Interstellar è un’americanata. Ma io mi sono commossa ( e qui vi spiego perché).

Va bene, è vero. Dal punto di vista dell’accuratezza scientifica, Interstellar fa acqua. Anche sulla verosimiglianza e sulla coerenza della sceneggiatura ci sarebbe da ridire ( Attivissimo  lo fa in modo ineccepibile). E come film di fantascienza, di “quel” tipo di fantascienza speculativa che ti mette davanti alle grandi domande, ovviamente 2001 Odissea nello Spazio resta insuperabile. Io non sono un’esperta di sci fi, ma tutto questo lo capisco benissimo.

Però.

Qualche anno fa, leggendo non so quale profezia apocalittica su quello che sarebbe potuto accadere fra quarant’anni o giù di lì, fui colta di botto da un pensiero terrificante. Naturalmente una lo sa che, quando i suoi figli saranno vecchi, lei sarà orami polvere alla polvere. Ma in quel preciso momento, e ancora non so per quale motivo, e senza preavviso, io sentii in tutta la sua spaventosa verità quella che avevo sempre considerato come una possibilità astratta, un evento così remoto da non meritare attenzione: avrei perso Annalivia e Francesco, e loro avrebbero perso me, e le nostre vite, ora così intrecciate, si sarebbero smarrite a vicenda, io sprofondata chissà dove e loro a combattere battaglie per le quali non li avrei potuti aiutare. Mi sembrò di essere risucchiata via come da un gorgo, in una sensazione di puro panico: incredula e terrorizzata.

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“Salò” di Pier Paolo Pasolini, una provocazione sempre attuale.

 

[Una settimana fa, ho partecipato all’iniziativa “Si parla tanto di poesia – 3° edizione” presso la Libreria Coop. L’incontro, organizzato da Marco Formaioni,  si è diviso in due parti: la prima verteva sulla poesia di Giorgio Caproni (a cura del professor Davide Puccini), la seconda, indegnamente curata dalla sottoscritta,  sulla poetica di  “Salò” di Pier Paolo Pasolini.  Questo, per chi interessa,  è il testo del mio intervento su Pasolini]

 

Che cosa ci disturba, davvero, in un film così estremo come “Salò”? Avanzo un’ipotesi: quello che ci infastidisce e ci disgusta non è tanto la rappresentazione esplicita della perversione, ma il fatto che sia stato un “intellettuale”, qualunque cosa  questa definizione voglia dire per noi (e abbia voluto dire per Pasolini: non è detto che i due significati coincidano), ad assumerla e a recuperarla come metafora dell’oggi nel recinto della cultura: e con questo gesto violando appunto  la scontata (e impotente) sacralità assegnata  alla cultura dal perbenismo indifferente del senso comune.

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