Ricominciare (con il blog).

Questo blogblog ansima, non ce la fa più, sta morendo di consunzione. Ormai trascorsi i bei tempi di Splinder, quando aggiornavo il blog costantemente, una o più volte al giorno, riapro la mia raffinata bacheca di WordPress raramente, giusto per aggiornare qualche plug in. Ma non riesco più a scrivere con continuità. La mia vita online è stata sequestrata da Facebook, inutile girarci attorno.

Starò mica diventando anziana, forse non più in grado di intercettare chiaramente il nuovo che avanza,  forse troppo pigra per esplorare possibilità nuove? Perché facebook, questo luogo ormai popolato da utenti di mezza età (quando non addirittura pensionati) che hanno scoperto in ritardo il discutibile fascino dell’iperconnessione, sempre con il cellulare in mano per aggiungere inutili commenti ad altrettanto inutili (ed illeggibili) flame, per caricare brutte foto di famiglia, di gatti, di improbabili impiattamenti casalinghi etc etc, per aggiornare il proprio status con affermazioni/opinioni/informazioni/battute spesso sgrammaticate e delle quali l’umanità tutta di certo non sente l’irresistibile bisogno, sta diventando noioso. Sta, in poche parole, invecchiando.

Lo sento, lo avverto, e non sono l’unica, ma di facebook ancora non riesco a liberarmi. Facebook è il luogo in cui tutti noi svendiamo, in cambio di un discutibile appagamento della nostra piccola piccola vanità, i nostri dati personali ai signori del marketing: qualcuno, a pensarci, diventa paranoico, ma da facebook non esce (non vuoi essere spiato? usa i piccioni viaggiatori per comunicare). Come si fa? In modo apparentemente irresistibile Facebook e Twitter sembrano aver inglobato quasi per intero la nostra vita digitale. Quasi tutte le applicazioni e i servizi prevedono il log attraverso facebook e/o twitter, ma questo sarebbe il meno. La politica, la moda, l’informazione passano per forza dal social network: i vip esternano lì, ed ogni  loro tweet e/o status rimbalzano sulla stampa, in televisione e via via, a cascata sulle nostre umili bacheche. Di contro i nostri commenti, le nostre opinioni, le discussioni  sono monitorati, soppesati, valutati.

Particolarmente oppressivo il controllo locale. La voce della piazza digitale rimbomba, i piccoli notabili di città e paesi stanno in campana, con i loro smartphone perennemente connessi: se qualcosa li offende, li turba o li imbarazza, eccoli lì, pronti a rimbrottare, chiedere chiarimenti, minacciare ritorsioni, magari via messaggio privato o, se per qualche caso disgraziato possiedono il tuo numero di cellulare, contattandoti di persona, con fare a metà fra il suadente e l’intimidatorio. Le liti di paese ospitate in Rete, peraltro, coniugano la modernità della tecnologia alle vecchissime abitudini del pettegolezzo maligno, dell’attacco personale, dell’insulto gratuito, dell’arroganza supponente. Come adolescenti brufolosi ancora in difficoltà con le convenzioni sociali e le più elementari regole della convivenza educata, gli adulti, sedotti dai loro scintillanti gadget elettronici, innescano interminabili gare per conquistare l’ultima parola,  si attaccano reciprocamente, si bannano, si escludono vicendevolmente dagli “amici”, cercano supporto e ragione nelle cerchie dei loro rispettivi fan, elemosinando un like, un commento, un adesivo. Il bullismo non abita solo fra gli adolescenti, anzi. I troll inconsapevoli, poi, sono i peggiori.

Tutto questo gridare, e arrabbiarsi, ed esternare senza ascoltare davvero e senza essere ascoltati, alla lunga è stancante. D’altra parte stare su facebook sembra essere il modo più facile e veloce per cercare di far sapere al resto del mondo che ci siamo e che avremmo voglia di essere presi sul serio. Forse per questo mi sono impigrita. Un aggiornamento di status ogni tanto costa meno fatica di un post lunghetto e argomentato come quello che sto scrivendo: e i like che ottengo a prezzo di poco sforzo mi garantiscono che online esisto, dopo tutto. Da un altro punto di vista, se pure non perdo tempo ad accusare, polemizzare, inveire a proposito dell’ultimo trend topic che risveglia l’attenzione dei miei contatti vicini e lontani (sono troppo pigra anche per questo, in definitiva), lo confesso: troppo spesso leggo, e butto via le ore nella discutibile attività di lurker  È un brutto vizio, lo so: una curiosità oziosa e poco costruttiva. Meglio farei a regolare i conti con Guerra e Pace, visto che sono trent’anni che mi ripropongo di leggerlo.

In ogni caso non sono sola a farmi certe domande. Il dubbio serpeggia anche fra molti di coloro che in tempi non lontani plaudivano al futuro radioso che la Rete di sicuro ci avrebbe procurato.  È questa la comunicazione condivisa che avrebbe dovuto allargare gli orizzonti della nostra informazione e della nostra conoscenza? È questo l’argine alla solitudine che i social network ci propongono e ci impongono? Il nuovo orizzonte dell’impegno sociale? Qualcosa che dura il tempo di pubblicare un like, una faccina, un commento astioso? 

Se facebook/twitter (e non solo) sono ormai il regno di un novello conformismo digitale, è presumibile che la frontiera dell’innovazione si stia spostando più in là … o più in qua. In un luogo parzialmente sconnesso, in cui sia possibile riconquistare spazio per la nostra capacità di attenzione e concentrazione, per la riflessione solitaria e la meditazione silenziosa. Non privandosi della tecnologia (come potremmo, ormai?) ma chiudendola in confini definiti, di tempo e di spazio. Usandola senza che ci fagociti. Aprendosi agli altri, ma non permettendo che gli altri, vicini o lontani, colonizzino le nostre vite digitali. Rinegoziando i limiti della nostra privacy, senza mettere in vetrina ogni minuta sciocchezza che ci passa per la testa.  Contando fino a dieci prima di premere il tasto “pubblica” e poi, magari, non farne nulla, perché ci accorgiamo che quel pensiero apparentemente così urgente era solo uno sfogo o una banalità. Spegnendo tutto, a volte, per essere, almeno per qualche ora, irraggiungibili. Ripulendo le nostre menti e la cronologia dei nostri browser. Comprendendo bene la differenza fra ciò che è (o ci sembra) urgente e ciò che è davvero importante. 

Quanto a me, proverò a riprendere il filo interrotto del blog: un luogo dove ragionare con calma e ritrovare il fascino discreto dello scrivere lentamente, rileggendo, cancellando, aggiustando, citando, correggendo, controllando fonti e riferimenti. E se qualche volta non risponderò immediatamente alle vostre mail, messaggi, commenti, condivisioni, tweet  etc etc, perdonatemi: vuol dire che mi sto prendendo cura di me e di chi mi è più vicino … 

 

Provate a leggere … (e partendo da questi link, altri ne troverete, a testimonianza di una tendenza “alla (dis-connessione” in atto già da un po’)

Frances Booth, Felicemente #sconnessi, De Agostini, 2014

Nicholas Carr, Internet ci rende stupidi? Come la Rete sta cambiando il nostro cervello, Raffaello Cortina Editore, 2011 (ormai un classico)

99 giorni senza facebook: ve la sentireste di provare? 

 

 

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