Meditazioni fra Orazio e Buddha

Qual è la linea di confine fra l’erudizione e la cultura? E poi, che cosa significa davvero “cultura”? Perché continuare a commentare, insegnare, consultare la sterminata biblioteca di Babele che il tempo ha accumulato alle nostre spalle? In che modo quel che hai letto o studiato ti è davvero utile, ovvero può migliorare seriamente la tua vita e fare da argine a tutto ciò che ti pare incomprensibile, insensato, a volte devastante?

E se facessimo un bel frego liberatorio su tutto ciò che abbiamo imparato e magari dimenticato, su quello che ci sentiamo in colpa di non aver ancora affrontato,  e anche su quello che dovremmo conoscere e di cui, magari, non abbiamo nemmeno sentito parlare? A che servono le chiacchiere morte di uomini e donne a loro volta morti da secoli, se non da millenni?

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“Salò” di Pier Paolo Pasolini, una provocazione sempre attuale.

 

[Una settimana fa, ho partecipato all’iniziativa “Si parla tanto di poesia – 3° edizione” presso la Libreria Coop. L’incontro, organizzato da Marco Formaioni,  si è diviso in due parti: la prima verteva sulla poesia di Giorgio Caproni (a cura del professor Davide Puccini), la seconda, indegnamente curata dalla sottoscritta,  sulla poetica di  “Salò” di Pier Paolo Pasolini.  Questo, per chi interessa,  è il testo del mio intervento su Pasolini]

 

Che cosa ci disturba, davvero, in un film così estremo come “Salò”? Avanzo un’ipotesi: quello che ci infastidisce e ci disgusta non è tanto la rappresentazione esplicita della perversione, ma il fatto che sia stato un “intellettuale”, qualunque cosa  questa definizione voglia dire per noi (e abbia voluto dire per Pasolini: non è detto che i due significati coincidano), ad assumerla e a recuperarla come metafora dell’oggi nel recinto della cultura: e con questo gesto violando appunto  la scontata (e impotente) sacralità assegnata  alla cultura dal perbenismo indifferente del senso comune.

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Una poesia alla settimana: Francesca di Ezra Pound

Francesca

Venivi innanzi uscendo dalla notte
Recavi fiori in mano,
Ora uscirai fuori da una folla confusa,
Da un tumulto di parole intorno a te.
Io che ti avevo veduta fra le cose prime
Mi adirai quando sentii dire il tuo nome
In luoghi volgari
Avrei voluto che le onde fredde della mia mente fluttuassero
E che il mondo inaridisse come una foglia morta,
O vuota bacca di dente di leone, e fosse spazzato via,
Per poterti ritrovare,
Sola.

Ezra Pound,  Le Poesie scelte, traduzione di Alfredo Rozzardi, 2°ediz., Milano 1961, pag.57

You came in out of the night
And there were flowers in your hand,
Now you will come out of a confusion of people,
Out of a turmoil of speech about you.
I who have seen you amid the primal things
Was angry when they spoke your name
In ordinary places.
I would that the cool waves might flow over my mind,
And that the world should dry as a dead leaf,
Or as a dandelion see-pod and be swept away,
So that I might find you again,
Alone.

 

Una poesia alla settimana

Oggi è stata celebrata la Giornata Mondiale della Poesia, proclamata dall’Unesco. Per l’occasione Contaminazioni annuncia una sua nuova rubrica: ogni settimana pubblicherò una poesia d’autore, senza commento, senza inutili appesantimenti didattici. Semplicemente i versi dei poeti che amo, antichi o moderni, da condividere con gli amici. Perché leggere la poesia significa accettare uno sguardo diverso sul mondo, uno sguardo che potrebbe riservare delle sorprese.

Cominciamo con T.S Eliot.

La figlia che piange

O quam te memorem virgo …

Sosta al piano più alto della scala –
Cùrvati sopra un’urna del giardino –
Tessi, tessi la luce del sole nei tuoi capelli –
Stringi i tuoi fiori a te con penosa sorpresa
Gettali a terra e volgiti
con fuggitivo risentimento negli occhi:
ma tessi, tessi la luce del sole nei tuoi capelli.

Avrei voluto così che egli se ne andasse,
avrei voluto così vedere lei rimanere e piangere,
egli sarebbe partito così,
come l’anima lascia il suo corpo logorato e lacero,
come lo spirito lascia deserto il corpo prima usato.
Troverei
un modo incomparabilmente abile e lieve,
un modo che entrambi potremmo comprendere,
semplice e senza fede come un sorriso e una stretta di mano.

Ella si volse, ma con il tempo d’autunno
per molti giorni costrinse la mia immaginazione,
per molti giorni e per molte ore:
con i capelli sulle sue braccia e le sue braccia cariche di fiori
E mi domando come sarebbero stati insieme!
Avrei perduto un gesto ed un atteggiamento.
Talvolta questi pensieri meravigliano ancora
la mezzanotte turbata e la pace del meriggio.

Composta ad Harvard forse nel 1911, pubblicata la prima volta in “Poetry” (Chicago), VIII, 6 settembre 1916

(Traduzione di Roberto Sanesi (In T.S. Eliot, Poesie,  a cura di Roberto Sanesi, Mondadori 1971)

Testo originale:

Stand on the highest pavement of the stair—
Lean on a garden urn—
Weave, weave the sunlight in your hair—
Clasp your flowers to you with a pained surprise—
Fling them to the ground and turn        
With a fugitive resentment in your eyes:
But weave, weave the sunlight in your hair.

So I would have had him leave,
So I would have had her stand and grieve,
So he would have left        
As the soul leaves the body torn and bruised,
As the mind deserts the body it has used.
I should find
Some way incomparably light and deft,
Some way we both should understand,       
Simple and faithless as a smile and shake of the hand.

She turned away, but with the autumn weather
Compelled my imagination many days,
Many days and many hours:
Her hair over her arms and her arms full of flowers.       
And I wonder how they should have been together!
I should have lost a gesture and a pose.
Sometimes these cogitations still amaze
The troubled midnight and the noon’s repose.

Inquilini

Ho perso una battaglia, a motivo del mio buon cuore, chissà se vincerò mai la guerra.

Per tutto il tempo (venti anni) durante il quale ho abitato nella mia precedente abitazione, ho avuto modo di farmi una cultura sulle abitudini dei gabbiani (alcune assai disgustose, alla faccia di Richard Bach),  nonché sulla loro riproduzione e l’allevamento dei piccoli. Bastava trascorrere un mezzo pomeriggio sul terrazzo (quarto piano) e osservare quello che accadeva sui tetti delle abitazioni vicine. Interessante, non dico di no, se non fosse stato per il guano che i maledetti volatili avevano l’abitudine di abbandonare un po’ ovunque, panni stesi inclusi.

Nella mia nuova casa non ho terrazzi e, ingenuamente, pensavo di aver chiuso con questi forzati studi ornitologici. Ma qui impazzano le tortore. E una testarda famigliola di tortorelle ha deciso che il davanzale della mia finestra dovesse diventare casa loro. Ho trascorso un paio di settimane a distruggere il loro nido improvvisato, almeno tre o quattro volte al giorno. Niente da fare, ogni volta le tortorelle ritornavano e apprestavano un nuovo giaciglio di ramoscelli secchi.

Ora, so bene che le tortore sono uccellini graziosi, simbolo fra l’altro dell’amore coniugale, con un illustre pedegree letterario. Però lo sguardo fisso e vuoto degli uccelli mi inquieta (non sono la sola) e, fra l’altro, nella privata mitologia della mia famiglia qualsiasi volatile si lega a presagi nefasti (non starò a spiegare perché, ma sin dalla mia infanzia il possesso di canarini, pappagalli, merli indiani e simili è sempre stato rigorosamente tabù, visto che mia madre era fermamente persuasa che portassero disgrazia). Insomma, io quelle tortore non le volevo fra i piedi e, giusto ieri, mi sono munita di liquido repellente per volatili, assolutamente decisa a rendere il mio davanzale un luogo assolutamente inospitale per tortore, piccioni, gazze e qualsiasi altro tipo di pennuto.

Bene, stamattina ho impugnato la mia arma, ho aperto la finestra e ho scoperto … due uova! Non me la sono sentita di farne frittata. Ho chiuso e adesso, mentre scrivo, ogni tanto alzo lo sguardo a contemplare i due premurosi genitori che covano, ora singolarmente, ora insieme, la loro prole futura. Mi chiedo se dal loro punto di vista sia io la fastidiosa vicina di casa: comunque la pensino, hanno (per il momento) vinto. Non sfratto un’intera famiglia. Nel frattempo, in attesa della schiusa, mi improvviserò etologa. Però sia chiaro, appena i piccoli saranno in grado di volare, immagino fra un mese o due, devono sloggiare, sempre che non si manifesti, a mio danno, qualche perversa forma di imprinting.

Da “La Tortora e la Fenice” di William Shakespeare

Qui ha inizio l’antifona: l’amore e la costanza son morti; la fenice e la tortora son fuggite lontano, entro una mutua fiamma.

Tanto si amavano che i loro amori, tuttavia separati, facevan tutt’uno. Due creature distinte, senza che alcuna divisione fosse fra loro. Il numero era ucciso dall’amore.

Cuori divisi ma non disgiunti, si poteva vedere la distanza, non lo spazio, fra la tortora e il suo re: non fosse ch’era, per loro, cosa affatto naturale, sarebbe stato un prodigio.

L’amore raggiava in mezzo a loro a tal segno che la tortora vedeva quanto d’amore  l’era dovuto fiammeggiare nello sguardo della fenice: ciascuna era l’io dell’altra.

La logica era così smarrita per il fatto che l’identità non era equivalenza: con la loro natura, unica pur sotto un duplice nome, esse non contavano né per uno né per due.

La ragione, confusa da se stessa, vedeva l’unione nella loro divisione; assorbita l’una nell’altra, distinta l’una dall’altra, quelle creature si erano così bene assimilate,

che si chiedevano come il loro duo potesse formare un così armonioso assolo; così che l’amore ha ragione, mentre la ragione, che pur dovrebbe aver ragione, ha torto, dal momento che si vede una così bell’unione là dove dovrebbe esserci una divisione. 

 

 

Afasia

Ovvia, su. Il trasloco è finito. Il blog riattivato. Il dottorato iniziato. La casa è a posto. I libri, grossomodo, sono tornati a portata di mano. Non hai più scuse. Perché non scrivi? Perché la sera, invece di postare on line le tue illuminate considerazioni a disposizione del tuo ristretto, ma tuttavia fedele, pubblico, ti rincoglionisci fino a ora tarda, imbambolata davanti alle efferatezze di Fox Crime?

Ho l’impressione di essere rimasta senza parole. Molto semplicemente, non mi va di mescolare le mie idee sfilacciate sul mondo al chiacchiericcio che percorre in lungo e in largo la Rete. Dico la verità: ho pure provato a ritornare attiva su twitter, ad aggiornare la pagina facebook con un minimo di regolarità. Ho pensato che, per guadagnare tempo, potrei postare periodicamente, invece che ragionamenti articolati sul blog, qualche foto con appropriata didascalia … o inserire titoli nuovi su Anobii, e magari rientrare in quella sede in un forum o due di lettori accaniti.

Ma poi mi chiedo: “E perché? Per dire cosa? Che diavolo significa questa smania di comunicare urbi et orbi qualsiasi stronzata ci passi per la testa? Che razza di giustificazione hanno le nostre idee, i nostri pregiudizi, le nostre idiosincrasie? Questa massa informe di parole che trabocca, travolgendoci, dallo schermo del computer, può darci davvero qualcosa che non abbiamo, lo scarto rispetto al già visto, già sentito, già sperimentato, la spinta che ci manca per essere davvero “noi” e non un patetico incrocio fra pappagalli saccenti e altezzosi tacchini telematici? E se pure non fosse questione di conformismo comunicativo travestito da novità trendy ma autentico desiderio di raccontarsi nella propria schietta umanità, siamo sicuri che dall’altra parte ci sia qualcuno davvero disposto a mettersi in ascolto, comprendere senza fraintendimenti, rispondere al ragionamento con il ragionamento, all’emozione con l’emozione? Dopo tanti anni trascorsi in Rete a tessere rapporti, condividere link, sperimentare strumenti,  inseguire l’ultimo commento sulla novità del momento, raccontare di me, dei miei libri, della mia musica, delle mie incazzature politiche e/o professionali, confesso che francamente non so più rispondere. Non so più nemmeno se valga la pena rispondere.

Eppure (con una certa fatica, lo ammetto) sono qui che scrivo, anche se non quello che avrei davvero voglia di scrivere. Arrendermi al silenzio che  mi tenta vorrebbe dire rinnegare un bel pezzo della mia vita che in un modo o nell’altro si è svolta sullo schermo. “Vite sullo schermo” si intitolava una saggio di Sherry Turkle che a suo tempo rappresentò per me una delle tante spinte a sperimentare che cosa significasse rinegoziare la propria identità tramite la tecnologia. Scopro che oggi Turkle, con autorevolezza di gran lunga maggiore rispetto al mio disagio tutto personale e non accademico, si pone domande molto simili alle mie.

“Oggi viviamo in un mondo in cui il sé si costruisce sulla base delle risposte fornite, delle chiamate effettuate, degli e-mail spediti, dei contatti raggiunti. Un sé calibrato sulla base di quello che la tecnologia propone e impone, su quello che semplifica e al tempo stesso svaluta. In un mondo in cui la tecnologia ci spinge a produrre di più e più in fretta, ci troviamo ad affrontare un curioso paradosso. Da un lato ripetiamo ad nauseam che viviamo in un mondo sempre più complesso, dall’altro abbiamo creato una cultura della comunicazione che rende difficile, se non impossibile, ritagliarsi spazi e tempi per riflettere in modo tranquillo, senza distrazioni. In un mondo che esige risposte in tempo reale abbiamo perso la capacità di affrontare problemi complicati.”

In un mondo che esige risposte in tempo reale abbiamo perso la capacità di affrontare problemi complicati. Problemi personali o generali, disagi privati o pubblici, contraddizioni individuali o collettive: tutto si frammenta, macinato dai meccanismi comunicativi della Rete, e quel che è peggio si ripete in un loop di sciocchezze che si riverberano l’una sull’altra, senza mediazione, senza tempo per  lasciar decantare l’esperienza, prendere le distanze, ragionare. I tempi lunghi della riflessione non si conciliano con l’urgenza della performance in Rete. Diventa imperativo commentare in tempo quasi reale l’ultimo twit del politico o della pop star che si espongono al pubblico della Rete fingendo di accorciare le distanze con il popolo, in una fittizia e manipolatoria parodia di democrazia. Su Facebook rincorriamo la novità, il meme più o meno insulso, la citazione priva di contesto, il video virale, la battuta falsamente irriverente,  la frasetta suggestiva e apparentemente innocua che, banalizzando i sentimenti,  ci rassicura sulla nostra normalità.

Scorrendo la home di Facebook o di Twitter, dico la verità, mi capita di essere presa dallo sconforto. Non è una conversazione, vecchia, abusata metafora per definire il contesto comunicativo della Rete, ma una babelica cacofonia di voci che si rincorrono, hashtag più o meno incomprensibili, discussioni in codice fra gruppetti di iniziati che intrecciano commenti insulsi come se fossero nel loro privatissimo salotto. Il rumore di fondo inghiotte il senso delle parole, tutto diventa nebbioso, indistinto, alla fine insignificante. Una perdita di tempo.

E allora come se ne esce? Soprattutto, come ne esco io? Posso solo proporre una soluzione provvisoria. Riprendere a scrivere, qui, ma con un ritmo disteso, secondo i miei tempi, tempi di lettura, di riflessione. in definitiva di vita. Uscire di casa dimenticando sul tavolo l’Iphone. Leggere. Leggere poesie vere. Come questa.

Gli anemoni

Far magie … niente di più semplice! E’ uno dei trucchi più antichi della terra e della primavera: gli anemoni. Sono improvvisi. Spuntano dal bruno fruscio dell’anno scorso in luoghi dimenticati dove altrimenti non si sofferma le sguardo. Ardono e si dibattono, sì, si dibattono: dipende dal colore. Quel fervido azzurro-viola ormai non ha alcun peso. Qui è l’estasi ma un’estasi contenuta. “Carriera” – Non li riguarda! “Potere” e “Pubblicità” – grotteschi. Fu loro certa riservata fastosa accoglienza su a Nineve, fecero fanfare e gran fragore. In alto sul soffitto – sopra tutte le teste stavano i lampadari di cristallo come vitrei avvoltoi. Invece di questo superdecorato e rumoroso vicolo cieco, gli anemoni aprono un varco segreto alla vera festa dove regna un silenzio di morte. (Tomas Tranströmer – Premio Nobel 2011)