacco, che mi piace proprio (forse perché, effettivamente, sono un po’ bislacca e non di rado sciamannata).

definizione sciamannato

So bene che esistono diversi registri linguistici e che il loro utilizzo consapevole in accordo con le circostanze è, o dovrebbe essere, parte essenziale della competenza nell’uso della lingua. Tuttavia il fatto (lapalissiano per alcuni, si vede) che scrivere: «Ho  apostrofato un ragazzino minacciandogli una bella ramanzina» possa condannarmi ad un triste e inconsapevole solipsismo comunicativo, facendomi passare  per una persona eccessivamente forbita (quindi un po’ snob), dallo stile inesorabilmente frusto e artefatto, mi ha reso meditabonda. Troppa letteratura mi deve aver obnubilato, si vede: soprattutto, minaccia di rendere pleonastica la mia presenza in questo mondo digitale,  visto che rischio di apparire incapace di efficace reazione alle provocazioni dei tanti gaglioffi un po’ smargiassi che lo popolano e con i quali, è chiaro, non condivido il medesimo orizzonte comunicativo.

Beh, no. Quando li incontro, sono capacissima di mandare in **** (a quel paese) i numerosi str**** (ignoranti) che capita di incrociare, e nella lingua che meglio comprendono, evitando stucchevoli giri di parole: se uno rompe i c****** (zebedei, vedi qui), che gli vuoi dire? «Scusa, caro, potresti evitarmi il disagio della tua molesta presenza, veleggiando graziosamente verso lidi a te più consoni?». No, lo insulti nel modo più esplicito (tralasciando di ricorrere a termini giudicati troppo aulici, almeno a giudicare a quello che leggo: insulti vecchio stile ): «Brutta merda, lévati dal … etc etc».

Ma la questione è più profonda, e a questo punto abbandono le celie (gli scherzi).  Non stanno scomparendo le parole, stanno scomparendo i contesti in cui usare un termine al posto di un altro ha effettivamente senso. Sono saltate le regole del gioco: ma non si tratta di regole linguistiche, quanto di regole di comportamento, di modi di essere e di agire. Sta evaporando quella che potrei definire «sensibilità sociale». Non è questione, o almeno non è soltanto questione di galateo, è qualcosa di più sottile.

Direi che è quasi un problema ecologico. Il panorama delle nostre relazioni sta diventando desolatamente piatto: ci muoviamo in un immenso «non luogo» comunicativo, dove tutto è possibile, non esiste norma e, di conseguenza, non esiste nemmeno trasgressione della norma, ma tutto è uguale a se stesso, prevedibile, indifferente, noioso, oppressivo, claustrofobico.

Insomma, non è solo questione di termini graziosamente desueti che evaporano nelle nebbie plumbee dell’oblìo: piuttosto dovremmo ammettere che a un lessico ristretto corrisponda, ahimè, un mondo più piccolo, triste e meschino.

Per approfondire.

David Pears, Il gioco linguistico in Wittgenstein, su Rai Cultura Network.

Ufficio Resurrezione Parole Smarrite (Ente preposto al recupero di parole smarrite, benché utilissime alla vita sulla terra).

Flesh Reading Ease e gli indici di leggibilità di un testo.

 

 

 

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