Bacheca aperta, porta aperta

Bacheca aperta, porta aperta

aprire la bacheca, far scoppiare la bollaLa mia bacheca Facebook, il mio profilo Instagram, il mio account Twitter restano ostinatamente aperti: e con questo post spiego perché. 

Da molti anni, ormai, mantengo aperta la mia bacheca di facebook (mi riferisco a facebook, perché altrove, anche se esiste, la mia presenza è molto più appannata), in modo che quanto scrivo e condivido sia visibile al mondo tutto e non solo ai miei contatti. Va detto che il numero dei miei «amici» su facebook è abbastanza alto: al momento 3250 più 121 followers che hanno la possibilità di leggere i miei post pubblici, ovvero tutti. Siamo ben lontani dal cosiddetto «numero di Dunbar», ovvero il numero massimo delle relazioni sociali stabili che un essere umano è in grado di sostenere (ne parlavo in un altro post, un po’ di tempo fa): quindi mi rendo conto che le cifre sopra sbandierate sono sicuramente più virtuali che reali, se mi si consente di usare questa parola notoriamente fuorviante.

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Consapevolezza digitale, una questione politica.

Consapevolezza digitale, una questione politica.

Credo fermamente che una delle questioni politiche cruciali, nel nostro tempo, sia l’esigenza di una sempre più diffusa consapevolezza digitale.  La consapevolezza digitale è qualcosa di affine alla competenza digitale, una delle competenza chiave per l’apprendimento permanente raccomandate dagli organismi Europei, ma non è ad essa esattamente sovrapponibile. Ha a che fare con lo spirito critico, con la capacità di reperire informazioni, con le abilità comunicative ma, in un certo senso, va oltre. Si intreccia con quella che danah boyd chiama alfabetizzazione algoritmica di base

Un algoritmo non è un incantesimo, e i risultati, più o meno filtrati, delle nostre ricerche su Google non sono frutto di magia. Bisognerebbe  interrogarci su  come funzionano certi meccanismi. Ora che più o meno tutti siamo stati fagocitati dai social network, per esempio Facebook e/o Twitter,  ma non solo, dovremmo cominciare a chiederci: perché siamo in Rete? che cosa condividiamo, esattamente? quando andiamo a caccia di informazioni su Google, che cosa troviamo, davvero? In altre parole: fino a che punto la nostra libertà (di essere, di conoscere, di interagire con chi ci pare) è manipolata per scopi che, per lo più,  ci sfuggono? 

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Dinosauri

Non moltissimo tempo fa, scrivevo quotidianamente sul blog, frequentavo con costanza le mie reti amicali sui vari social network e mi sforzavo di rimanere aggiornata  sulle ultime novità proposte da Internet. Premessa doverosa per sottolineare che credo di sapere di che cosa sto parlando. Attualmente mantengo le mie connessioni ma la mia partecipazione attiva e il mio livello di condivisione si sono ridotti di molto. Vi dirò: il Web, per come sta diventando, mi annoia. L’impressione è quella di frequentare una sorta di smisurato centro commerciale, omologato e conformista, dove sta diventando, almeno per me, sempre più difficile seguire le tracce di quello che davvero mi interessa: l’informazione divergente, il contenuto inatteso, la critica motivata, l’approfondimento pertinente. Ovvero tutto ciò che negli anni aveva reso per me insostituibile e preziosa la frequentazione della Rete.  Continue reading

Bookmarks for aprile 3rd through aprile 5th. Filter Bubble: come Internet ci spia

These are my links for aprile 3rd through aprile 5th:

  • oceanstwo: La bolla di Internet – Come scoppiare la bolla. Al link trovate una serie di metodi pratici per combattere questa aberrazione, e non è nulla di difficile: son cose che il più delle volte non facciamo per pura pigrizia, come ad esempio eliminare i cookies, cancellare la cronologia di navigazione o navigare in incognito. Abbiamo gli strumenti per difenderci, bisogna che li usiamo!
    Credo sia pericoloso non avere quantomeno coscienza di tutto questo: aldilà delle ovvie questioni di privacy, c’è il rischio che la nostra visione del mondo venga determinata dall’esterno e solo in minor parte dal nostro senso critico. È perciò sempre necessario un forte senso di attenzione a ciò che ci circonda per capire come funzionano certi meccanismi che potrebbero sembrare innocui e passare inosservati.
  • Libri – FILTER BUBBLE – Eli Pariser – Luca De Biase – Eli Pariser, in un bellissimo libro dell’anno scorso, The filter bubble, mostra come, sulla base della logica della personalizzazione dei servizi, internet sia oggi interpretata tecnicamente e commercialmente iin modo pericolosamente coerente con la tendenza ad accelerare la separazione delle persone e delle isole culturali. La personalizzazione del servizio del motore di Google che decide che cosa sia rilevante per ciascuno, il tempo sempre più grande che le persone passano su Facebook circondate dai loro “simili” culturali e ideologici, sono i fatti che avvalorano il rischio denunciato da Pariser.
  • The Filter Bubble – Here’s the challenge: as more and more people discover news and content through Facebook-like personalized feeds, the stuff that really matters falls out of the picture. In the Darwinian environment of the hyper-relevant news feed, content about issues like homelessness or climate change can’t compete with goofy viral videos, celebrity news, and kittens. The public sphere falls out of view. And that matters, because while we can lose sight of our common problems, they don’t lose sight of us.
  • Internazionale » Quello che internet ci nasconde – Lobotomia globale
    L’era della personalizzazione sta ribaltando tutte le nostre previsioni su internet. I creatori della rete avevano immaginato qualcosa di più grande e di più importante di un sistema globale per condividere le foto del nostro gatto. Il manifesto dell’Electronic frontier foundation all’inizio degli anni novanta parlava di una “civiltà della mente nel ciberspazio”, una sorta di metacervello globale. Ma i filtri personalizzati troncano le sinapsi di quel cervello. Senza saperlo, ci stiamo facendo una lobotomia globale.
  • Il problema dell’autodittatura digitale « ilNichilista – “In psicologia cognitiva, la tendenza a credere in ciò che conferma il nostro sistema di credenze ha un nome: ‘confirmation bias‘. E’ un meccanismo del nostro modo di pensare che, in altre parole, ci ‘costringe’ a vedere solo ciò che vogliamo vedere – e ignorare il resto. Di norma è una tendenza bilanciata da quella, altrettanto potente, ad adattare ciò che sappiamo alle novità imposte dall’ambiente che ci circonda. Ma, segnala Eli Pariser in The Filter Bubble, questo delicato equilibrio è reso sempre più difficile dalla crescente personalizzazione dei contenuti di cui fruiamo su Internet, dalla pubblicità ai risultati dei motori di ricerca e del news feed di Facebook, per dirne alcuni”.