Corsi e ricorsi. A proposito di attivisti vecchi e nuovi, di generazioni, di giovani e anziani

Corsi e ricorsi. A proposito di attivisti vecchi e nuovi, di generazioni, di giovani e anziani

DylanCorreva l’anno 1963, da poche settimane era stato ucciso Kennedy. Un giovane cantante folk di belle speranze era stato invitato dal Comitato di emergenza sulle libertà civili (Eclc) per ritirare il premio Tom Paine, conferito ogni anno a un paladino della causa. La premiazione si sarebbe tenuta all’Hotel Americana di New York. Nel 1962, per dire, il premio era stato conferito a Bertrand Russell. Ora toccava ad un giovanissimo Bob Dylan (22 anni).

Il quale si presentò sul palco vistosamente ubriaco, e imbastì, traballando, un discorso sconclusionato che infastidì e indignò il pubblico (1400 ospiti paganti, tra cui alcuni veterani della libertà di innumerevoli campagne per la libertà di parola e per la giustizia sociale). Al punto che fu costretto ad andarsene precipitosamente fra i fischi, molti, e pochi, esitanti applausi. Si scusò, in seguito, disse che era stato frainteso, che non si era spiegato bene. Ma la frittata era fatta e si trasformò, in seguito, in uno dei tanti mattoncini che hanno edificato il “mito-Dylan”.

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No, non sono solo canzonette

Warren Zevon

La verità per quanto riguarda il mio rapporto con la religione è questa: io trovo religiosità e filosofia nella musica. Non le trovo da nessun’altra parte. Non seguo né rabbini, né predicatori, né evangelisti, niente del genere. Ho imparato più dalle canzoni di quanto abbia mai imparato da questo tipo di persone. Le canzoni sono il mio vocabolario. Credo nelle canzoni [ “I believe the songs”]

Bob Dylan , 1997

Certo, bisognerebbe chiedere: da dove vengono le canzoni, quelle in cui credere? Forse, chissà, da qualche radio pirata che suona nella notte per chi, perso nella sua ansia,  non riesce a dormire.

Everybody’s desperate trying to make ends meet
Work all day, still can’t pay the price of gasoline and meat
Alas, their lives are incomplete

Don’t it make you want to rock and roll
All night long Mohammed’s Radio
I heard somebody singing sweet and soulful
On the radio, Mohammed’s Radio

Warren  Zevon , 1976

Warren Zevon è morto a 56 anni nel 2003. Consapevole della fine che si stava avvicinando (per un tumore al polmone), non solo trovò la forza di scherzarci su nella sua memorabile e commovente ultima apparizione al David Letterman Show

(LETTERMAN: How does that work now, under this circumstance, living with this diagnosis, how is the work now compared to when you assumed you were healthy, when you were only going to see Dr. Stan?

ZEVON: I’m working harder, and, you know, you put more value on every minute, you do. I always thought I kind of did that. I really always enjoyed myself. But it’s more valuable now. You’re reminded to enjoy every sandwich and every minute of playing with the guys, and being with the kids and –)

ma, soprattutto, continuò a lavorare fino alla fine al suo ultimo, straordinario, album, The Wind. Assieme ai suoi amici (che si chiamavano Jackson Browne, T-Bone Burnett, Tom Petty, Bruce Springsteen, Ry Cooder etc etc), fino all’ultimo. Se avrete voglia, potrete vedere qui l’intero documentario su quella fase febbrile, tragica, eppure paradossalmente gioiosa della vita di Warren: io mi limito a condividerne un frammento, il video di Desorder in the House con Bruce Springsteen.

Perché parlo qui di Warren Zevon? Perché da qualche settimana, in questa casa, siamo alle prese con una specie di intossicazione acuta. Per quanto conoscessi e apprezzassi Warren, la sua storia e alcune sue canzoni, non lo avevo mai collocato al centro dei miei interessi musicali. Improvvisamente o quasi, Annalivia, mia figlia, è stata colta da una specie di sbandata nostalgica per questo autore, imponendo a tutta la famiglia un ascolto intensivo della sua opera omnia.

Il che mi ha spinto a riflettere. Non è la prima volta che i miei figli mi mettono sulla buona strada: è già successo nel caso di Freddie Mercury e, guarda caso, le considerazioni che facevo allora a proposito del frontman dei Queen si applicano quasi per intero anche a Warren Zevon. Scrivevo: C’era un lavoro da fare, era l’unico lavoro che lui sapesse e potesse fare, e lo ha fatto bene fino alla fine, per rispetto e amore dei suo pubblico (e quanti cosiddetti “artisti”, al contrario, si compiacciono di disprezzare apertamente il loro pubblico pagante), anche se era perfettamente consapevole, man mano che le forze venivano a mancare, che la fine si avvicinava: Mother Love sta lì a raccontarci questa serietà, così particolare nel contesto di una musica che ci si ostina a definire leggera. E, se permettete, questo è un grande insegnamento: umano, prima di tutto.

Fra quel mio post del 2008 e oggi in questa famiglia sono accadute molte cose, e non esattamente felici. Però, lo dico senza timore di esagerazione, la musica ha attenuato il nostro dolore: forse, addirittura, ci ha salvato. Questa casa è piena di musica. Francesco, il suo pianoforte, il jazz, i suoi ascolti compulsivi. Annalivia, il canto, il suo puntiglio nell’esercitare la voce. E anch’io, che sono stonata e non certo un’esperta, con le mie ben note fissazioni, i vecchi vinili e le serate trascorse alla ricerca di vecchi video su youtube. Abbiamo inseguito la musica su e giù per l’Italia, ne abbiamo discusso, talvolta abbiamo litigato. I miei figli mi prendono in giro perché storpio le parole (e le melodie) delle canzoni. Io me la prendo un po’, lo ammetto. Poi ci ritroviamo insieme, sotto la pioggia, con le lacrime agli occhi, a cantare in uno stadio, con il “vecchio” Boss e tutto il suo pubblico, Thunder Road.

La musica mi ha insegnato la ribellione: l’unica vera ribellione che conta, quella che avviene nel profondo di te e ti cambia, senza pietà. E, grazie alla musica, credo di aver insegnato,  a mia volta,  ai miei figli a ribellarsi: persino a me, se è il caso, ma soprattutto alla disperazione. Dalla musica, ogni giorno, imparano a rivendicare il loro diritto alla felicità, fosse solo per i tre minuti di una canzone. Ma tre minuti, a volte, valgono una vita intera, se da quell’emozione nasce la forza di andare avanti. Anche se tutto congiura contro.

Sarà che ha ragione Bob Dylan: nella musica, in certa musica, ci sono più religiosità e filosofia che in qualsiasi aula o sagrestia. Leggete questi pochi versi che Warren Zevon ha lasciato prima di morire: semplici, quasi banali, ma dicono tutto quello che serve.

Hold me in your thoughts, take me to your dreams
Touch me as I fall into view
When the winter comes keep the fires lit
And I will be right next to you
Engine driver’s headed north to Pleasant Stream
Keep me in your heart for awhile
These wheels keep turning but they’re running out of steam
Keep me in your heart for awhile

Warren Zevon,  2003

The Wind è uscito il 26 agosto 2003. Warren Zevon è morto il 7 settembre dello stesso anno.

Dylan reloaded

 

Dopo aver letto, fra le altre cose, quest’articolo imbarazzante su Dylan ed essermi comunque consolata grazie all’ottimo Paolo Vites, ho recuperato, aggiornandolo, un mio vecchio pezzo del 2008, già pubblicato su Maggie’s farm, intitolato “Dylan il bastardo”.

Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: io sto dalla parte di Dylan, senza se e senza ma. E questo, nonostante la consapevolezza che Dylan non sia più quello di una volta, che le sue scelte, sia musicali che di business (e che business! quello commercialmente più triviale, dalla pubblicità dei reggiseni alla vendita in confezione deluxe di materiale vecchio di anni), possano essere addirittura sconfortanti, che la sua presenza (o dovremmo dire “assenza”?) scenica e la sua voce gracchiante nei concerti siano talvolta imbarazzanti, che la sua arroganza nei confronti dei fan sia sicuramente urtante (ammettiamolo: ci vuole una buona dose di masochismo per continuare a venerarlo come fanno alcuni, quasi fosse una sorta di dio della musica, di ispirato redentore, di vittima sacrificale sull’altare della nostra mediocrità).

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